SIMON BECKETT.

LA VOCE DEI MORTI.

Traduzione di: Andrea Silvestri.
2010.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"QUANTO PI PROFONDAMENTE  SEPOLTO UN CORPO, TANTO PI A LUNGO RESISTE AL DISFACIMENTO"
 in base a questa proporzione che tutti gli organismi - piccoli e grandi - si disgregano.
Nell'aria, nell'acqua, nella terra.
A parit di clima, la decomposizione di un corpo sommerso richieder il doppio del tempo necessario a
un corpo esposto in superficie.
Sotto terra, ci vorr un periodo otto volte maggiore. Uno, due, otto. Una formula semplice - e una
verit ineludibile.
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A Hilary
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Prologo.
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Uno. Due. Otto.
I numeri della dissoluzione. E in base a questa proporzione che tutti gli organismi - piccoli e grandi - si
disgregano. Nell'aria, nell'acqua, nella terra. A parit di clima, la decomposizione di un corpo sommerso
richieder il doppio del tempo necessario a un corpo esposto in superficie. Sotto terra, ci vorr un
periodo otto volte maggiore. Uno, due, otto. Una formula semplice - e una verit ineludibile.
Quanto pi profondamente  sepolto un corpo, tanto pi a lungo resiste al disfacimento.
Inumando un corpo, lo si sottrae agli insetti saprofagi che banchettano con la carne morta. I
microorganismi che, in condizioni normali, digerirebbero i tessuti morbidi non sono in grado di
compiere una simile operazione in assenza di aria:  cos che il fresco isolamento della buia terra ritarda
l'inizio della decomposizione. Le reazioni biochimiche che disgregano le cellule risultano rallentate dalla
bassa temperatura. Un processo che, in circostanze abituali, richiederebbe giorni o settimane pu
protrarsi per mesi. O addirittura per anni.
E, a volte, per un tempo ancora pi lungo.
Privato dell'aria, della luce e del calore, un cadavere pu preservarsi per un periodo pressoch
indefinito. Al riparo in quel gelido rifugio, esso vive in una sorta di stasi, indifferente al passare delle
stagioni del mondo sovrastante.
Tuttavia, come in qualsiasi altro caso, anche in questo valgono i concetti di causa ed effetto. Se in
natura niente viene mai distrutto davvero, allora nulla risulta mai completamente occultato. A dispetto
della profondit a cui  stato sepolto, un corpo morto pu comunque rivelare la propria presenza. Uno,
due, otto.
Niente resta nascosto in eterno.
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Capitolo 1.
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Otto anni fa.
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"Il suo nome, prego?"
Il volto della poliziotta appariva freddo - in tutti i sensi.
Aveva le guance rubizze e screpolate. La sua ingombrante giacca gialla era imperlata di umidit della
bruma, sospesa come una nube ancorata alla terra. Mi squadr con quella che mi parve una malcelata
avversione, quasi mi ritenesse responsabile di quel tempo orrendo - e del fatto che fosse costretta a
stare in quella brughiera alla sua merc.
"Sono il dottor David Hunter. Lavoro con la Scientifica.
Il commissario-capo Simms mi sta aspettando."
Quasi infastidita, la donna consult i fogli sul portablocco, poi prese la ricetrasmittente. "C' qui un
tizio che vuol vedere il commissario. Un certo David Hunter."
"Dottor David Hunter," puntualizzai.
Mi lanci un'occhiata in tralice, per mettermi a parte del fatto che non gliene importava nulla. La
ricetrasmittente crepit, e una voce pronunci parole inintelligibili.
Qualunque cosa avesse detto, non miglior l'umore dell'agente. Dopo un ultimo sguardo stizzoso, si
scost e mi fece segno di procedere.
"Sempre dritto, fin dove sono parcheggiati gli altri veicoli," disse, senza alcun garbo.
"Be', grazie," mormorai, passandole accanto.
Al di l del parabrezza, il mondo era un drappeggio di cortine di nebbia. Irregolare e imprevedibile, la
bruma si sollevava per brevi momenti, rivelando la brughiera grigia e umida prima di avvolgere
nuovamente l'auto in un candido velo. Poco pi avanti, su un tratto di terreno relativamente piano, la
polizia aveva improvvisato un posteggio.
Con un cenno, un agente mi invit ad accedere.
La Citron sussult e sobbalz sul fondo irregolare mentre parcheggiavo con grande cautela in un'area
libera.
Spensi il motore e mi stiracchiai. Era stato un viaggio piuttosto lungo, durante il quale non mi ero
concesso soste.
Impazienza e curiosit avevano sopraffatto il desiderio di fermarmi. Quando mi aveva chiamato, Simms
era stato avaro di dettagli: mi aveva detto soltanto che era stata scoperta una fossa nel Dartmoor e che
voleva fossi presente alla riesumazione del cadavere. Sembrava routine, il genere di caso per il quale
venivo chiamato quattro o cinque volte all'anno. Negli ultimi dodici mesi, per, la combinazione di
parole "delitto" e "Dartmoor" era stata associata a un solo uomo.
Jerome Monk.
Monk era un serial-killer e uno stupratore che aveva confessato quattro omicidi di giovani donne. Tre
vittime erano poco pi che bambine, e i loro corpi non erano mai stati ritrovati.
Se in questa fossa c'era una di loro, probabilmente le altre non erano lontane. Sarebbe stata una delle
pi grandi operazioni di recupero e identificazione del decennio.
E volevo assolutamente prendervi parte.
"Tutti hanno sempre pensato che si fosse sbarazzato delle vittime proprio l," avevo detto a mia moglie
Kara quel mattino, in cucina, mentre mi preparavo rapidamente alla partenza. Anche se vivevamo in
quella villa vittoriana unifamiliare a South London da oltre un anno, avevo ancora bisogno del suo aiuto
per trovare le cose.
"Il Dartmoor  grande, ma non credo che possano esserci molti corpi sepolti l."
"David," disse Kara, accennando ad Alice che stava facendo colazione. Cercai di scusarmi con una
smorfia, senza emettere alcun suono. Di solito, avevo il buonsenso di non menzionare i macabri
dettagli del mio lavoro davanti a nostra figlia, che aveva solo cinque anni, ma adesso l'entusiasmo si era
impadronito di me.
"Cosa vuol dire 'vittime'?" domand Alice con la sua vocina, aggrottando le sopracciglia per la
concentrazione mentre sollevava una sgocciolante e malferma cucchiaiata di yogurt al lampone. Al
momento, quello era il suo cibo preferito: da poco aveva stabilito di essere decisamente troppo grande
per i cereali.
"Qualcosa che riguarda il lavoro di pap," risposi, sperando che lasciasse cadere l'argomento. Una volta
cresciuta, non le sarebbe mancato il tempo per scoprire i lati pi oscuri dell'esistenza.
"Perch sono sepolte? Sono morte?"
"Su, tesoro, finisci la colazione," replic Kara. "Pap deve partire tra poco, e noi non possiamo
permetterci di fare tardi a scuola."
"Quando torni?" mi chiese Alice.
"Presto. Non farai neppure in tempo ad accorgerti che me ne sono andato." Mi chinai, la presi tra le
braccia e la sollevai. Il suo corpo era caldo e leggero - di una leggerezza quasi ridicola -, e tuttavia non
mancava mai di stupirmi per la sua robustezza: era davvero diverso dal corpicino dell'infante che mi
sembrava di avere cullato solo qualche minuto prima. Crescono sempre cos in fretta?
"Mi prometti che farai la brava mentre sono via?"
"Faccio sempre la brava, io," rispose indignata. Reggeva ancora il cucchiaio, e una goccia di yogurt si
schiant sugli appunti che avevo lasciato sul tavolo.
"Oops," disse Kara, strappando un foglio di scottex per pulire. "Rimarr una macchia. Spero che non
siano cose importanti."
Alice parve affranta. "Scusa, pap."
"Niente di grave." Le diedi un bacio e la rimisi seduta; poi iniziai a raccogliere i miei appunti. Sul primo
foglio campeggiava una macchia appiccicosa di yogurt. Ficcai il fascio in una cartellina e mi voltai verso
Kara. "Farei meglio ad andare."
Mi segu in corridoio, dove avevo lasciato la borsa. La abbracciai. Dai suoi capelli promanava un
profumo di vaniglia.
"Ti chiamo dopo. Quando avr un'idea pi chiara di quanto star via. Speriamo che siano solo un paio
di notti."
"Guida con prudenza," mi disse.
Entrambi eravamo abituati alle mie assenze. Ero uno dei pochi antropologi forensi del paese, e
l'esigenza di andare dovunque il caso voleva che venissero ritrovati i cadaveri rappresentava una
peculiarit inevitabile del mio mestiere. Negli ultimi anni avevo partecipato a indagini in varie zone
dell'Inghilterra e all'estero. Sovente il mio lavoro si rivelava raccapricciante - ma era sempre necessario -,
e potevo dirmi orgoglioso sia delle mie capacit sia della mia crescente reputazione.
In qualsiasi caso, ci non significava che le trasferte mi piacessero. Lasciare mia moglie e mia figlia
rappresentava sempre una tortura, anche se si trattava soltanto di pochi giorni.
Dopo aver parcheggiato nel posto indicatomi dall'agente, uno spiazzo pianeggiante a poca distanza dal
viottolo intasato di macchine e furgoni della polizia, scesi dall'auto, preoccupandomi di mantenere
l'equilibrio sull'erba fangosa. Percepii un odore di umidit, erica e gas di scarico. Aprii il bagagliaio e tirai
fuori una robusta tuta da lavoro dalla scatola degli indumenti protettivi usa-e-getta.
Di solito, venivano forniti dalla polizia, ma io preferivo portarmeli appresso. Dopo aver chiuso la
cerniera della tuta, presi la valigetta d'alluminio che conteneva la mia attrezzatura. Fino a qualche tempo
prima mi ero accontentato di una ventiquattr'ore malconcia; poi Kara mi aveva convinto della necessit
di presentarmi con un aspetto pi professionale - ero un consulente, non un commesso viaggiatore.
Come al solito, aveva ragione.
Mentre cominciavo a sopravanzare i veicoli parcheggiati della polizia, un'auto accost. La carrozzeria
gialla avrebbe dovuto farmi capire, ma ero troppo assorto nei miei pensieri per prestarvi attenzione. Mi
resi conto della sua presenza quando una voce grid.
"Allora sei riuscito a trovare la strada, eh?"
Voltai il capo e vidi due uomini che scendevano dall'auto.
Uno era piccolo, con i lineamenti marcati. Non sapevo chi fosse, ma riconobbi l'altro, pi giovane, alto
e di bell'aspetto. Il suo portamento palesava la disinvolta sicurezza dell'atleta; il movimento di quelle
larghe spalle rivelava la spavalderia di un individuo che conoscevo.
Non mi aspettavo di trovare Terry Connors qui, ma avrei dovuto immaginare la sua presenza, quando
mi ero accorto dell'auto. L'appariscente Mitsubishi - assai diversa dalle scialbe macchine a disposizione
della Divisione Investigazioni Criminali - era il suo vanto.
Sorrisi, sebbene la sua vista provoc in me i consueti sentimenti contrastanti. Per quanto fosse
piacevole incontrare un viso conosciuto nell'anonimo dispiegamento di forze della polizia, per un
motivo ignoto tra Terry e me c'era sempre stata una sorta di incancellabile tensione.
"Non sapevo partecipassi alle indagini," dissi, quando i due si avvicinarono.
Terry sorrise; i muscoli delle guance rivelavano che stava masticando l'immancabile gomma. Aveva
perso qualche chilo dal nostro ultimo incontro, e i suoi lineamenti caratterizzati dalla mascella squadrata
sembravano pi affilati. "Sono il vice del commissario titolare di questa indagine. Chi credi che abbia
speso una buona parola per te?"
Evitai di sorridere. Quando ci eravamo conosciuti, Terry Connors era un ispettore della Polizia
Metropolitana di Londra, ma non era stato il lavoro a farci incontrare.
Sua moglie Deborah frequentava la medesima clinica ostetrica di Kara, e le due donne erano diventate
amiche.
All'inizio, ci eravamo guardati con diffidenza. A parte i punti di contatto tra le nostre professioni,
avevamo ben poco in comune. Terry era ambizioso e fortemente competitivo - un lottatore accanito e
irruente per il quale la carriera rappresentava un'arena dove eccellere. Ero il primo antropologo forense
in cui si fosse imbattuto, e non ci mise molto a intuire le potenzialit della mia specializzazione.
La sua sicurezza e il suo egocentrismo potevano talvolta irritare, ma il successo nelle poche indagini in
cui mi aveva coinvolto si era rivelato positivo per entrambi.
A un certo punto, poco pi di un anno prima, aveva sorpreso tutti lasciando la Polizia Metropolitana.
Non avevo mai capito esattamente il motivo di quella decisione.
Qualcuno aveva parlato del desiderio di Deborah di stare pi vicina alla sua famiglia che viveva a Exeter
ma, per uno come Terry, rinunciare alle stimolanti attivit investigative del corpo londinese per andare
nel Devon sembrava una scelta di carriera inesplicabile.
Ci eravamo visti per l'ultima volta poco prima del loro trasloco. Eravamo usciti tutti e quattro, ma la
cena si era svolta in un clima piuttosto imbarazzato. Per l'intera serata tra Terry e la moglie aveva
regnato una certa tensione, dissimulata a stento, e fu un autentico sollievo quando ci salutammo. Anche
se in seguito Kara e Deborah cercarono - senza troppi convincimenti - di tenersi in contatto, presto
capirono che si trattava di uno sforzo inutile, e cos da allora non avevo avuto pi occasione di vedere
Terry, n di parlargli.
In qualsiasi caso, se la stava cavando egregiamente, se adesso era il vice del titolare di un'indagine cos
importante: mi sarei aspettato che una simile responsabilit ricadesse su un soggetto pi esperto di un
ispettore.
In considerazione delle pressioni cui doveva esser sottoposto, la sua perdita di peso non era affatto
sorprendente.
"Mi chiedevo chi avesse fatto il mio nome a Simms," dissi. Anche se ero un consulente piuttosto
rinomato, la maggior parte del lavoro mi arrivava in seguito a raccomandazioni.
Ero comunque dispiaciuto del fatto che l'incarico per quell'indagine potenzialmente esplosiva mi fosse
stato assegnato tramite Terry Connors.
"Mi sono sperticato in tue lodi, quindi vedi di non deludermi."
Repressi un accesso di irritazione. "Cercher di dare il meglio di me stesso."
Con un pollice indic l'uomo minuto che era con lui.
"L'agente investigativo Roper. Bob, lui  David Hunter, l'antropologo forense di cui ti ho parlato. Da
un corpo in putrefazione, riesce a ricavare pi informazioni di quante ne vorresti sapere."
L'agente mi sorrise. Aveva i tratti del viso tesi, i denti macchiati dalla nicotina e uno sguardo al quale
non sembrava sfuggire nulla. Mi rivolse un cenno col capo, e una poderosa zaffata di dopobarba
dozzinale mi invest.
"Dovrebbe essere il caso perfetto per lei, questo." La sua voce aveva il timbro nasale tipico della parlata
locale.
"Soprattutto se  ci che pensiamo."
"Non sappiamo ancora di cosa si tratti," gli disse Terry, seccamente. " Va' avanti, Bob. Devo discutere
di una faccenda con David."
Quel congedo rasentava la maleducazione. Impercettibilmente, gli occhi dell'agente assunsero
un'espressione arcigna, tuttavia il sorriso non abbandon il suo volto.
"D'accordo, capo."
Terry lo guard allontanarsi con aria stizzita. "Sta' in guardia con Roper. E il tirapiedi del commissario.
Potrebbe fargli tranquillamente da stuoino."
Sembrava che ci fosse qualcosa di personale tra i due ma, d'altronde, Terry faceva sempre a cornate con
la gente. Comunque io non avevo alcuna intenzione di immischiarmi nelle diatribe interne alla polizia.
"Esistono posizioni divergenti riguardo al cadavere?"
"No, nessun contrasto. Semplicemente tutti fanno a gara per dimostrare che  una delle vittime di
Monk."
"Qual' la tua opinione?"
"Non ne ho. Ti ho chiamato proprio per stabilire se  cos. E non devi fallire." Trasse un profondo
respiro; aveva un'aria stressata. "A ogni modo, andiamo sul posto.
Da questa parte. Simms  gi l, e sarebbe meglio non farlo aspettare."
"Che tipo ?" gli chiesi, mentre ci incamminavamo lungo la stradina verso un ammasso di roulotte e
prefabbricati modulari.
"Uno stronzo, privo di senso dell'umorismo. Meglio evitare di contrariarlo. Ma non  uno sciocco -
questo glielo concedo. Lo sapevi che  stato il commissario dell'indagine originaria sugli omicidi?"
Annuii. Simms aveva conquistato una posizione di rilievo l'anno passato: la sua ottima reputazione
derivava dal fatto di aver schiaffato Jerome Monk dietro le sbarre. "Di certo, non deve aver nuociuto
alla sua carriera."
Mi parve di notare una vena di amarezza nel sorriso di Terry. "Puoi dirlo forte. Si dice che abbia messo
gli occhi sul posto di vice-comandante. E questo caso potrebbe garantirglielo: ecco perch vuole dei
risultati."
Non  l'unico, pensai, guardando Terry. Da lui promanava un flusso di energia nervosa quasi palpabile.
Ma si trattava di qualcosa che non poteva sorprendere, visto che era il vice del responsabile di
un'indagine potenzialmente esplosiva.
Avevamo raggiunto le roulotte e i prefabbricati. Erano stati sistemati nei pressi di un sentiero che si
dipartiva dalla stradina. Tra le loro sagome serpeggiavano grossi cavi neri; l'aria puzzava del gasolio che
alimentava i generatori scoppiettanti. Terry si ferm davanti alla roulotte che ospitava il comando.
"Troverai Simms alla fossa. Se riesco a tornare in tempo, ti conceder l'onore di offrirmi da bere.
Alloggiamo nel medesimo posto."
"Tu non vieni?" gli chiesi, stupito.
"Quando hai vista una fossa, le hai viste tutte." Si era sforzato di dare un tono blas alle sue parole,
senza risultare molto convincente. "Sono venuto solo per prendere delle carte. Mi aspetta un lungo
viaggio."
"Dove devi andare?"
Si picchiett un'ala del naso. "Te lo dir dopo. Per augurami buona fortuna."
Sal rumorosamente gli scalini che conducevano al prefabbricato del comando. Mi domandai perch
avesse bisogno di quell'augurio ma, in quel momento, avevo qualcosa di pi importante dei giochetti di
Terry cui pensare.
Volgendogli le spalle, presi a scrutare la brughiera.
Inghirlandato dalla bruma, un paesaggio desolato si stendeva di fronte a me. Non c'era traccia d'alberi -
soltanto scure macchie di ginestre spinose. L'anno era ancora giovane, e chiazze di felci scurite
dall'inverno spuntavano tra l'erica, le rocce e l'erba fangosa. Allontanandosi dalla strada, il terreno
digradava dolcemente, prima di ricominciare a sollevarsi in un lungo pendio. A circa cinquecento metri
di distanza era coronato dalla bassa e tozza formazione rocciosa cui Simms aveva accennato.
Black Tor.
Il Dartmoor poteva vantare pinnacoli pi imponenti, rocce erose dagli agenti atmosferici che
affioravano dalla brughiera come foruncoli svettanti. In mezzo a essi, il profilo scolpito dal vento di
Black Tor si stagliava inconfondibile all'orizzonte. La sua forma larga e tozza si ergeva al di sopra di una
modesta scarpata, come se un gigante bambino avesse ammassato macigni appiattiti uno sull'altro. Non
sembrava pi nero degli altri pinnacoli che avevo visto, e il nome doveva risalire a qualche oscuro
evento del passato. In qualsiasi caso, aveva un aspetto arcano e solenne - il genere di particolare che i
giornali avrebbero riportato con gioia.
Soprattutto se ospitava il cimitero di Jerome Monk.
Dopo la telefonata di Simms, mi ero affrettato a spulciare in rete alla ricerca di informazioni sul caso.
Monk era il sogno di ogni giornalista. Quel solitario disadattato che integrava le magre entrate di
lavoratore occasionale con il bracconaggio e il furto era un orfano la cui madre era morta nel darlo alla
luce - e questo aveva portato alcuni tabloid a considerarla la sua prima vittima. Sulla stampa
scandalistica, spesso veniva definito uno zingaro, anche se ci non era vero. Sebbene avesse vissuto la
maggior parte della propria esistenza girovagando per il Dartmoor a bordo di una roulotte, era stato
accuratamente evitato dai nomadi locali, oltre che dal resto della societ. Imprevedibile e soggetto a
terrificanti scoppi di violenza, aveva una personalit che si incarnava alla perfezione nel suo aspetto.
Se c'era qualcuno che poteva dar corpo all'immagine di un assassino, questi era Monk.
Dotato di una forza mostruosa, aveva sembianze grottesche - uno scherzo della natura. Le fotografie e
gli spezzoni del processo mostravano un omaccione il cui cranio pelato - una palla di cannone chiara -
ospitava tratti marcati e arcigni. Al di sopra di una bocca che pareva torta in un ghigno perenne, gli
occhi neri scintillavano con un'espressivit degna di una bambola, simili a bottoni. Ancor pi
inquietante appariva la rientranza su un lato della sua fronte, come se un pollice ciclopico fosse stato
premuto su una sfera d'argilla. Si trattava di una vista sconvolgente, giacch sembrava il genere di
sfregio che avrebbe dovuto risultare fatale.
E agli occhi di molte persone era rimarchevole che ci non fosse avvenuto.
Comunque non era soltanto la natura dei suoi terribili crimini ad aver provocato una tale reazione nella
gente: era il piacere sadico che lui pareva trarre dallo scegliere vittime vulnerabili nella zona del
Dartmoor. La prima, Zoe Bennett, era un'avvenente diciassettenne dai capelli scuri, un'aspirante
modella che non era mai tornata a casa dopo aver lasciato un locale notturno. Tre sere dopo era sparita
un'altra ragazza.
Lindsey Bennett, la gemella omozigote di Zoe.
Quella che era partita come un'indagine di routine su una persona scomparsa aveva trovato spazio
all'improvviso sulla prima pagina di tutti i giornali. Nessuno dubitava che il responsabile dell'accaduto
fosse il medesimo individuo, e quando la borsetta di Lindsey venne rinvenuta in un cestino dei rifiuti,
ponendo fine alle speranze che le sorelle fossero ancora vive, l'indignazione pubblica esplose. Era gi
piuttosto terribile che una famiglia dovesse sopportare quel genere di perdita, ma se era doppia... Se
erano due gemelle, a sparire una dopo l'altra...
Quando scomparve anche Tina Williams, un'affascinante diciannovenne dai capelli scuri, si scatenarono
gli inevitabili falsi allarmi e le isterie collettive. Per un certo periodo di tempo si parl di una pista sicura:
una berlina bianca era stata ripresa da varie telecamere di sorveglianza poste lungo una certa strada e
notata da alcuni testimoni nella zona in cui Lindsey Bennett e Tina Williams erano state viste per
l'ultima volta.
Poi Monk aveva preteso la sua quarta vittima, suggellando definitivamente la sua reputazione di mostro.
Venticinquenne, Angela Carter era pi vecchia delle altre giovani scomparse. Tuttavia non era n
avvenente n aveva i capelli scuri. Ma c'era una differenza ancor pi significativa.
Era sordomuta.
In seguito, i vicini raccontarono di aver udito la risata di Monk mentre la stuprava e picchiava a morte
nel suo appartamento. Quando i due poliziotti che risposero alla chiamata del pronto intervento
abbatterono la porta, lo trovarono con il cadavere della giovane nella camera da letto devastata, coperto
di sangue e fuori di s. Entrambi erano piuttosto robusti, eppure Monk li ridusse in uno stato
d'incoscienza con pugni e calci, prima di dileguarsi nella notte.
E, a quanto pareva, di scomparire dalla faccia della terra.
Nonostante una delle pi imponenti cacce all'uomo della storia inglese, non si trov traccia di Monk.
N di Tina Williams. N delle sorelle Bennett. Grazie a un'accurata ricerca una spazzola e un rossetto
appartenenti alle gemelle furono rinvenuti sotto la sua roulotte. Ma le ragazze non vennero mai trovate.
Passarono tre mesi prima che Monk ricomparisse sul ciglio di una strada in pieno Dartmoor. Sporco e
puzzolente, non si oppose minimamente all'arresto, n neg i suoi delitti. Al processo si dichiar
colpevole degli omicidi, ma rifiut di rivelare dove si fosse nascosto durante la latitanza e come si fosse
liberato dei corpi delle ragazze. La teoria pi diffusa era che li avesse seppelliti nella brughiera, prima di
rintanarsi tra rocce e vallette, girovagando. L'assassino si limit a rispondere sempre con un sorriso
sprezzante, senza raccontare nulla di rilevante.
Con il colpevole dietro le sbarre, la vicenda fu pian piano dimenticata, e le ragazze scomparse divennero
le ennesime vittime dal destino sconosciuto.
Ma adesso forse questo sarebbe cambiato.
Una tenda blu elettrico della Scientifica si stagliava come un faro nella bigia brughiera. Era piazzata
esattamente a met strada tra la carrabile e la formazione rocciosa, leggermente discosta dall'accidentata
pista in terra battuta che le collegava. Per un momento, rimasi immobile nella pioviggine, respirando il
fertile odore della torba umida e domandandomi che cosa avrei trovato l dentro.
Poi mi incamminai lungo il sentiero che conduceva a essa.
Capitolo 2
Un corridoio di nastro segnaletico collegava il punto centrale del sentiero alla tenda della Scientifica. La
brughiera era stata trasformata in uno scuro pantano dal massiccio calpestio; le mie suole squittivano e
schioccavano mentre camminavo tra le parallele di nastro flagellate dal vento. L'area intorno alla tenda
era stata isolata, e un agente in uniforme ne sorvegliava l'ingresso con un cane poliziotto. Spostava il
peso da una gamba all'altra per riscaldarsi. L'uomo e l'animale, un pastore tedesco, mi guardavano
avvicinarmi.
"Debbo incontrare il commissario-capo Simms," dissi, con un certo affanno.
Prima che l'altro potesse rispondere, un lembo della tenda si sollev e, nell'apertura, comparve un
uomo.
Aveva all'incirca quarant'anni, ma sembrava voler dimostrare un'et maggiore. Indossava la solita tuta
protettiva che, per qualche ragione, appariva davvero inadatta alla sua persona. Il suo volto appariva
sorprendentemente privo di rughe e, quasi per compensare la delicatezza dei suoi lineamenti, si era fatto
crescere un paio di baffi, che gli conferivano un'aria militaresca.
Quando si era liberato del cappuccio protettivo, i suoi capelli neri erano rimasti cos ben pettinati da
sembrare scolpiti.
"Dottor Hunter? Piacere, sono Simms."
L'avrei intuito anche se non avessi riconosciuto la voce.
Suonava perentoria e formale, consapevole della propria autorit. I suoi occhi chiari mi osservarono per
un brevissimo momento: da quel fugace sguardo capii che, nel bene e nel male, ero stato sottoposto a
un esame.
"La aspettavamo mezz'ora fa," disse, prima di scomparire nuovamente all'interno della tenda.
Piacere mio. L'agente con il cane serr la presa sul guinzaglio, si scost e mi lasci passare. Mentre
stavo per entrare nella tenda, con un certo disagio avvertii lo sguardo impassibile del pastore tedesco
fisso su di me.
Dopo gli spazi aperti della brughiera, l'interno della tenda mi parve piccolissimo e affollato - una
confusione di sagome in tuta bianca. La luce proveniente dalle pareti blu rendeva evanescente
l'atmosfera della stanza. Ma l'aria era umida e appiccicosa, pervasa da un lezzo stantio che evocava in
modo piuttosto sconcertante un campeggio. Al di sotto di esso si percepiva un altro odore - di terra
appena smossa e di qualcosa di assai meno gradevole.
Al centro c'era la fossa.
Intorno a essa erano stati disposti dei riflettori che, nell'aria pregna d'umidit, fumigavano. Alcune
pedane metalliche erano state sistemate lungo i lati di un rettangolo di torba scura, attraversato da un
reticolo di fili. Un individuo era chino su di esso - un omaccione che teneva le mani inguantate sospese
in aria, come un chirurgo che fosse stato interrotto nel mezzo di un intervento in sala operatoria -, e io
pensai che si trattasse dell'agente incaricato delle ricognizioni preliminari. Dal terreno torboso spuntava
un oggetto infangato. A un primo sguardo, avrebbe potuto essere qualsiasi cosa - una pietra, una radice
nodosa -, ma quando lo si osservava con maggior attenzione...
Quella che spuntava dalla terra umida era una mano in decomposizione, con le ossa visibili attraverso i
brandelli di carne.
"E un peccato che lei non sia arrivato in tempo per incontrare il medico legale. Comunque torner
quando il corpo sar pronto per venir rimosso," disse Simms, distogliendo la mia attenzione dalla fossa.
"Dottor Hunter, le presento il professor Wainwright, l'archeologo forense che supervisioner lo scavo.
Probabilmente ha sentito parlare di lui."
Per la prima volta, mi accorsi della sagoma inginocchiata vicino alla fossa. Wainwright? Avvertii un
nodo allo stomaco.
Ne avevo sentito parlare, eccome! Docente di Cambridge trasformatosi in consulente della polizia,
Leonard Wainwright era uno degli esperti forensi pi preparati del paese: una figura quasi leggendaria
che conferiva un'istantanea credibilit a un'indagine. Ma dietro l'immagine pubblica dell'accademico
scrupoloso, Wainwright aveva la nomea di mostrarsi implacabile verso chiunque considerasse un rivale.
Era un critico spietato di ci che aveva bollato con l'epiteto di "scienze forensi alla moda": un elenco
che comprendeva praticamente tutte le discipline diverse dalla sua. L'ira del luminare si era per lo pi
concentrata sull'antropologia forense, un campo di studi sviluppatosi di recente e che per taluni aspetti
si sovrapponeva al suo. L'anno prima aveva pubblicato un articolo su una rivista scientifica
ridicolizzando l'idea che la decomposizione potesse rappresentare un indice affidabile del tempo
intercorso dal decesso. "Un marciume assoluto?" strillava trionfalmente il titolo. L'avevo letto con
divertimento, pi che con irritazione.
Allora per non sapevo che mi sarei ritrovato a lavorare con lui.
Wainwright si alz in piedi, e le sue ginocchia mandarono uno scrocchio artritico. Era sulla sessantina,
un gigante con la tuta protettiva chiazzata di fango tesa sulle membra imponenti. Nei guanti bianchi di
lattice, le sue dita paffute somigliavano a salsicce mentre si scostava dal viso la mascherina, rivelando
lineamenti marcati che con una certa generosit - si sarebbero potuti definire aristocratici.
Mi indirizz un sorriso scialbo. "Dottor Hunter, sono sicuro che sar un piacere lavorare con lei."
Pronunci queste parole con una tonante voce baritonale - da oratore nato. Mi sforzai di replicare con
un sorriso.
Poi dissi: "Lo stesso vale per me."
"Un gruppo di escursionisti ha scoperto la fossa ieri pomeriggio," spieg Simms, abbassando lo sguardo
verso la forma che spuntava dal terreno. "E poco profonda, come potete vedere. Abbiamo fatto dei
rilievi: a quanto pare, c' uno strato di granito a circa mezzo metro dalla superficie.
Non  un buon posto in cui seppellire un cadavere, ma fortunatamente l'assassino non lo sapeva."
Mi inginocchiai per esaminare il terreno scuro e freddo da cui sporgeva la mano. "La torba render la
situazione pi interessante."
Wainwright fece un cauto cenno d'assenso col capo, ma non disse nulla. Da archeologo forense, i
problemi presentati dalle tombe scavate nella torba dovevano essergli ancor pi familiari che a me.
"Probabilmente la pioggia ha spazzato via uno strato del terreno che copriva la mano, e gli animali
hanno disseppellito il resto," prosegu Simms. "Gli escursionisti hanno visto una forma che spuntava
dal terreno: non essendo sicuri di cosa si trattasse, sfortunatamente hanno scavato per capire."
"Che Dio ci protegga dai dilettanti," salmodi Wainwright.
Forse era solo una coincidenza, ma in quel momento stava guardando me.
Mi inginocchiai su una delle pedane di metallo per esaminare la mano. Emergeva a partire dalle ossa
carpali del polso. La maggior parte del tessuto morbido era stata rosicchiata, e le prime due dita - quelle
pi in alto - erano sparite completamente. Non c'era da stupirsi: i saprofagi pi grandi - le volpi, per
esempio, ma persino gli uccelli pi grossi come i corvi o i gabbiani - erano in grado di staccarle senza
problemi.
Ad attirare la mia attenzione fu tuttavia il fatto che, sotto i segni lasciati dai denti sull'osso, le superfici
spezzate delle falangi apparivano lisce.
"Gli escursionisti hanno inavvertitamente calpestato la mano, o hanno procurato qualche danno
scavando intorno a essa?" chiesi.
"Assicurano di non aver fatto nulla di tutto ci." Simms mi stava guardando: il suo volto era privo
d'espressione.
"Perch?"
"Forse non  niente di importante. Di certo, per, le dita appaiono spezzate. A quanto si direbbe,
schiantate di botto, e dunque non pu essere stato un animale."
"S, l'avevo notato," interloqu Wainwright, con voce strascicata.
"Crede che sia importante?" domand Simms.
Wainwright non mi diede la possibilit di rispondere.
"E troppo presto per dirlo. A meno che il dottor Hunter abbia qualche teoria che..."
Non avevo alcuna intenzione di lasciarmi trascinare nel regno delle speculazioni. "Non ancora. Avete
trovato qualcos'altro?" Lo spazio all'interno della tenda doveva essere gi stato setacciato in cerca di
prove dal poliziotto incaricato delle ricognizioni preliminari.
"Nulla di rilevante. Due ossicini in superficie: crediamo che appartengano a un coniglio. In ogni caso,
non si tratta di reperti umani. Comunque, se vuol dare un'occhiata, la ringraziamo." Simms stava
controllando l'orologio. "Se non c' altro, adesso devo tenere una conferenza-stampa. Il professor
Wainwright la metter al corrente di tutto ci che deve sapere. Lavorer sotto la sua supervisione
diretta."
Il luminare mi stava osservando con un'espressione di blando interesse. Se il medico legale era la
massima autorit riguardo ai resti, naturalmente la responsabilit dello scavo ricadeva su di lui, nella sua
veste di archeologo forense.
La qual cosa non mi creava alcun problema, almeno in via di principio. Tuttavia ero a conoscenza di
casi in cui i cadaveri sepolti erano stati danneggiati da scavi maldestri o troppo invasivi - e quando un
cranio era stato mandato fracassato da un piccone o da una vanga il mio lavoro si complicava
tremendamente.
E, comunque, non avevo intenzione di venir trattato come l'assistente di Wainwright.
"D'accordo. Fintantoch durano le operazioni di scavo," dissi. "Naturalmente mi aspetto di venir
consultato su qualunque cosa riguardi i resti."
Dentro la tenda cal il silenzio. Simms mi osserv con occhi gelidi.
"Leonard e io ci conosciamo da molto tempo, dottor Hunter. In passato, abbiamo lavorato insieme in
numerose indagini. E con ottimi risultati, potrei aggiungere."
"Non intendevo..."
"Lei ci  stato consigliato caldamente per la sua professionalit, ma io voglio vedere un gioco di
squadra. In quest'indagine mi gioco la reputazione, e non tollerer alcun contrasto interno. Da nessuno.
Sono stato chiaro?"
Ero fin troppo consapevole dello sguardo di Wainwright, ed ebbi la certezza che a dare quell'imbeccata
a Simms fosse stato l'archeologo. Stavo per inalberarmi ma, avendo lavorato con un discreto numero di
commissari intrattabili, sapevo che era meglio evitare ogni discussione.
Mantenni un'espressione studiatamente distaccata - proprio come quella del mio interlocutore.
"S, certo."
"Bene. Perch sono sicuro che non sia necessario spiegarle quanto sia importante. Anche se Jerome
Monk  dietro le sbarre, io non considerer terminato il lavoro finch le sue vittime non saranno state
ritrovate e restituite alle loro famiglie. E se - ribadisco, se - questa  una di esse, io devo assolutamente
saperlo." Simms rimase a fissarmi ancora un istante, finch non si convinse di aver chiarito l'intera
faccenda. "Credo che sia tutto, adesso vi lascio al vostro lavoro."
Usc scostando i lembi della tenda. Per un istante, Wainwright e io rimanemmo in silenzio. Poi
l'archeologo si schiar teatralmente la gola.
"Bene, dottor Hunter, cominciamo?"
Sotto l'abbagliante luce dei riflettori il tempo pareva immobile. La torba scura si mostrava restia ad
allentare l'umida presa sul cadavere, aggrappandosi alla carne che affiorava pian piano in superficie. Il
lavoro progrediva lentamente. Di solito, in quasi tutte le variet di suolo, la forma della tomba - o
"taglio" - pu essere determinata con una certa facilit. Il terreno asportato e successivamente
riposizionato risulta pi morbido e meno compatto di quello circostante, e ci rende piuttosto facile
l'identificazione dei bordi della buca. Nel caso della torba, per, tale demarcazione appare meno
evidente, poich essa assorbe l'acqua come una spugna e, di conseguenza, tende a non creparsi come
altri tipi di terreno. In qualsiasi caso,  possibile individuare il riquadro della fossa, ma ci richiede una
scrupolosit e una perizia superiori.
E Wainwright possedeva ambedue le doti.
La sua mera presenza fisica dominava lo spazio delimitato dalle quattro pareti blu che ondeggiavano
dolcemente.
Nutrivo un certo timore di venir relegato ai margini delle operazioni di scavo, ma Wainwright si mostr
inaspettatamente contento del mio aiuto. Non appena l'orgoglio ferito smise di angustiarmi, mi ritrovai
costretto a riconoscere la straordinaria destrezza dell'archeologo forense.
Le sue grandi mani erano sorprendentemente svelte nel rimuovere la torba umida per portare alla luce i
resti sepolti, le sue tozze dita agivano con la precisione di un chirurgo. Lavorammo fianco a fianco,
inginocchiati sulle pedane di metallo disposte accanto alla fossa, e mentre il cadavere emergeva pian
piano dal terreno scuro mi trovai a riconsiderare la mia prima impressione su quell'uomo.
Per un certo periodo di tempo, seguitammo a lavorare in silenzio; poi Wainwright raccolse con la
paletta le due met di un lombrico schiantato da una vanga e disse: "Creature notevoli, non  vero?
Lumbricus terrestris. Organismi semplici, privi di cervello e persino di un sistema nervoso degno di
questo nome - e nonostante ci il loro corpo si riforma quando vengono tagliati in due. Da essi
possiamo apprendere una lezione importante: siamo noi umani a complicarci la vita. "
Gett il verme nell'erica e pos la paletta, facendo una smorfia quando le sue ginocchia scrocchiarono
rumorosamente.
"Questo lavoro non diventa pi semplice con l'et. Ma, in fondo, quando si verifica una simile
evenienza?
Di certo, lei  troppo giovane per comprendere queste cose. E di Londra, vero?"
"S, vivo l. E lei?"
"Oh, sono di queste parti. Di Torbay. A pochi minuti d'auto da qui. Grazie a Dio, questo mi risparmia
il soggiorno nella topaia che la polizia deve aver trovato per alloggiarvi.
Non la invidio." Si massaggi i lombi. "Allora, come le sembra il Dartmoor?"
"Desolato, a quanto ho potuto vedere."
"Concordo, poich non le  stato possibile cogliere il suo lato migliore. E una terra benedetta,
soprattutto per un archeologo. La maggior concentrazione di resti dell'et del bronzo in Gran Bretagna,
e la brughiera  una sorta di museo industriale. Si possono ancora esplorare i vecchi impianti delle
miniere di piombo e stagno che la costellano come mosche nell'ambra. Qualcosa di fantastico! Be',
almeno per i vecchi dinosauri come me.
Lei  sposato?"
Faticavo a seguire i suoi ragionamenti. "S."
"Ottima scelta. Una buona moglie ci impedisce di perdere il senno. Mi risulta inspiegabile come le
donne riescano a sopportarci. Mia moglie si merita una medaglia - e non manca mai di
rammentarmelo." Ridacchi. "Figli?"
"Una bambina, Alice. Ha cinque anni."
"Ah. Una magnifica et. Io ho due figlie, ma entrambe hanno ormai lasciato il nido. Se la goda, finch 
piccola.
Mi creda, tra dieci anni si chieder dov' finita la sua bambina."
Sorrisi deferentemente. "Deve passare ancora un po' di tempo prima che diventi un'adolescente."
"Ne approfitti. E... posso darle un consiglio?"
"Certo." Non si trattava del Wainwright che mi ero aspettato.
"Mai portarsi il lavoro a casa. In senso metaforico, naturalmente.
Nelle nostre professioni, il distacco  qualcosa di essenziale, soprattutto se abbiamo una famiglia.
Altrimenti si finisce per diventare insensibili, duri, arcigni.
Rammenti che qualunque cosa veda - per quanto spaventosa -,  soltanto lavoro."
Riprese la paletta e si volt nuovamente verso i resti.
"A dire il vero, di recente ho parlato con una persona che la conosce. Mi ha raccontato che inizialmente
lei si  dedicato agli studi di medicina,  vero?"
"S. Mi sono laureato in medicina, prima di dedicarmi all'antropologia. Chi gliel'ha detto?"
Aggrott le sopracciglia. "Mi sono scervellato a lungo per ricordarmene, ma la mia memoria non  pi
quella di un tempo. Credo che sia avvenuto a un congresso sulle scienze forensi. Si parlava del fatto che
la nuova generazione sta lavorando assai bene. E qualcuno ha menzionato il suo nome."
Mi sorprese che Wainwright ammettesse di aver sentito parlare di me. Ne fui comunque lusingato.
"Un bel salto, dalla medicina all'antropologia," prosegu, intento a rimuovere alacremente il terriccio
intorno a un gomito. "Mi sembra di aver inteso che lei ha studiato negli Stati Uniti,  cos? In un centro
di ricerca nel Tennessee, mi pare. Quell'istituto specializzato nelle ricerche sulla decomposizione."
"Il Centro di Antropologia Forense dell'Universit del Tennessee. Ho trascorso un anno l."
Era stato prima di conoscere Kara, dopo aver cambiato disciplina, passando dal lavoro con i vivi a
quello con i morti. Mi aspettavo un'osservazione sprezzante - ma non arriv.
"Sembra un posto interessante. Anche se non fa per me. Devo confessare di non essere un grande
amante delle Calliphoridae. Sono creature disgustose."
"Neanch'io posso dire di amarle alla follia, tuttavia hanno una loro utilit." Si tratta della famiglia cui
appartiene la mosca carnaria, il cui ciclo vitale offre un efficace marcatempo per investigare il decorso
della decomposizione. Evidentemente Wainwright amava i nomi latini.
"Immagino di s. Anche se non in questo contesto. Decisamente troppo freddo." Indic i resti con la
paletta.
"Allora... che cosa ne pensa?"
"Potr farmi un'idea precisa solo quando il corpo sar all'obitorio."
"Certo. Ma sono sicuro che ha gi tratto qualche conclusione."
Intravidi un sorriso sotto la mascherina che gli copriva il volto. Ero riluttante a prendere una qualche
posizione, sapendo che la situazione sarebbe potuta cambiare con grande facilit, allorch i resti fossero
stati ripuliti.
In qualsiasi caso, Wainwright non assomigliava affatto all'orco che avevo immaginato, e l c'eravamo
soltanto noi due. In considerazione della sua passata avversione per l'antropologia forense, mi sarei
dovuto spingere a fargli capire che non era l'unico esperto sulla scena.
Spostai il peso del corpo sui tacchi per osservare quel che avevamo riportato alla luce.
La torba  una sostanza singolare. Composta da resti di piante, animali e insetti parzialmente
decomposti, costituisce un ambiente ostile a gran parte dei batteri e delle minuscole creature che di
solito popolano il terreno che calpestiamo. Con una bassa percentuale di ossigeno e un livello di acidit
simile a quello dell'aceto,  in grado di preservare la materia organica, brunendola come i campioni nelle
provette di laboratorio. Nelle torbiere sono state rinvenute intere zanne di mammut, mentre i feretri
umani sepolti da secoli ne emergono pressoch intatti.
Negli anni cinquanta, il corpo di un uomo scoperto nel villaggio di Tollund, in Danimarca, era cos ben
conservato che si credette che fosse vittima di un omicidio: in considerazione della corda stretta intorno
al collo, probabilmente ci corrispondeva a verit - ma il delitto era avvenuto oltre due millenni prima.
Le propriet che rendono la torba una miniera d'oro archeologica la tramutano in un incubo per le
indagini forensi. Nel migliore dei casi, stabilire accuratamente il tempo intercorso dal decesso  davvero
complicato, e senza gli indicatori naturali offerti dalla decomposizione pu rivelarsi pressoch
impossibile.
In questo caso, tuttavia, dubitavo che avrebbe rappresentato un grosso problema. Adesso quasi la met
del cadavere era esposta. Giaceva pressappoco su un fianco, le ginocchia alzate, la parte superiore del
corpo rannicchiata scompostamente in posizione fetale. Sia il sottile top che aderiva al tronco,
attraverso il quale si intravedeva il profilo di un reggiseno, sia la gonna corta erano in tessuto sintetico e
di foggia contemporanea. Sebbene non potessi definirmi un esperto in materia, la scarpa dal tacco alto
calzata dal piede destro, che avevamo gi riportato alla luce, mi parve appartenere a uno stile in voga
piuttosto di recente.
L'intero corpo - capelli, pelle e vestiti - era incrostato di fango scuro e viscoso, e aveva un colore cos
uniforme che avrebbe potuto essere anch'esso di torba. Ciononostante nulla sarebbe stato in grado di
occultare le spaventose ferite che gli erano state inferte. Il profilo delle costole rotte risultava
chiaramente visibile sotto il tessuto infangato, e alcune ossa aguzze spuntavano dalle carni delle braccia
e della parte inferiore delle gambe. Sotto il viluppo appiccicoso dei capelli, il cranio appariva schiacciato
e deformato, con gli zigomi e la cavit nasale sfondati.
"Non molte. A parte quelle pi ovvie," dissi cautamente.
"E cio?"
Mi strinsi nelle spalle. Ero restio a pronunciarmi, visto che avevamo appena iniziato l'esame dei resti.
"Si tratta di una donna, anche se c' una remota possibilit che sia un transessuale."
Wainwright fece un verso ironico. "Che Dio ce ne scampi! Ai miei tempi non sarebbe mai sorto un
simile dubbio. Quand' che le cose sono diventate cos complicate?
Vada avanti."
Stavo cominciando ad appassionarmi alla mia tesi.
"Difficile dire quanto tempo sia rimasta sepolta. Si nota una certa decomposizione, e ci si spiega
probabilmente con la prossimit del corpo alla superficie."
La vicinanza all'aria permetteva ai batteri aerobici di decomporre i tessuti morbidi anche in una fossa
scavata nella torba, sebbene a un ritmo pi lento di quello normale.
Wainwright fece un cenno d'assenso col capo.
"Il tempo trascorso dal decesso pu collocarla tra le vittime di Monk? La morte pu essere avvenuta
meno di due anni fa?"
"S,  possibile," ammisi. "Ma non sono ancora in grado di formulare un'ipotesi attendibile."
"Ovviamente. E le ferite?"
"E troppo presto per stabilire se siano state inferte prima o dopo il decesso. Tuttavia appare evidente
che  stata picchiata in modo selvaggio. Probabilmente con un qualche tipo di oggetto o di arma. 
difficile immaginare che qualcuno possa spezzare in questo modo le ossa a mani nude."
"Neppure Jerome Monk?" Dietro la mascherina, Wainwright sogghign del mio imbarazzo. "Andiamo,
David, ammettilo," disse, passando al "tu". "Sembra proprio una vittima di quel pazzo."
"Mi far un'idea precisa quando il corpo sar stato ripulito e potr esaminare lo scheletro."
"Sei una persona prudente: la prudenza  una qualit che apprezzo. Comunque l'et  quella giusta:
basta guardare i vestiti. Nessuna che abbia superato la soglia dei ventun anni oserebbe indossare una
gonna cos corta.
"Non credo che..."
Fece una risatina baritonale. "Lo so, lo so, non  politicamente corretto. Ma... a meno che non si tratti
di una tardona vestita da ragazzina, o addirittura di un uomo, ci troviamo di fronte a un'adolescente o a
una giovane che  stata picchiata brutalmente e sepolta nel regno di Monk.
Sai come si dice dalle nostre parti: "Se assomiglia a un pesce e puzza di pesce..."
I suoi modi erano irritanti, ma Wainwright stava soltanto esprimendo ad alta voce quello che pensavo
anch'io.
"S,  possibile."
"Ah,  chiaro come il giorno! Anch'io potrei dire: "Probabile", ma a essere sinceri... E cos resta la
domanda su quale delle sventurate conquiste di Monk possa essere.
Una delle gemelle Bennett o la Williams?"
"Probabilmente saranno i vestiti a dircelo."
"E vero, ma questo si avvicina pi ai tuoi interessi che ai miei. E sospetto che ti sei gi fatto un'idea."
Ridacchi.
"Non preoccuparti, non ti trovi sul banco dei testimoni.
Fammi felice. "
Era difficile dirgli di no. "A questo punto, si tratta solo di congetture, ma..."
"S?"
"Be', le sorelle Bennett erano entrambe piuttosto alte."
L'avevo appreso dalle frettolose ricerche compiute dopo la telefonata di Simms: Zoe e Lindsey avevano
la flessuosa grazia delle indossatrici. "Chiunque sia, questa giovane  pi minuta. E difficile stabilire con
precisione l'altezza di un corpo cos rannicchiato, tuttavia  possibile stimare la lunghezza del femore - e
ci consente di formulare un'ipotesi della statura. Dubito che superasse il metro e sessanta."
Ripulito del tessuto morbido - e non era questo il caso - il femore poteva rappresentare un valido aiuto
per stabilire la statura, non certo un indice pienamente attendibile. Comunque, io avevo sviluppato una
certa abilit per queste misurazioni, e sebbene i resti apparissero rannicchiati e incrostati di fango, ero
quasi sicuro che non appartenessero a una persona alta come le gemelle Bennett.
La fronte di Wainwright si corrug mentre fissava la gamba pi vicina a noi. "Tombola. Avrei dovuto
accorgermene da solo... "
"E solo un'ipotesi. E... come dicevi, questo  pi vicino alla mia disciplina."
Mi scocc un'occhiata priva della giovialit di qualche attimo prima. Poi i suoi occhi si ridussero a
fessure e proruppe in una risata tonante.
"S, hai proprio ragione. Avevo dimenticato che Tina Williams era pi bassa delle Bennett. E questo
rende assai probabile che si tratti proprio di lei." Batt le mani.
"A ogni modo, procediamo con ordine. Finiamo di cavare il corpo dal terreno, va bene?"
Riprese la paletta e si rimise al lavoro, lasciandomi con la vaga impressione che quelle speculazioni
fossero state solo un'idea mia.
Non parlammo quasi pi; facemmo rapidi progressi nello scavo. Fummo interrotti soltanto dall'agente
incaricato dei rilievi preliminari, che prese a setacciare la torba estratta dalla fossa. A parte alcuni ossi di
coniglio, non trov niente d'importante.
Quando il corpo fu completamente libero, pronto per venir rimosso, fuori dalla tenda era ormai scesa
l'oscurit.
I resti giacevano sul fondo della fossa umida, patetici e osceni nel contempo. Avevamo appena
terminato il lavoro, quando Simms era tornato, accompagnato dal medico legale. Ci venne presentato
come il dottor Pirie.
Pirie era un personaggio bizzarro. Era alto poco pi di un metro e cinquanta, e la tuta protettiva
immacolata appariva troppo grande per la sua minuta corporatura.
Il volto che mi guardava da sotto il cappuccio possedeva lineamenti cos delicati che avrebbe potuto
appartenere a un bambino, se non fosse stato per la pelle rugosa e segnata, e per lo sguardo vecchio e
indagatore dietro la mezzaluna dorata degli occhiali.
"Buonasera, signori. State facendo progressi?" La sua voce suon flebile e pigolante, mentre si
avvicinava alla fossa. Accanto alla sagoma torreggiante di Wainwright, la statura del medico legale
sembrava ancora pi bassa: un chihuahua in confronto all'alano che l'archeologo poteva incarnare. E
tuttavia era impossibile non notare l'autorevolezza che promanava dalla sua persona.
Wainwright indietreggi di un passo per fargli spazio - con una certa riluttanza, o almeno cos mi parve.
"Quasi finito. Stavamo per cedere il posto all'agente che ha proceduto alle rilevazioni preliminari,
affinch si occupi degli ultimi particolari."
"Bene." La boccuccia del medico legale si contorse in una smorfia, mentre si accosciava accanto alla
buca poco profonda. "Oh, s, davvero bello..."
Non ero sicuro se si riferisse allo scavo o allo scheletro.
I medici legali sono una categoria piuttosto eccentrica: a quanto pareva, Pirie non rappresentava
un'eccezione.
"La vittima  di sesso femminile. Un soggetto probabilmente nella tarda adolescenza o di poco pi di
vent'anni."
Dopo essersi allontanato dalla fossa, Wainwright aveva abbassato la mascherina. Le sue labbra si
arricciarono, divertite. "Il dottor Hunter pensa che possa trattarsi di un transessuale, ma credo di poter
scartare questa possibilit."
Lo guardai sorpreso. Simms sbuff sprezzante.
"Direi proprio di s."
"Osservi le ferite," disse Wainwright, con voce tonante.
Aveva assunto un tono professionale. "Probabilmente sono state provocate da un bastone, o da un
oggetto simile.
Oppure da una persona dotata di una grande forza."
"E piuttosto presto per una tale affermazione, non le pare?" comment Pirie, dal bordo della fossa.
"S, naturalmente. Spetta all'autopsia stabilirlo," replic Wainwright, mellifluo. "Riguardo al tempo che 
rimasta sepolta, se qualcuno insistesse per avere una stima, direi un paio d'anni al massimo."
"Sei sicuro?" gli chiese Simms, bruscamente.
Wainwright allarg le braccia. "Si tratta solo di un'ipotesi ma, tenendo conto dell'influsso della torba e
dello stadio di decomposizione, ne sono quasi certo."
Lo fissai: non riuscivo a credere a ci che avevo udito.
Simms annu soddisfatto. "Potrebbe quindi essere una delle vittime di Monk."
"Oh, credo che sia plausibile. Anzi, se dovessi azzardare un'altra ipotesi, direi che esistono buone
probabilit che questa figliola sia Tina Williams. Il femore  troppo corto per appartenere a una persona
con la statura delle gemelle Bennett, e se la memoria non mi inganna, lei era circa un metro e sessanta,
giusto? Corrisponde perfettamente.
Inoltre, considerando il trattamento ricevuto da Angela Carson, le ferite fanno pensare a Monk."
Carter. Angela Carter, non Carson Ma ero troppo arrabbiato per parlare: appropriandosi delle mie
argomentazioni, Wainwright si stava prendendo sfacciatamente ogni merito. E d'altra parte non potevo
obiettare alcunch senza apparire meschino. Pirie sollev lo sguardo: era ancora accanto alla fossa.
"Non sono certo elementi sufficienti per un'identificazione."
Wainwright scroll le spalle, sdegnosamente. "Diciamo che  un'ipotesi ragionevole. Almeno credo che
varrebbe la pena concentrarsi sulla possibilit che sia Tina Williams. Sarebbe bene arrivare
all'identificazione prima possibile..."
Inarc un sopracciglio, rivolgendosi a Simms. Il commissario si batt una mano sulla coscia,
rinfrancato.
"Concordo. Dottor Pirie, quando sar in grado di confermare che si tratta di Tina Williams?"
"Dipende dalle condizioni dei resti quando saranno stati ripuliti." Il piccolo medico legale sollev lo
sguardo verso di me. "Avremo un risultato pi veloce se il dottor Hunter lavorer insieme a me?...
Immagino che i traumi che interessano lo scheletro riguardino pi la sua disciplina che la mia..."
Aveva una strana intonazione cantilenante, che trasformava quasi tutte le sue frasi in interrogativi.
Riuscii ad annuire, furioso e sbalordito dal comportamento di Wainwright.
"Le daremo tutto l'aiuto che le occorre." Simms sembrava non prestare pi ascolto. "Prima siamo in
grado di annunciare l'identit di questa poveretta, e meglio sar.
E se Monk ha sepolto qui una delle sue vittime,  ragionevole supporre che le altre non siano lontane.
Un lavoro eccellente, Leonard, grazie. Porta i miei saluti a Jean. Se questo fine-settimana siete liberi,
domenica potreste venire a pranzo da noi. Che ne dici?"
"Ah, eccellente," rispose Wainwright.
Simms si volt verso di me, come se soltanto allora si fosse ricordato della mia esistenza. "Vuole
aggiungere qualcosa, dottor Hunter?"
Guardai Wainwright. Anche se aveva un'espressione di garbata curiosit, dai suoi occhi trapelava la
soddisfazione del rapace. E va bene, se  questo che vuoi...
"No."
"Allora vi lascio," disse Simms. "Domani mattina dobbiamo cominciare presto."
Capitolo 3
Quella sera, quando arrivai alla locanda dove mi avevano prenotato una stanza, schiumavo ancora di
rabbia.
Si trovava a qualche chilometro da Black Tor, in un posto chiamato Oldwych che, a quanto mi avevano
detto, si trovava a meno di venti minuti d'auto dalla fossa. Le indicazioni si rivelarono eccessivamente
ottimistiche, o forse sbagliai strada, giacch dovettero passare quasi tre quarti d'ora prima che scorgessi
una manciata di luci nell'oscurit davanti a me.
Era ora. Era stata una lunga giornata, e guidare nella brughiera immerso nel buio pi fondo non
corrispondeva alla mia idea di divertimento. Il modo in cui mi ero lasciato sfruttare e turlupinare da
Wainwright mi bruciava ancora. Data la sua reputazione, avrei dovuto essere pi accorto. Una
pioggerellina brumosa investiva il parabrezza: il bagliore dei fari si rifrangeva su di essa mentre mi
fermavo nel parcheggio di quella locanda che era anche un pub. Al suo esterno pendeva un'insegna
scrostata: le parole The Trencherman's Arms erano sbiadite al punto da risultare quasi invisibili.
Visto da fuori, il locale - un edificio basso e lungo, con l'intonaco che si staccava dai muri e un tetto di
paglia malconcio - non sembrava granch. Questa impressione fu confermata non appena spinsi la
porta consunta e cigolante. Il puzzo stantio di birra si adattava perfettamente ai tappeti lisi e ai dozzinali
finimenti per cavalli in ottone appesi alle pareti. Il locale era vuoto, il camino spento e freddo.
Comunque... ero stato in posti peggiori.
Anche se di poco.
Il proprietario era un uomo sulla cinquantina dall'espressione scontrosa, penosamente smilzo, tranne
che per una sorprendente pancia che sembrava dura come una palla da bowling. "Se vuole mangiare, le
comunico che la cucina chiude tra venti minuti," disse, senza alcun garbo, facendo scivolare una chiave
con la catenella tranciata sul bancone logoro.
La stanza era all'incirca come me l'aspettavo: n particolarmente pulita n cos malridotta da lamentarsi
con il locandiere. Il materasso gemette quando appoggiai la borsa sul letto, flettendosi sotto il suo peso.
Mi sarebbe piaciuto fare una doccia, ma nel bagno comune c'era soltanto una vasca arrugginita; inoltre
avevo fame.
Comunque il cibo e la rinfrescata avrebbero potuto aspettare. Il cellulare aveva campo - e questa era
una piacevole sorpresa. Mentre chiamavo Kara e Alice, accostai la sedia dal duro schienale al piccolo
termosifone.
Mi sforzavo di telefonare sempre alla stessa ora, in modo che mia figlia potesse aggrapparsi a una sorta
di routine.
Kara lavorava tre giorni alla settimana in ospedale, ma i suoi orari le permettevano di passare a prendere
la bimba a scuola quando ero via. Faceva la radiologa - e questo aveva scatenato lunghe discussioni tra
noi quando era rimasta incinta. Allora avere un figlio non rientrava nei nostri programmi, almeno per
qualche anno, cio fino a quando non avessi ottenuto dalla polizia incarichi sufficienti a integrare il mio
stipendio universitario, in modo che Kara potesse restare a casa e occuparsi del nascituro.
Naturalmente le cose non erano andate secondo i nostri piani. Ma n io n Kara nutrivamo alcun
rimpianto.
Anche se avremmo potuto cavarcela senza che lei riprendesse a lavorare, non avevo obiettato nulla
riguardo alla sua decisione di accettare un incarico part-time quando Alice aveva iniziato ad andare
all'asilo. Il suo lavoro le piaceva, e qualche soldo in pi non guastava. Inoltre, date le esigenze della mia
carriera, non ero nella posizione di oppormi.
"Un tempismo perfetto!" disse Kara quando rispose.
"Qui c' una signorina che sperava in una tua telefonata prima che andasse a letto."
Sorrisi, mentre passava il telefono ad Alice.
"Pap, ho fatto un disegno per te! "
"Fantastico! E un altro cavallo?"
"No,  la nostra casa. Ma ha le tende gialle perch mi piacciono di pi. Anche la mamma dice che le
preferisce...
Ascoltando il racconto eccitato di mia figlia, sentii scivolar via da me la rabbia e la frustrazione. Alla
fine, Kara la sped a lavarsi i denti e si rimpossess del telefono. La sentii accomodarsi su una sedia.
"Allora, com' andata?" mi chiese.
Il fatto di essermi lasciato manipolare da Wainwright non mi sembrava pi cos importante. "Oh...
avrebbe potuto andare peggio. Terry Connors  il vice del commissario-capo: per lo meno c' un volto
familiare."
"Terry? Be', digli di salutarmi Deborah." Non sembrava troppo contenta. "Sai gi quanto dovrai
fermarti?"
"Un paio di giorni almeno. Domani lavorer all'obitorio.
Ma qui hanno intenzione di cercare altre fosse e, a questo punto, la mia permanenza dipende da cosa
riescono a trovare."
Parlammo ancora per qualche minuto, finch non giunse il momento di mettere a letto Alice.
Rammaricandomi di non esser l a raccontarle una storia, mi lavai e mi cambiai, prima di scendere nel
pub. Mi ero dimenticato dell'avvertimento del padrone sulla chiusura della cucina: i venti minuti
annunciati stavano per scadere. Mentre ordinavo fiss a bella posta l'orologio, con un'espressione di
disapprovazione sulle labbra.
"Altri due minuti e sarebbe stato troppo tardi," comment, seccamente.
"Allora posso dire di essere davvero fortunato."
Serrando le labbra, l'uomo and a portare la mia comanda in cucina. Adesso c'era gente al bar: molti
agenti di polizia o persone che immaginai legate alle indagini.
C'era solo un tavolo libero, e mi diressi l con il mio bicchiere.
A quello vicino, sedeva solitaria una donna; si portava distrattamente il cibo alle labbra, mentre leggeva
da una cartellina aperta accanto al piatto. Quando mi accomodai, non sollev neppure lo sguardo.
Il proprietario della locanda si avvicin con le posate.
"Non pu occupare questo tavolo:  prenotato."
"Non c' nessun cartoncino di avvertimento."
"Non ce n' alcun bisogno," replic, con aria di meschino trionfo. "Dovr spostarsi."
Non avevo voglia di mettermi a discutere. Senza illudermi, mi guardai intorno alla ricerca di un'altra
sistemazione, ma l'unico posto libero era al tavolo della giovane sola.
"Le spiace...?" esordii, ma il padrone mi precedette, appoggiando rumorosamente le posate sul tavolo.
"Dovrete dividerlo," dichiar, prima di allontanarsi a grandi passi. La donna guard prima lui e poi me,
sorpresa.
Le rivolsi un sorriso imbarazzato. "Qualit e cortesia. A questo posto non manca proprio nulla."
"Gi. Ma aspetti di assaggiare il cibo." Spost la cartellina, con aria irritata.
"Se  un fastidio, posso cercare un altro posto."
Per un attimo, notai che fu tentata dalla mia offerta; poi cambi idea. Con un cenno, mi invit ad
accomodarmi.
"No, nessun problema. Tanto ho gi finito." Pos la forchetta. "Mangia?"
"Spero di s."
"Buona fortuna, allora," disse, allontanando da s il piatto.
Era attraente, anche se in modo non appariscente. Indossava un paio di vecchi jeans e un maglione
sformato; i folti capelli biondo rame erano raccolti all'indietro, trattenuti da una fascia. Mi sembr una
persona che non si preoccupava troppo del proprio aspetto - secondo me, non aveva bisogno di farlo.
Anche Kara era cos. Poteva mettersi qualunque cosa senza sfigurare.
Lanciai un'occhiata alla cartellina, al foglio che stava leggendo. Sebbene rovesciato, riconobbi un
rapporto di polizia - per lo meno ci che vidi ne aveva l'aspetto. "Sei qui per le indagini?" le chiesi,
dandole del "tu".
Con un gesto ostentato, la giovane prese la cartellina e la infil nella borsa. "Sei un giornalista?"
Nella sua voce c'era una nota gelida. "Io? Dio, no," risposi, stupito. "Scusa, mi chiamo David Hunter.
Sono un antropologo forense. Faccio parte della squadra investigativa del commissario Simms."
Lei si rilass, sorridendo con un leggero imbarazzo.
"Mi devi scusare. Divento leggermente paranoica quando qualcuno comincia a farmi domande sul
lavoro. E... s, partecipo anch'io alle indagini." Mi tese la mano. "Sophie Keller."
La sua stretta era robusta; la mano forte e asciutta. Evidentemente era abituata a cavarsela nell'ambiente
tradizionalmente maschile della polizia.
"Allora... di che cosa ti occupi, Sophie? O... ti sembro di nuovo indiscreto?"
La giovane sorrise - aveva uno splendido sorriso. "Sono una consulente investigativa comportamentale.
"
"Certo."
Segu una pausa. Poi scoppi a ridere. "Nessun problema, se ignori che cosa significa: siamo pochissimi
in tutto il paese. Da parte mia, comunque, non sono sicura di sapere chi sia esattamente un antropologo
forense."
"Un consulente investigativo comportamentale svolge un'attivit simile a quella di un profiler)" chiesi,
imponendomi di mostrarmi diplomatico. Non era una specializzazione nella quale confidassi
particolarmente.
"Per quanto riguarda l'aspetto psicologico, s, tuttavia  qualcosa che ha orizzonti pi ampi.
Personalmente fornisco consulenze sulle caratteristiche e le motivazioni dei criminali, ma studio anche
le scene del crimine, elaboro strategie per interrogare i sospetti... Cose di questo genere, insomma."
"Perch oggi non eri alla fossa?"
"Hai toccato un tasto dolente. Ho saputo della fossa soltanto nel pomeriggio, e cos dovr
accontentarmi delle fotografie. D'accordo, si tratta di un ripiego, ma la mia collaborazione non riguarda
solo quel ritrovamento."
"Cio?"
Esit. "Be', non credo che sia un segreto. Mi hanno chiamato perch se il cadavere della giovane
appartiene a una delle vittime di Monk, le altre potrebbero essere sepolte nelle vicinanze. Vogliono il
mio parere sui luoghi che lui pu aver scelto come tombe. E una sorta di mia specialit, quella di
trovare dove sono nascoste le cose. In particolare, i cadaveri."
"Come ci riesci?" Ero incuriosito. Negli ultimi anni, alcuni ausili scientifici e tecnologici si erano rivelati
utili per localizzare i corpi sepolti - la fotografia aerea, la geofisica, la termografia... Comunque la
scoperta di una fossa poteva ancora dirsi un terno al lotto, soprattutto in un posto come il Dartmoor. E
non ero sicuro di capire che genere di contributo potesse dare un'esperta del comportamento.
"Oh, ci sono diversi modi," disse, senza precisare alcunch.
"Be', adesso sai cosa fa un consulente investigativo comportamentale. Tocca a te."
Le fornii un quadro sommario delle attivit di antropologo forense, interrompendomi quando il
proprietario della locanda arriv con il cibo. Letteralmente mi sbatt il piatto davanti: la salsa trabocc
sul tavolo. Sperai che si trattasse davvero di salsa: quel liquido bruno, denso e oleoso avrebbe potuto
essere qualsiasi cosa.
Sophie e io restammo a contemplare la massa di verdure stracotte e carne marrone. "E cos hai scelto di
non prendere salmone affumicato e pat de foie gras, eh?" disse, dopo un istante.
"Sono gli extra che ti spingono a scegliere questo mestiere," replicai, mentre tentavo di infilzare una
carota che si stava disfacendo. "Da dove arrivi, tu? Non sembri di qui."
"Sono di Bristol, ma adesso vivo a Londra. Da bambina venivo in vacanza da queste parti, e cos
conosco il Dartmoor abbastanza bene. Amo questi spazi aperti. Un giorno, mi piacerebbe trasferirmi
qui, ma il lavoro... Be', sai com'. Forse quando mi stancher di fare la consulente per la polizia."
"Mi riservo di giudicare il Dartmoor quando lo conoscer meglio. Comunque sono stato spesso a
Bristol. Un bel posto. Mia moglie  di Bath."
"Ah, capisco."
Ci scambiammo un sorriso: ora sapevamo che i confini erano tracciati. Dopo aver stabilito la mia
condizione di uomo sposato, potemmo rilassarci senza temere di inviare qualche dubbio segnale.
Acuta e spassosa, Sophie era un'ottima compagnia. Mi raccont della sua casa e dei suoi progetti per il
futuro, e io le parlai di Kara e Alice. Entrambi chiacchierammo del nostro lavoro, anche se l'argomento
dell'indagine in corso fu scrupolosamente evitato. Il caso era ancora aperto, e nessuno di noi due aveva
l'intenzione di rivelare informazioni riservate a un perfetto sconosciuto.
Quando guardai verso l'altra estremit della sala e scorsi Terry e Roper che venivano nella nostra
direzione, capii che la situazione sarebbe cambiata. Terry parve sbalordito di vederci seduti insieme a
quel tavolo. Mentre si avvicinava, assunse un'espressione guardinga.
"Non sapevo che vi conosceste," disse. Roper rimase dietro di lui: l'odore del suo dopobarba mi
sembr ancor pi insopportabile in un locale chiuso.
Sophie accolse Terry con un sorriso velato da una certa durezza. "Ci siamo conosciuti pochi minuti fa.
E David mi ha raccontato del suo lavoro. Davvero affascinante."
"S,  cos," replic Terry, in tono distaccato.
"Perch non ti siedi con noi?" gli chiesi, a disagio per l'atmosfera che si era creata all'improvviso.
"No, Roper e io non vogliamo interrompere la vostra conversazione. Siamo venuti solo per
comunicarti le novit."
Da sopra la spalla, disse a Roper. "Va' a prendere le birre, Bob."
"Novit?" ripetei.
Terry si rivolse a me, come se Sophie non esistesse. "Ricordi che stamane ti ho detto che dovevo
recarmi in un posto? Be', ero diretto alla prigione del Dartmoor per incontrare Jerome Monk. "
Ecco spiegato il precedente riserbo di Terry - non c'era da stupirsi se aveva mostrato di essere in preda
all'agitazione.
Sophie intervenne prima che potessi dire qualcosa.
"Sei andato a interrogarlo? Perch non sono stata avvertita?"
"Prenditela con Simms," replic Terry. "Comunque, non avrebbe fatto alcuna differenza. Volevamo
scuoterlo con la notizia della scoperta della fossa, sperando che ci avrebbe detto chi ci era sepolto: il
suo avvocato, per, gli ha suggerito di tenere il becco chiuso. Non siamo riusciti a cavarne niente,
neppure una smentita - e, a mio avviso, ci equivale a una confessione."
"Ho l'assoluta certezza che una giuria ti creder sulla parola! " Sophie era ancora furibonda. "Non riesco
a credere che tu l'abbia interrogato senza consultarmi! Che senso ha chiamare un'esperta
comportamentale e poi non interpellarla? E da stupidii "
Mi sforzai di non batter ciglio. Evidentemente il tatto non era una sua prerogativa. Terry si rabbui in
volto.
"Sono sicuro che il commissario-capo sar felice di apprendere che  uno stupido."
"Non hai detto che avevi delle novit?" interloquii, cercando di spostare l'argomento della
conversazione.
Terry lanci a Sophie un'ultima, rabbiosa occhiata, prima di voltarsi verso di me. "Monk ha accettato di
collaborare."
"In che modo?"
Sembrava che neppure Terry riuscisse a crederci. "Ci mostrer i luoghi dove sono sepolte le altre
vittime."
Capitolo 4
Il furgone della prigione sobbalzava sulla strada stretta, scortato dalle auto e dalle motociclette della
polizia che lo precedevano, lo seguivano e lo fiancheggiavano con i lampeggianti blu accesi. Il corteo
super le rovine invase dalle erbacce di un'antica noria - una delle vestigia delle vecchie miniere di
stagno di cui mi aveva parlato Wainwright - e si ferm poco distante da un elicottero posato su uno
spiazzo della brughiera; le sue pale ruotavano indolenti. Le portiere delle auto della polizia si aprirono e
ne uscirono alcuni agenti armati: le tozze sagome delle pistole rilucevano debolmente nel piovischio
dei-primo mattino. Poi si spalancarono le porte anteriori del camioncino del carcere. Ne scesero due
guardie che si diressero verso il retro del veicolo. La ressa di uniformi nascose alla vista i loro
movimenti ma, un attimo dopo, gli sportelli si aprirono.
Un uomo usc dal retro del furgone. Rapidamente i poliziotti e le guardie carcerarie formarono una
stretta barriera intorno a lui, celandolo parzialmente agli sguardi.
Ma la grossa testa rasata era chiaramente visibile, e risaltava come un pallone bianco al centro delle
sagome che la circondavano. L'uomo fu sospinto sulla brughiera fino all'elicottero; si ingobb, allorch
due guardie lo incalzarono a procedere sotto le pale turbinanti del rotore. Sal goffamente in cabina -
sembrava che quel gesto gli fosse pressoch sconosciuto. Mentre si issava, scivol e cadde,
appoggiandosi su un ginocchio. Dall'interno dell'elicottero, spuntarono rapide alcune mani che gli
afferrarono un braccio e lo aiutarono a risollevarsi. Per un attimo l'intera figura di quell'individuo terreo
e infagottato nella divisa della prigione si stagli nitida in controluce.
Poi scomparve nella cabina. Una delle guardie lo segu e il portello si chiuse con uno scatto. I rotori
acquistarono velocit, e il secondo agente indietreggi fino al furgone della prigione, premendosi il
cappello sul capo, mentre la corrente d'aria generata dalle pale increspava l'erba.
L'elicottero si sollev da terra, inclinandosi leggermente; poi pieg verso la brughiera e rimpicciol fino
a diventare una macchiolina nera nel cielo grigio.
Terry abbass il binocolo mentre il rumore dei rotori scemava. "Be', come ti  sembrato?"
Mi strinsi nelle spalle, con le mani infilate profondamente nelle tasche del cappotto. Il mio alito creava
nuvolette di vapore nella pioviggine. "Niente male, a parte quando  scivolato. Dove l'avete trovato?"
"Il sosia? E un pelatone del quartier generale. Da vicino, non assomiglia affatto a Monk, ma  quanto di
migliore abbiamo trovato." Terry si mordicchi un labbro.
"Che ne dici delle armi? E stata una mia idea."
"Molto teatrali."
Mi lanci un'occhiata. "Cosa intendi dire?"
"Mi sembra che vi siate presi dei gran fastidi, soltanto questo."
" il prezzo da pagare per liberarsi della stampa. Cos hanno qualcosa da fotografare, e noi possiamo
lavorare senza quei bastardi tra i piedi."
La sua contrariet era comprensibile. Anche se in teoria avrebbe dovuto essere un segreto, era
inevitabile che trapelasse qualche voce sul coinvolgimento di Monk nell'indagine. Sarebbe stato
praticamente impossibile tenere lontani gli operatori della stampa da quell'area della brughiera, e cos il
diversivo li avrebbe impegnati mentre si svolgevano le ricerche. Trovare una fossa in quella landa
sarebbe risultato gi abbastanza difficile senza giornalisti che gironzolavano ovunque.
"Sembra che stia succedendo qualcosa," disse Terry, guardando nel binocolo.
A circa un chilometro e mezzo di distanza, una fila di auto e furgoni percorreva una stradicciola,
muovendosi nella direzione presa dall'elicottero. Terry emise un grugnito soddisfatto.
"Finalmente!" Diede un'occhiata all'orologio. "Andiamo.
Il soggetto autentico dovrebbe essere qui tra poco."
C'erano voluti due giorni per sbrigare le pratiche burocratiche e gestire i preparativi per il rilascio
temporaneo di Monk. Avevo passato la maggior parte di quel tempo all'obitorio. Ripulite dallo strato di
torba, le ferite della giovane apparvero in tutta la loro scioccante entit. Non c'era quasi parte del suo
scheletro a non essere danneggiata: in alcuni punti, soltanto i tendini e il tessuto molle gi compromesso
tenevano insieme le ossa. Si trattava del genere di trauma ascrivibile a un incidente automobilistico: era
difficile pensare che fosse opera di un essere umano.
"L'autopsia non  stata in grado di stabilire con sicurezza la causa della morte," mi disse Pirie, con aria
imperturbabile. "Numerose ferite avrebbero potuto dimostrarsi fatali. Molti organi interni e tessuti
molli apparivano lesi, e lo ioide era spezzato; inoltre diverse fratture alle vertebre cervicali possono
essere ascritte come causa della morte. Ma anche i danni alla cavit toracica possono essere stati letali,
visto che le costole scheggiate sono penetrate nel cuore e nei polmoni. Comunque, le ferite subite da
questa donzella sono talmente gravi che lo shock derivante da esse sarebbe stato sufficiente a
ucciderla."
Donzella mi parve un'espressione curiosamente antiquata.
Quasi affettata. Per qualche ragione, mi mosse a simpatia verso quel bizzarro medico legale. "Ma...?" Lo
pungolai.
Fui ricompensato da un debole sorriso. "Come dicevo ieri, i traumi dello scheletro riguardano pi la sua
disciplina, dottor Hunter. Non posso escludere lo strangolamento, tuttavia i colpi inferti alla testa sono
stati talmente violenti da far s che le vertebre e lo ioide avrebbero subito comunque danni.
L'aggressione dev'essere stata furiosa."
"Le ferite sono paragonabili con quelle inflitte ad Angela Carter?"
Mi era stata data una copia del precedente rapporto autoptico soltanto quel mattino, e non avevo
ancora avuto modo di leggerlo. Monk continuava a negare di aver conosciuto quest'ultima vittima, ma
la somiglianza tra le sue tremende ferite e quelle della giovane martoriata era innegabile.
"Sfortunatamente lo stato di decomposizione dei tessuti molli era troppo avanzato per rilevare una
qualche traccia di violenza sessuale. Speravo che la torba li avesse conservati, ma i traumi e la scarsa
profondit della fossa hanno lavorato contro di noi. Un peccato. " Sbuff, pervaso dal rammarico.
"Anche la Carter ha subito principalmente traumi al volto e al cranio, sebbene la loro gravit non sia
affatto paragonabile a questa. Comunque credo di aver capito che in quel caso Monk fu interrotto
dall'arrivo della polizia, la qual cosa potrebbe spiegare perch queste ferite siano pi... pronunciate."
E in modo assai evidente. Sul metallo anodizzato del tavolo autoptico, i lineamenti dell'ignota ragazza
sembravano a malapena umani. La parte anteriore del cranio appariva sfondata come un uovo, mentre
la pelle e i tessuti molli del volto erano spappolati nelle ossa frantumate delle guance e della cavit
nasale.
"Mi pare che gli psicologi sostengano che sfigurare in questa maniera il volto della vittima rappresenti
un'espressione del senso di colpa dell'assassino, che tenta di estirparne lo sguardo accusatore. Credo che
sia una spiegazione comunemente accettata."
"S, a grandi linee  cos," convenni. "Tuttavia Jerome Monk non mi sembra un tipo che soffre di
rimorsi."
"Ha ragione. E allora, o la sua furia  davvero terrificante, oppure trae piacere dallo sfigurare le sue
vittime."
Mi guard da sopra la montatura a mezzaluna degli occhiali. "A essere sincero, non so cosa sia pi
inquietante."
Neppure io. Una frazione della forza impiegata sarebbe stata comunque fatale. Chiunque fosse questa
giovane, non era stata soltanto picchiata a morte, bens ridotta a brandelli. Letteralmente.
Mi aspettavo che il medico legale mi lasciasse con l'assistente dell'obitorio, ma rimase ad aiutarmi nel
macabro compito di finire di pulire i resti, staccando prima i tessuti molli e poi smembrando lo
scheletro, in modo da poter metterlo a bagno nella soluzione detergente. Era una fase essenziale del
mio lavoro, sebbene quelle operazioni non mi fossero particolarmente gradite. Soprattutto se la vittima
era pressappoco un'adolescente - io avevo una figlia.
Comunque Pirie non pales alcuna riluttanza. "Sono sempre felice di imparare nuove tecniche," disse,
separando delicatamente un tendine dall'osso cui era collegato.
"Anche se mi rendo conto che, visti i tempi, ci mi confini probabilmente in una minoranza."
Mi ci volle qualche attimo, per rendermi conto che aveva fatto una battuta.
Alla fine, confermare che si trattava del corpo di Tina Williams fu piuttosto semplice. Gli abiti e i
gioielli corrispondevano a quelli con cui quell'attraente diciannovenne era stata vista l'ultima volta,
prima di sparire da Okehampton (una cittadina dedita al commercio situata nell'area settentrionale del
Dartmoor), e le cartelle odontoiatriche confermarono la sua identit al di l di ogni ragionevole dubbio.
Anche se la mascella e la mandibola erano fracassate e i denti anteriori spezzati, ne rimaneva un numero
sufficiente per accertare la sua identit. L'aggressione era stata selvaggia ed estesa, ma non metodica.
Monk non si era reso conto che la sua vittima avrebbe potuto essere identificata grazie alle cartelle
cliniche del suo dentista - o magari non gli importava.
D'altro canto, probabilmente non si aspettava che il corpo venisse ritrovato.
Non ero riuscito ad aggiungere molto a quanto gi sapevamo. Il cadavere di Tina Williams mostrava
ferite spaventose, causate da colpi inferti a mani nude o con un corpo contundente. Gran parte delle
costole e la clavicola rivelava fratture semplici, provocate da una forza esercitata rapidamente dall'alto
verso il basso, al pari dei metacarpi e delle falangi di entrambe le mani. Anche se il volto mostrava le
cosiddette "fratture di LeFort" - lesioni tipiche dei traumi facciali, che si determinano quando la forza
dell'impatto si disperde lungo certe aree del cranio -, la parte posteriore del capo era intatta. Ci
suggeriva che era stata colpita mentre giaceva supina su una superficie morbida.
Comunque sembrava che non avesse minimamente tentato di difendersi. Di solito, quando
l'avambraccio viene sollevato per bloccare un colpo,  l'ulna a sostenere l'urto, la qual cosa provoca una
lesione a forma di cuneo chiamata "frattura da parata". In questo caso, l'ulna e il radio di entrambe le
braccia rivelavano fratture pi complesse, comminute. Ci sembrava indicare due scenari possibili: Tina
Williams era gi morta o priva di coscienza durante l'attacco, oppure era legata e impotente mentre
Monk le rompeva quasi tutte le ossa del corpo.
Speravo che fosse esatta la prima ipotesi.
Era difficile dire che cosa avesse provocato le lesioni, tuttavia credevo di poter immaginarlo. Sebbene
Monk fosse abbastanza forte da averne causate gran parte a mani nude, l'osso frontale del cranio della
giovane mostrava una frattura nettamente incurvata. Appariva troppo estesa per essere originata da un
martello, che probabilmente l'avrebbe sfondato. Mi sembrava che il colpo fosse stato inferto col tacco
di una scarpa o di uno stivale.
Era stata calpestata.
Mi ero occupato di moltissimi casi di morte violenta, ma l'immagine evocata da quel dettaglio era
davvero inquietante.
E adesso stavo per trovarmi faccia a faccia con il responsabile dello scempio.
Il rumore dei rotori dell'elicottero era ormai svanito completamente quando Terry e io tornammo al
piccolo insediamento di roulotte, auto e furgoni della polizia a margine del viottolo della brughiera,
dove adesso erano riprese le attivit. La torba si imbeveva d'acqua come una spugna, e il massiccio
traffico stava trasformando la landa in un pantano. Per agevolare il transito erano state sistemate delle
tavole di legno, ma il fango nerastro continuava ad affiorare tra le assi, rendendole infide e scivolose.
Avevo previsto di dovermi trattenere l solo per qualche giorno, ma l'inattesa disponibilit del detenuto
a mostrarci dove erano sepolte Zoe e Lindsey Bennett aveva cambiato completamente la situazione.
Anche se Wainwright sarebbe stato il responsabile degli eventuali scavi, Terry mi aveva detto che
Simms voleva che fossi a disposizione nel caso fossero stati trovati altri cadaveri.
"Sei nervoso? Per l'incontro con Monk, voglio dire," mi aveva chiesto Kara, la sera prima.
"No, assolutamente no." Comunque dovetti ammettere di essere curioso. "Non capita tutti i giorni di
trovarsi di fronte a un mostro."
" sufficiente che tu non gli vada troppo vicino."
"Non credo che correr questo rischio. Ci  stato ordinato di tenerci a distanza. Inoltre io sar tra quelli
che si muovono solo dietro i poliziotti. "
"Lo spero." Kara non stava affatto scherzando. "Come sta Terry?"
"Abbastanza bene, mi pare. Perch?"
"Ieri sera ho chiamato Deborah. Erano secoli che non ci sentivamo, e cos ho pensato di farle uno
squillo per sapere come sta. Mi  sembrata strana."
"Strana... come?"
"Non saprei. Turbata. Depressa. Non aveva voglia di parlare. Mi  venuto da chiedermi se non ci sia
qualche problema tra loro."
Anche se stesse vivendo un periodo di tensione con la moglie, Terry non me l'avrebbe mai detto. Non
avevamo quel genere di confidenza. "Non ho avuto molte occasioni per parlargli. Comunque 
tremendamente sotto pressione.
Forse si tratta soltanto di questo."
"Forse," replic Kara.
A prescindere da ci che stava accadendo tra le pareti di casa, sul volto di Terry cominciava a trasparire
lo stress dell'indagine. Mostrava un atteggiamento ipersensibile, sovreccitato, tipico di una persona che
dorme poco e beve troppi caff. Non c'era da meravigliarsi: a quanto mi sembrava, Simms delegava
pressoch tutto al suo vice.
Tranne le conferenze-stampa, delle quali si occupava di persona. Si era assunto il merito
dell'identificazione di Tina Williams - mi pareva di vederlo pontificare davanti a telecamere e microfoni
con i suoi lineamenti da statua di cera ogni volta che guardavo un telegiornale. Una sua dichiarazione
era stata trasmessa pi volte: "Anche se il responsabile delle morti di Angela Carter, Tina Williams e
Zoe e Lindsey Bennett  probabilmente rinchiuso in galera, l'indagine non pu dirsi conclusa. Non avr
pace finch tutte le vittime di Jerome Monk non saranno state ritrovate e restituite alle loro famiglie. "
La somiglianza con quanto il commissario-capo aveva detto il primo giorno nella tenda della Scientifica
appariva piuttosto sospetta. Mi domandavo se gi allora non stesse provando potenziali frasi a effetto.
E cos, mentre Simms corteggiava le telecamere e diventava il volto pubblico dell'indagine, Terry era
pressoch costretto a sobbarcarsi l'intero peso delle operazioni di ricerca. All'epoca della Polizia
Metropolitana, aveva gestito casi complessi, ma in nessun modo paragonabili a questo.
Speravo che si dimostrasse all'altezza.
Mentre prendevamo rumorosamente sulle assi, lanci di nuovo un'occhiata nervosa all'orologio. "Va
tutto bene?" gli chiesi.
"Perch non dovrebbe? Stiamo per lasciar libero uno degli uomini pi pericolosi del paese sotto la mia
diretta sorveglianza e continuo a non avere la minima idea del perch quel bastardo abbia
improvvisamente deciso di collaborare. S, va tutto maledettamente bene."
Lo fissai. Terry si accigli; poi si pass una mano sul viso.
"Scusa. E solo che continuo a tornare sui preparativi, per esser sicuro di non aver trascurato nulla."
"Reputi che non fosse sincero quando ha detto di voler mostrarci l'ubicazione delle fosse?"
"Lo sa Dio. Sarei pi felice se... Oh, lasciamo perdere.
Presto lo scopriremo." Quando guard davanti a s, si irrigid. "Oh, fantastico."
Sophie Keller era uscita dalla roulotte che fungeva da mensa con un recipiente di plastica fumante di
caff. Infagottata nell'ingombrante tuta, la consulente investigativa comportamentale sembrava una
bambina con indosso gli abiti da lavoro del padre. I folti capelli erano fermati all'indietro da una fascia
assai semplice, e apparivano imperlati di pioggerellina. Era accompagnata da un uomo di mezza et che
non riconobbi, tarchiato ma piacente.
Lei stava annuendo in risposta a una frase dello sconosciuto ma, non appena scorse Terry, sul suo volto
affior un certo disappunto.
Sia Sophie sia il vice non facevano mistero della reciproca avversione. Che dipendesse da un episodio
accaduto durante un'indagine precedente o che fosse semplicemente un'antipatia a pelle, erano i
proverbiali cane e gatto. Mentre ci avvicinavamo, i lineamenti di Terry si indurirono.
Sophie lo ignor, riservandomi invece un caloroso sorriso e poggiandomi delicatamente una mano sul
braccio.
"Ciao, David. Conosci Jim Lucas?"
"Jim  il responsabile delle ricerche," disse Terry, comportandosi anch'egli come se Sophie non
esistesse. "Sta cercando di gestire con ordine questa baraonda."
Per poco, la stretta del coordinatore delle ricerche non mi spezz la mano. I suoi spessi capelli
ricordavano una paglietta metallica. "Lieto di conoscerla, dottor Hunter.
E pronto per il grande evento?"
"Le risponder pi tardi."
"Sagge parole. D'altro canto, non capita tutti i giorni che uno come Jerome Monk decida di collaborare
con le forze del bene, non le pare?"
"Ammesso che siano queste le sue vere intenzioni," osserv Sophie, fissando Terry. "Potrei esprimere
un'idea precisa al riguardo se mi fosse stato consentito di avvicinarlo."
Ci risiamo, pensai, mentre Terry serrava i muscoli della mascella. "Ne abbiamo gi discusso. Hai il
permesso di accompagnare la squadra che condurr Monk nella brughiera, ma non puoi avere un
contatto diretto con lui. Se non ti va bene, parlane con Simms."
"Non risponde alle mie chiamate."
"Chiss perch."
"Ma  ridicolo! Potrei investigare il suo stato d'animo, valutare fino a che punto questo ripensamento
sia genuino, e invece..."
"Ormai  deciso: Monk non deve parlare con nessuno.
Per il momento, la priorit  farci mostrare dove sono le altre fosse."
"La priorit di Simms, vorrai dire! "
"Intendo dire... la priorit dell'indagine. E l'ultima volta che ho controllato le autorizzazioni anche tu
facevi parte della squadra. Se non ti aggrada, devi soltanto dire una parola! "
Mentre si fissavano torvi, i tendini spiccavano sul collo di Terry. Lucas sembrava a disagio quanto me.
Fu un sollievo scorgere Roper che si avvicinava. Lo sguardo dell'agente guizzava da Sophie a Terry: non
gli sfuggiva nulla.
Seguiva il vice come un'ombra, indubbiamente sperando di beneficiare della luce riflessa dell'astro
nascente. Mi auguravo che Terry si guardasse le spalle.
"Cosa c'?" sbott Terry.
"Ho appena sentito chi si occupa del trasferimento. Saranno qui tra dieci minuti. "
La rabbia abbandon Terry. Raddrizz le spalle. "Bene."
"Aspetta un momento," protest Sophie. "Cosa mi dici di..."
Ma Terry si stava gi allontanando con passo pesante sulle tavole di legno. Roper esit un istante,
rivolgendo a Sophie un sorriso che rivel una gran chiostra di denti e una fila di pallide gengive.
"Non prendertela, tesoro. Ha un sacco di cose a cui pensare."
La giovane gli scocc un'occhiata furibonda, mentre le voltava le spalle per affrettarsi a raggiungere
Terry.
Lucas, sempre pi imbarazzato, si massaggi il dorso del naso.
"Be', anch'io dovrei andare." Esit, guardando incerto Sophie. "Senti, non sono affari miei, ma non
insisterei. Ci sono troppe cose in ballo, oggi."
"Un'ulteriore ragione per cui dovrei essere nella condizione di svolgere serenamente e adeguatamente il
mio lavoro."
Lucas parve voler aggiungere qualcosa; poi cambi idea. "Sta' attenta. Monk  un tipo pericoloso. Se
vuoi il mio parere, tieniti alla larga da lui."
Per un attimo, pensai che Sophie si sarebbe scagliata anche contro il coordinatore delle ricerche ma, alla
fine, gli sorrise, seppure con una certa riluttanza. "Sono in grado di badare a me stessa."
Lucas non lasci trasparire ci che pensava. Mi fece un cenno. "Dottor Hunter."
Lo guardammo allontanarsi. Sophie sbuff, esasperata.
"Dio, talvolta mi ritrovo a odiare questo lavoro!"
La giovane consulente non aveva mai dissimulato il proprio disappunto per essere stata esclusa dal
processo decisionale - la qual cosa non aveva certo migliorato i suoi rapporti con Terry. Sebbene
entrambi nutrissero qualche dubbio sui reali motivi che avevano spinto Monk a collaborare, l'antipatia
reciproca trasformava persino questo elemento di comunanza in un campo minato.
"Non dici sul serio," replicai.
"I" in ci scommetterei. E solo che non riesco a capire perch, all'improvviso, Monk sia cos impaziente
di aiutarci.
E ti prego, non dire che ci sia dovuto al senso di colpa."
"Forse ha intenzione di ricorrere in appello e pensa che un simile gesto possa aiutarlo a ottenere una
riduzione della pena."
"Deve scontare almeno altri trentacinque anni... Non credo che faccia piani a cos lungo termine. "
"Pensi che covi l'idea di fuggire?" le domandai.
Non avrei osato accennare a una tale eventualit con Terry, in considerazione della pressione cui era
sottoposto per fare in modo che ci non accadesse. I momenti pi rischiosi del trasferimento di un
detenuto erano gli spostamenti, e tutti avevano l'assoluta consapevolezza dell'abilit e della
determinazione di Monk. Ciononostante era piuttosto difficile capire come sperasse di svignarsela l
fuori, circondato dalle guardie e con un elicottero pronto a rastrellare la zona, nel caso avesse tentato la
fuga.
Irritata, Sophie si ficc le mani nelle tasche, aggrottando le sopracciglia. "Non vedo come potrebbe
riuscire nel suo intento. Comunque mi sentirei pi tranquilla se ci avesse gi dato qualche indicazione
sull'ubicazione delle fosse. E invece no! Insiste a dire che ce le vuole mostrare!
E Simms glielo permette! E cos ossessionato dalla brama di trovare le gemelle Bennett, per annunciare
che ha saputo risolvere il caso, che consente a Monk di dettare le condizioni! Si tratta di un'autentica
sciocchezza! Ma nessuno mi ascolta! "
Non si pu dire che tu non ci abbia provato. Ebbi il buon senso di tenere per me questa
considerazione. "Anche se le altre tombe fossero nei paraggi, sarebbe un'impresa trovarle senza l'aiuto
di Monk. Mi spiace dar l'impressione di essere d'accordo con Simms, ma che cos'altro potremmo fare?"
Sophie rivolse gli occhi al cielo, esasperata. "Quello che gli ho suggerito negli ultimi due giorni! Ho gi
identificato un paio di luoghi assai probabili, ma senza alcuna indicazione devo procedere alla cieca. Se
avesse convinto Monk a fornirci qualche vaga informazione riguardo al posto dove sono sepolte le
gemelle Bennett - anche solo un punto di riferimento -, potrei riuscire a trovare le fosse da sola! "
Guardai il desolato paesaggio di felci morte, erica e roccia che si apriva davanti a noi. Si estendeva per
chilometri.
Non dissi nulla, ma dovevo avere un'aria scettica.
Due chiazze rosse gemelle spuntarono sulle guance di Sophie.
"Neanche tu credi che sia in grado di farcela."
Oh, maledizione. "Non si tratta di questo. Semplicemente...
 uno spazio immenso."
"Hai mai sentito parlare di winthropping?" Non avevo idea di cosa fosse. Comunque Sophie non mi
diede il tempo di chiederglielo. " una tecnica sviluppata dall'esercito negli anni settanta per rintracciare
depositi segreti di armi. Chiunque stia cercando un nascondiglio - o un posto dove seppellire un
cadavere - segue automaticamente il profilo del terreno, o usa dei punti di riferimento come un albero o
una roccia di forma particolare per orientarsi. Il winthropping  un metodo di lettura del paesaggio, che
consente di scoprire i posti pi probabili in cui qualcosa pu essere celato."
"E funziona?" domandai, senza riflettere.
"In modo sorprendente," rispose la giovane consulente, piccata. "Non  infallibile, tuttavia si 
dimostrato un ottimo ausilio in situazioni come questa. Non mi importa che Monk conosca alla
perfezione la brughiera:  passato un bel po' di tempo da quando ha ucciso le sorelle Bennett. Anche se
volesse, non credo che sia in grado di ricordare esattamente dove sono sepolte. Non senza un aiuto."
Di norma, preferivo affidarmi a scienze pi esatte, i cui fondamenti non sconfinavano nel regno degli
indovini e delle sfere di cristallo. Ma la sua tesi appariva piuttosto convincente. Ormai era comunque
una questione puramente accademica. Ammutolimmo entrambi nel vedere, in lontananza, un convoglio
di veicoli che procedeva lentamente lungo la stradicciola, diretto verso di noi.
Presto Monk sarebbe stato l.
Capitolo 5
Dopo la spettacolarit della scena del sosia, l'arrivo del convoglio con Monk fu quasi una delusione.
Niente lampeggianti n motociclette - e nessun elicottero in attesa. Solo un furgone priv di qualsiasi
contrassegno, scortato da due auto della polizia. Una sorta di quiete sembr calare sul gruppetto mentre
si dirigeva verso il punto in cui Terry li attendeva con Roper e alcuni agenti in uniforme. Accanto a
loro, un poliziotto teneva al guinzaglio un pastore tedesco dall'espressione fiera. Il furgone e le auto si
fermarono a una certa distanza dagli altri veicoli. Dopo che i motori vennero spenti, nel silenzio
riecheggi il rumore sordo e metallico dell'apertura delle portiere, trasportato fino a noi dall'aria umida.
A differenza di quelle che avevano scortato il sosia di Monk, adesso nessuna delle guardie portava
un'arma da fuoco: avrebbe dovuto esserci un concreto rischio di fuga, perch l'avessero in dotazione.
Comunque erano tutti uomini assai corpulenti, che poggiarono una mano sull'impugnatura del
manganello agganciato alla cintura mentre si disponevano a ventaglio intorno agli sportelli posteriori del
furgone.
"Davvero melodrammatico," comment Sophie.
Non replicai. Nello scuro abitacolo del camioncino si scorsero alcuni movimenti. Una sagoma tonda e
pallida divenne una testa rasata mentre emergeva alla luce. Una figura china ingombr totalmente il
vano, prima di saltare sul terreno, ignorando il predellino. Quando si raddrizz, vidi per la prima volta
Jerome Monk.
Anche dal punto in cui eravamo, a una ventina di metri di distanza, la sua imponenza risultava
inconfondibile.
Aveva le mani ammanettate all'altezza del ventre e, con un certo stupore, mi resi conto che alcune
cinghie gli limitavano i movimenti delle gambe. N una cosa n l'altra sembravano disturbarlo e,
nonostante le spalle ingobbite, appariva abbastanza forte da liberarsi agevolmente di quegli
impedimenti. Sebbene la parte superiore del suo corpo fosse assai massiccia, la testa sembrava di una
grandezza sproporzionata.
"Un bruto - orribile, eh?"
Ero talmente assorto nelle mie considerazioni da non essermi accorto del fatto che Wainwright si era
unito a noi. Sebbene mostrasse i segni del tempo, l'abbigliamento dell'archeologo forense era alquanto
ricercato, impreziosito da una sgargiante sciarpa gialla. Non si sforz minimamente di parlare
sottovoce, e le sue parole furono trasportate dal vento nell'aria silenziosa. E finita, pensai mentre
l'enorme viso paffuto di Monk si voltava di scatto verso di noi.
Le fotografie non gli rendevano giustizia. Dal vivo, la rientranza della fronte appariva ancora pi
sinistra, come se fosse riuscito inesplicabilmente a sopravvivere a un colpo di martello. Sotto di essa, la
pelle del viso rivelava le asperit del tessuto cicatriziale, mentre un'escoriazione giallastra e crostosa
lungo una guancia suggeriva che lo sfregio fosse recente, almeno in parte. La bocca era atteggiata nel
solito sorriso obliquo - sembrava che non l'abbandonasse mai. Era come se Monk si rendesse conto
della ripugnanza che ispirava, e la schernisse.
Ma l'elemento pi inquietante erano gli occhi. Piccoli e imperturbabili, apparivano smorti e vuoti come
vetro nero.
Quando si posarono su di me, avvertii un brivido lungo la schiena - comunque attrassi il loro interesse
solo per un attimo. Quegli occhi privi di vita guizzarono su Sophie, indugiando sulla giovane per un
momento, prima di spostarsi su Wainwright.
"Che cazzo hai da guardare?"
La voce rivelava un accento locale, tuttavia fu un'autentica sorpresa: rauca e stranamente sommessa.
Wainwright avrebbe dovuto lasciar perdere. Ma l'archeologo non era il tipo a cui rivolgersi in quel
modo, tanto meno in pubblico.
Sbuff sprezzante.
"Mio Dio, sa anche parlare!"
Le cinghie che limitavano il movimento delle gambe di Monk si tesero quando si avvi verso di lui; i
suoi piedi frusciarono impacciati nell'erba umida. Non fece molta strada prima che le guardie carcerarie
lo afferrassero per le braccia. Pur essendo due omaccioni, accanto a Monk sembravano dei nani. Li vidi
irrigidire ogni muscolo nello sforzo di immobilizzarlo.
"Avanti, Jerome, comportati bene," disse una delle guardie, un uomo piuttosto anziano, con i capelli
grigi e il volto rugoso. L'assassino continu a scrutare Wainwright, facendo dondolare le mani
ammanettate. Le spalle e la parte superiore delle sue braccia erano enormi, come se avesse avuto delle
palle da bowling infilate sotto il giaccotto. I suoi occhi neri fissavano imperterriti Wainwright.
"Ce l'hai un nome?"
Pur sbigottito dall'improvviso alterco, Terry avanz verso il prigioniero. "Non sono affari tuoi."
"Non c' problema," disse Wainwright. "Se vuole sapere con chi ha a che fare, sono pi che contento di
dirglielo."
E si avvicin, sfruttando la sua statura per fissare negli occhi Monk, senza che questi lo guardasse
dall'alto in basso. Sembrava di vedere un alano attempato che fronteggiava un rottweiler. "Sono il
professor Leonard Wainwright. Ho il compito di recuperare i corpi delle donne che hai ucciso. E se hai
un minimo di buon senso, ti consiglio vivamente di collaborare."
"Ges," sospir Sophie, che stava accanto a me.
Le labbra di Monk si arricciarono. "Professore..." disse con un sogghigno, come se stesse esercitandosi
a pronunciare quella parola. I suoi occhi guizzarono improvvisamente verso di me. "E quello chi ?"
Terry sembrava smarrito, cos risposi io. "Sono David Hunter."
"Hunter," ripet Monk. "Un nome del quale bisogna dimostrarsi all'altezza."
"Lo stesso vale per Monk," replicai, istintivamente.
Il suo sguardo si fiss sulla mia persona. Poi udii un sibilo, e mi resi conto che Monk stava ridendo.
"Sei un tipo furbo e scaltro, vero?"
Soltanto allora si volt per guardare Sophie. Avevo l'impressione che l'avesse tenuta d'occhio fin
dall'inizio, ma Terry non gli diede la possibilit di domandare chi fosse.
"Bene, abbiamo esaurito le presentazioni." Con un cenno, invit le guardie ad accompagnarlo.
"Andiamo, stiamo solo perdendo tempo."
"Hai sentito cosa ha detto il capo, mattacchione?" L'altro agente penitenziario - un uomo corpulento
con la barba - tent di trascinar via Monk. Era come se si sforzasse di spostare una statua. Il prigioniero
volt il capo di scatto, e lo fiss con il suo sguardo da basilisco. "Non tirarmi, cazzo! "
Gi carica di tensione, l'atmosfera divenne esplosiva.
Vidi il petto di Monk che si sollevava e si abbassava, mentre il ritmo del respiro si faceva pi rapido.
Una bolla di saliva gli comparve all'angolo della bocca. Il cane poliziotto lo fissava con un'espressione
impaziente, famelica. Poi un uomo alto e magro con un cappotto marrone si apr un varco tra gli agenti
che circondavano il detenuto.
"Ispettore, sono Clyde Dobbs, l'avvocato del signor Monk. Il mio cliente ha accettato volontariamente
di collaborare alle ricerche. Non vedo la necessit di mostrarsi cos aggressivi."
Aveva una voce fievole e nasale che risultava annoiata e servile nel contempo. Non mi ero accorto della
sua presenza.
Era sulla cinquantina; i suoi capelli grigi si stavano diradando e apparivano come disseminati sulla
distesa rosa del cuoio capelluto. Impugnava una valigetta che sembrava comicamente fuori luogo in
quel contesto.
"Nessuno lo sta aggredendo," replic Terry, stizzito.
Lanci un'occhiata all'agente barbuto. Perplesso, l'uomo moll la presa sul braccio di Monk.
"Grazie," disse l'avvocato. "Procediamo, prego."
Terry serr le mascelle. Col capo, rivolse un cenno imperioso alle guardie. "Svelti, avanti."
"Fanculo!" url Monk, voltando il capo di scatto. Le guardie si sforzarono di trattenerlo. I suoi occhi di
vetro nero erano quelli di un ossesso. Rimasi a guardare sbalordito, incapace di credere che la situazione
potesse degenerare in modo cos rapido. Mi aspettavo che Terry intervenisse per gestire
quell'emergenza, o almeno che facesse qualcosa, ma sembrava paralizzato. Quell'attimo si protrasse,
preludio di un'esplosione di violenza.
Fu allora che Sophie avanz di un passo.
"Salve, sono Sophie Keller," disse, disinvoltamente. "Ti aiuter a ritrovare le fosse."
Per un istante, non giunse risposta. Poi gli occhi neri guizzarono da Terry alla giovane. Monk batt le
palpebre e inizi a muovere le labbra, come se stesse sforzandosi di ricordare la maniera di dar forma
alle parole.
"Non ho bisogno di aiuto."
"Benissimo. Allora sar tutto molto pi semplice. Se servissi, io sono qui, d'accordo?" Gli rivolse un
sorriso.
In esso non c'era traccia di civetteria n di nervosismo.
Era solo un sorriso normale, abitudinario. "Oh... forse vorresti che ti togliessero i ceppi. Altrimenti non
andrai molto lontano."
Senza smettere di sorridere, si volse verso Terry, per fargli capire che quell'osservazione era rivolta
anche a lui. Il vice avvamp e fece un cenno alle guardie.
"Solo le cinghie delle gambe. Non liberatelo delle manette."
Lo disse in tono brusco, ma a nessuno era sfuggito quanto poco ci fosse mancato perch perdesse il
controllo della situazione. Notai che Roper lo osservava con aria agitata mentre si sforzava di riacquisire
una parvenza di autorit; dai volti degli altri agenti balenarono sguardi d'intesa. Se non fosse stato per
Sophie, chiss che cosa sarebbe successo. La giovane non aveva soltanto neutralizzato ogni pericolosit
di quel momento, ma era riuscita a impiantare un primo - fragile - rapporto con Monk.
Dopo lo scoppio d'ira di qualche minuto prima, il detenuto appariva mogio e imbronciato. Mentre
veniva condotto lungo il sentiero, l'enorme testa si volse verso Sophie.
"Sembra che la signorina Keller abbia un nuovo spasimante," disse Wainwright, mentre seguivamo il
piccolo corteo e i nostri fiati formavano nuvolette di vapore nell'aria del freddo mattino.
"Se l' cavata bene." Pensai che Terry non fosse l'unico ad aver appena perso la faccia.
"Credi?" Gli occhi di Wainwright trasudavano ostilit, mentre li guardavamo camminare davanti a noi.
"Speriamo che non gli venga in mente di morderla."
La brughiera sembrava sforzarsi per inventare i modi per ostacolarci. La temperatura si abbass e, quasi
simultaneamente, cominci a piovere. L'acqua appiattiva i fili d'erba e i cespuglietti d'erica, in un tedioso
e monotono rovescio che intirizziva sia lo spirito sia il corpo.
Jerome Monk pareva dimentico di tutto. Camminava verso la tomba vuota di Tina Williams, mentre la
pioggia gli scorreva sul cranio rasato e sgocciolava dai lineamenti pronunciati, che avrebbero potuto
adornare la gargolla di una chiesa medievale. Sembrava che non se ne accorgesse, o che non gliene
importasse niente.
Non era cos per noi.
"E un'impresa senza speranza!" sbott Wainwright, asciugandosi il volto dalla pioggia. L'archeologo
aveva indossato una tuta da lavoro, e la sua stazza appariva ancora pi imponente. Tesa sopra gli abiti e
chiazzata di fango nerastro, sembrava logora come il suo umore.
Per una volta, lo capivo. La tuta mi stringeva al collo e ai polsi, facendomi sudare nonostante il freddo.
L'acqua ruscellava argentea dal mio cappuccio in un gelido rivolo che, di quando in quando,
raggiungeva la mia pelle.
L'area era ancora delimitata dal nastro segnaletico della polizia, ma la tenda della Scientifica era stata
smontata, e adesso la fossa vuota si stava riempiendo d'acqua melmosa.
Nei giorni successivi alla mia ultima visita, il tempo orribile e il calpestio continuo avevano trasformato
il terreno intorno allo scavo in un infido pantano. Mentre procedevamo attenti a dove posavamo i
piedi, cominciarono a risuonare le imprecazioni degli agenti; a un certo punto, Wainwright scivol e
rischi di cadere. L'archeologo sibil un brusco "Nessun problema" quando gli tesi una mano per
aiutarlo. Persino Monk pareva incontrare qualche difficolt; inoltre le manette gli rendevano difficile
conservare l'equilibrio.
Eccetto l'avvocato, i civili - Wainwright, Sophie e io - si mantenevano a una certa distanza dal gruppo
che scortava il detenuto, la qual cosa rappresentava una concessione pro forma alla disposizione in base
alla quale era inopportuno avvicinarsi troppo a un simile soggetto. A noi si erano uniti un cane da
ricerca di cadaveri e la sua conduttrice. Lo springer spaniel era addestrato a fiutare ogni minima traccia
di gas prodotto dalla decomposizione ma, per vederlo in azione, prima dovevamo trovare la fossa. E
Monk non sembrava impaziente di aiutarci.
Fiancheggiato da due guardie, adesso guardava fissamente la buca poco profonda in cui era stata sepolta
Tina Williams, con le labbra arricciate nel consueto sorriso obliquo, divertito da qualcosa che soltanto
lui sapeva.
Comunque avevo compreso che quella era la posa naturale della sua bocca: come il ghigno falciforme di
uno squalo, non aveva alcun rapporto con i pensieri che allignavano dietro i piccoli occhi neri.
"Gli risveglia qualche ricordo, Monk?" domand Terry. Non ci fu alcuna reazione. Il detenuto rimase
impassibile - una figura scolpita nella roccia di Black Tor.
La guardia barbuta lo pungol. "Hai sentito la domanda del capo, mattacchione?"
"Non mi toccare con quelle fottute mani," replic Monk, digrignando i denti, senza voltarsi.
Il suo avvocato sospir enfaticamente, mentre l'agente penitenziario si adombrava. "Sono sicuro di non
dover rammentare a nessuno che il mio assistito  venuto qui di sua volont. Se dev'essere oggetto di
insolenze e molestie, possiamo annullare l'intera faccenda."
"Nessuno lo sta molestando." Terry aveva incurvato le spalle, ma non per via della pioggia: la tensione
promanava dal suo corpo simile a elettricit statica. "E stato il suo 'assistito' a voler venire quaggi.
Credo di avere il diritto di fargli qualche domanda al riguardo."
Le rade ciocche dei capelli di Dobbs erano scompigliate dal vento, e lo facevano assomigliare a un
uccellino irato.
Chiss per quale ragione l'avvocato aveva portato con s la valigetta; l'abbinamento con gli stivali di
gomma e la giacca di cerata risultava piuttosto ridicolo. Mi domandai se contenesse qualcosa di
importante, o se l'avesse presa con s solo per la forza dell'abitudine.
"L'accordo per il rilascio temporaneo del mio assistito stabilisce chiaramente che  qui per aiutare a
trovare le tombe di Zoe e Lindsey Bennett - soltanto questo. Se desidera interrogarlo su altre questioni,
ci pu avvenire nel contesto adeguato, in una saletta del carcere, durante un regolare colloquio
autorizzato."
"Intende dire che dovremmo fingere di credere che tutto questo non lo riguardi?"
L'avvocato si tolse gli occhiali costellati di gocce di pioggia e li asciug con un fazzoletto. "E libero di
credere quello che vuole, ispettore. Ho gi chiarito che la disponibilit a collaborare del signor Monk
non deve assolutamente essere interpretata come un'implicita ammissione di..."
"S, lo so." Terry non si perit di celare il proprio disprezzo.
"Il tempo sta per scadere, Monk. Hai fatto il turista abbastanza. Se non ci dici dove sono le altre fosse,
te ne puoi tornare tranquillamente in cella."
Monk alz gli occhi dalla buca e li rivolse verso la brughiera.
Le manette tintinnarono, quando sollev le mani per strofinarsele sul capo.
Laggi.
Tutti guardarono nella direzione che aveva indicato, lontano dalla stradicciola e dal sentiero. A parte le
rocce affioranti e i cespugli delle ginestre, si scorgeva soltanto un anonimo pianoro d'erica ed erba.
"Dove?" chiese Terry.
"L'ho appena detto. Laggi."
"Non sono vicino alla fossa di Tina Williams?"
"Mai affermato una cosa simile."
"E allora perch diavolo ci hai fatto venire qui?"
L'espressione degli occhi neri di Monk era indecifrabile.
"Volevo vedere."
Terry serr le mascelle. Non l'avevo mai visto cos nervoso - eppure non poteva permettersi di perdere
le staffe. Avrei voluto che Lucas fosse l con noi. La presenza di quell'uomo posato aveva un effetto
calmante: appariva ormai evidente che il vice non era all'altezza della situazione. Ma il coordinatore
delle ricerche stava ragguagliando Simms e, l, l'ufficiale di grado pi alto dopo Terry era Roper. Il
robusto agente investigativo sembrava contento di tenersi in disparte: osservava con interesse la scena,
e non mostrava alcun desiderio di lasciarsi coinvolgere in prima persona.
"Quanto  lontano?" domand Terry. Stava visibilmente imponendosi di controllarsi. "Cinquanta
metri? Cento?
Un chilometro?"
"Sapr dirtelo quando saremo l."
"Ricordi qualche punto di riferimento nelle vicinanze?" si affrett a chiedere Sophie. Dal volto di Terry
trasparve un certo fastidio, ma non intervenne. La giovane continu: "Una roccia, un cespuglio di
ginestra... qualcosa del genere?"
Monk la guard. "Non ricordo."
Wainwright sbuff, sprezzante. "Be', dovrebbero essere cose che non si dimenticano facilmente."
La risata baritonale dell'archeologo forense risuon nell'aria umida. La testa di Monk si volse di scatto
verso di lui.
"Cosa ricordi, Jerome? Forse se tentassi di..." prese a dire Sophie, ma Terry la interruppe.
"Basta con queste manfrine! Adesso mostraci le fosse," sbott il vice.
Sophie era furibonda, ma la schiera di uniformi che circondava la sagoma inconfondibile di Monk aveva
gi ripreso a muoversi.
" una farsa," borbott Wainwright, mentre scarpinavamo dietro di loro, con gli stivali che squittivano
e schioccavano nel pantano della brughiera. "Non credo che quell'essere abbia intenzione di dirci
qualcosa. Si sta prendendo gioco di noi."
"Se la smettesse di accrescere la sua ostilit, sarebbe un'ottima cosa," ribatt Sophie, ancora piena di
rabbia.
"Non ci si pu mostrare deboli di fronte a simili individui.
Devono capire chi ha il coltello dalla parte del manico."
"Davvero?" La voce di Sophie suonava pericolosamente melliflua. "Per cortesia, non mi spieghi come
fare il mio mestiere, e io non le dir come scavare le sue buche."
L'archeologo la fiss torvo. "Non mancher di riferire le sue considerazioni al commissario Simms,"
ribatt, prima di procedere oltre.
"Stronzo! " disse Sophie a mezza voce, ma non cos piano da impedire all'altro di udire. Poi mi lanci
un'occhiata.
"Cosa c'?"
"Non ho aperto bocca."
La giovane mi rivolse un sorriso sardonico. "Magari non era necessario."
Mi strinsi nelle spalle. "Se intendi litigare con tutta la squadra, non sar io a trattenerti."
"Scusa, ma  cos maledettamente frustrante. Che senso ha farmi venire qui e impedirmi di svolgere il
mio lavoro?
E quanto a Terry Connors e a... " Sospir e scosse il capo.
"Stanno gestendo la situazione nel modo sbagliato. Non dovremmo permettere a Monk di scorrazzarci
per questa landa a suo piacimento, senza neppure insistere per ottenere qualche informazione
sull'ubicazione delle tombe.
Come potr ritrovarle se non ricorda neppure un punto di riferimento?"
"Credi che stia mentendo?"
"E difficile dirlo. Prima sembra confuso; poi, un attimo dopo, mostra un'assoluta sicurezza. Si
comporta come se sapesse dove sta andando - comunque  davvero un bel tratto da percorrere con un
cadavere sulle spalle, per chiunque." Corrug la fronte, guardando il cranio pallido di Monk che
spiccava tra le uniformi scure pochi metri pi avanti. "Faccio un giro qua intorno. Vi raggiungo dopo."
Si avvi nella direzione opposta, tornando verso il sentiero che conduceva a Black Tor. Comprendevo i
suoi dubbi, ma mi era impossibile dissiparli. Il cammino si fece ancora pi disagevole quando ci
inoltrammo nella brughiera. La torba intrisa d'acqua risucchiava i nostri stivali; l'erica e l'erba alta di
palude ostacolavano il movimento delle gambe. Monk appariva in grande difficolt, smentendo il mito
di quanto fosse a casa propria qua fuori. Inciamp e scivol diverse volte, inveendo contro le guardie
che lo trattenevano.
Notai che Roper era rimasto indietro e stava parlando con la ricetrasmittente. Si esprimeva a voce bassa
ma, allorch mi avvicinai, il vento mi consent di cogliere qualche stralcio della conversazione.
"... per nulla sicuro, signore... S... s... Certo, signore, la terr informata."
Appena mi vide, interruppe la comunicazione. Il suono della parola "signore" mi era parso inquietante:
comunque non ci voleva un genio per capire che stava riportando ogni accadimento a Simms. Mi chiesi
se Terry ne fosse al corrente.
"Si sta godendo la passeggiata, dottor Hunter?" L'agente investigativo sogghign, affiancandomi.
C'era qualcosa di ambiguo in quell'uomo. Se non lo si poteva incolpare per i denti da ratto, di certo
aveva un sorriso troppo pronto e servile per conquistarsi la mia fiducia.
"L'aria fresca mi piace e mi giova."
Ridacchi, annuendo ripetutamente, come se avessi fatto una battuta salace. "Troppo fresca per i miei
gusti, ma... non si pu avere tutto. Allora, che ne pensa di Monk? Un bel tipino, no? Con un volto che
sembra un Picasso di terz'ordine, con quei segni scuri."
Neanche tu sei un Adone. "Come si  procurato quei lividi? Una rissa?"
"Non precisamente." Il sorriso di Roper si fece pi largo; continu a fissare la schiena di Monk con
occhi penetranti. "Ieri sera, ha aggredito un altro detenuto, ed  stato necessario bloccarlo. Per poco,
non abbiamo dovuto annullare tutto. A quanto sembra, fare i capricci quando vengono spente le luci 
uno dei suoi pezzi forti.
E per questo che le guardie lo chiamano 'mattacchione'.
Sembra che sia l'unico a trovare tutto ci molto divertente.
Ma...che cosa sta succedendo?"
Davanti a noi c'era un gran trambusto. L'agente cinofilo si sforzava di calmare il pastore tedesco che
abbaiava al gruppo di Monk. Dapprima gli uomini in uniforme intorno al prigioniero mi impedirono di
vedere quel che accadeva; poi due di loro si scostarono...
Monk era caduto. L'omaccione giaceva nell'erba melmosa, e cercava disperatamente di rialzarsi. I
poliziotti e gli agenti penitenziari si accalcavano intorno a lui, incerti se aiutarlo a rimettersi in piedi.
"... levatemi le mani di dosso! " url. Facendo leva sulle manette, tentava di risollevarsi, mentre il suo
avvocato affrontava Terry.
"...ferito la riterr responsabile! Questo  assolutamente inaccettabile! "
"Non si  fatto male!" replic Terry, in tono remissivo, sulla difensiva.
"Lo spero, altrimenti la considerer personalmente responsabile.
Non c' alcun motivo per cui il mio cliente debba procedere ammanettato! Non esiste il minimo rischio
di fuga e, con questo terreno, le manette costituiscono un reale pericolo ! "
"Non ho intenzione di ordinare di togliergliele, avvocato.
"In questo caso, ci riporti al furgone! Qui abbiamo finito!"
"Oh, santo..."
"Non permetter che il mio assistito si ferisca per colpa dell'intransigenza della polizia! O gli togliete le
manette, o smette di collaborare alle ricerche! "
Monk giaceva ancora sul terreno; il suo fiato formava strane nuvolette mentre li fissava torvo. "Perch
non provi a camminare con i polsi serrati da un paio di queste?" gli domand, allungando le mani.
Terry fece un passo verso di lui: per un istante, temetti che volesse assestargli un calcio in faccia. Poi si
ferm, il corpo teso e irrigidito.
"Vuoi che chiami il commissario-capo?" gli chiese Roper.
Se non l'avessi sentito parlare con Simms, avrei creduto che si stesse prodigando per aiutarlo. Quelle
parole spinsero Terry a decidere.
"No." A denti stretti, rivolse un cenno a un agente.
"Togligliele."
Il poliziotto avanz di un passo e liber delle manette il detenuto.
L'espressione di Monk non cambi mentre si rialzava, con gli abiti fradici e macchiati di fango. Flett
ripetutamente i polsi; poi le grosse mani si aprirono e richiusero come morse.
"Va bene cos?" chiese Terry a Dodds. Senza dargli il tempo di rispondere, si avvicin a Monk. Erano
alti uguali ma, in qualche modo, il prigioniero sembrava due volte pi grande. "Vuoi farmi davvero
contento? Prova a scappare. Ti prego."
Monk non replic. La sua bocca era atteggiata nel solito, ingannevole sorrisetto; gli occhi neri
apparivano privi di ogni traccia di vita.
"Non credo proprio... " prese a dire Dobbs.
"Chiuda il becco." Terry non stacc gli occhi da Monk.
"Quanto manca?"
L'enorme testa del detenuto si mosse per volgere lo sguardo verso la brughiera ma, in quel momento,
un grido risuon in lontananza.
"Qui! Quaggi!"
Tutti si voltarono. Sophie stava su un leggero rialzo di terra, e agitava le braccia sopra la testa. La sua
eccitazione era percepibile nonostante la pioggerellina e la nebbia.
"Ho trovato qualcosa!"
Capitolo 6
Il seppellimento di un corpo lascia sempre delle tracce.
Prima la terra viene rimossa per scavare la fossa e poi  utilizzata per riempirla - e ci genera un lieve
ma evidente rialzo sulla superficie. Successivamente, allorch comincia il lento processo di
decomposizione, la carne e i muscoli rilasciano sostanze che si spandono nel terreno, e la modesta
asperit inizia ad appiattirsi. Alla fine, dopo la completa putrefazione del cadavere, quando rimangono
soltanto le ossa, un leggero avvallamento indicher la posizione della fossa.
Anche la vegetazione pu fornire utili indizi. Arbusti e piante nell'area dello scavo impiegheranno un
certo tempo per assumere un aspetto "naturale", anche se sono state scrupolosamente sostituite. Man
mano che i mesi passano e il corpo comincia a decomporsi, le sostanze rilasciate dai tessuti putrefatti
nutrono la vegetazione sopra la fossa, determinando una crescita pi rapida e un fogliame pi
lussureggiante. Spesso le differenze sono modeste e talvolta inattendibili, ma risultano osservabili da chi
sa cosa cercare.
Adesso Sophie era accanto al modesto rialzo del terreno al centro di un vasto avvallamento, a circa
cinquanta metri dal sentiero. L'asperit era coperta da erbe di palude, i cui steli ispidi e aggrovigliati
venivano flagellati dal vento. Mi avvicinai insieme a Wainwright e Terry, lasciando Roper con Monk e
gli altri agenti. Per raggiungerla, fummo costretti ad aggirare una macchia di ginestra spinosa e un tratto
di palude. La giovane non fece alcun gesto di venirci incontro: aspett impazientemente accanto al
monticello, quasi temesse che se gli avesse voltato le spalle sarebbe sparito.
"Credo che possa essere una tomba," disse ansante, mentre scendevamo le pareti scivolose
dell'avvallamento.
Aveva ragione. Avrebbe potuto essere una fossa. O avrebbe potuto non esserlo. Il tumulo era lungo
circa un metro e mezzo, largo sessanta centimetri, e nel punto pi elevato raggiungeva all'incirca i
cinquanta centimetri di altezza. Se si fosse trovato in un campo pianeggiante o in un parco sarebbe
stato assai pi significativo. Ma qui eravamo nella brughiera, in un paesaggio accidentato, ricco di
depressioni e rilievi irregolari. Inoltre l'erba che copriva la montagnola non sembrava affatto diversa da
quella che cresceva nei paraggi.
"Non mi pare niente di particolare," disse Terry, voltandosi con aria dubbiosa verso Wainwright. "Lei
che ne pensa?"
L'archeologo forense arricci le labbra, osservando il rialzo. Era qualcosa che riguardava pi la sua
disciplina che la mia. Oppure quella di Sophie, per essere precisi.
Lo sond sprezzantemente con un piede.
"Penso che se ci esaltassimo per tutte le montagnole, le ricerche sarebbero molto lunghe."
Sophie avvamp. "Non sono esaltata. E nemmeno un'idiota.
So cosa cercare."
"Ma davvero?!" Wainwright enfatizz in modo significativo quelle parole. Non le aveva perdonato
l'affronto di poco prima. "Be', se permette, non sono d'accordo. D'altronde, posso vantare soltanto
trent'anni d'esperienza in campo archeologico."
Terry si volt per andarsene. "Non abbiamo tempo da perdere con queste cose."
"No, aspetta," disse Sophie. "Non sar un'archeologa, ma...
"Su questo siamo d'accordo," interloqu Wainwright.
"... ma almeno lasciate che mi spieghi. Vi chiedo solo un paio di minuti, va bene?"
Terry mise le braccia conserte; aveva un'espressione risoluta.
"Due minuti."
Sophie trasse un lungo respiro, prima di lanciarsi nella sua esposizione. "Il percorso che ci sta
imponendo Monk  privo di senso. La fossa di Tina Williams  esattamente dove mi sarei aspettata di
trovarla."
"E facile affermarlo adesso, dopo averla localizzata," sbuff Wainwright.
La giovane consulente lo ignor, concentrandosi su Terry. "Non era lontana dal sentiero, quindi
facilmente raggiungibile. Inoltre seguiva il profilo del terreno: chiunque avesse lasciato il cammino a
quell'altezza si sarebbe ritrovato l. Esiste una logica che la colloca in quel punto."
"E allora?"
"Monk non ha alcuna intenzione di indicare esattamente dove si trovano le altre tombe. Si sta solo
addentrando sempre pi profondamente nella brughiera - e questo significa che avrebbe dovuto
percorrere tutta questa strada con i cadaveri sulle spalle, e al buio. Non mi importa quanto possa essere
forte: chi si sobbarcherebbe una simile fatica, eh?
Inoltre afferma di non rammentare alcun punto di riferimento che lo aiuti a ritrovare i luoghi dei
seppellimenti."
Terry aggrott le sopracciglia. "Cosa intendi dire?"
"Mi aspetterei che si ricordasse almeno qualcosa. Quando le persone nascondono qualcosa, usano dei
punti di riferimento per orientarsi, in maniera consapevole o inconsapevole.
Qui Monk sembra procedere a caso. O si  completamente dimenticato, oppure ci sta conducendo di
proposito nella direzione sbagliata."
"O... potrebbe essere lei in errore," disse Wainwright.
Si volt verso Terry con un sorriso sdegnoso. "Conosco piuttosto bene le tecniche di winthropping cui
fa riferimento la signorina Keller. Le ho usate in talune occasioni, ma si tratta per lo pi di buonsenso.
Credo che siano sopravvalutate."
"Allora significa che non le ha mai applicate nel modo corretto," replic Sophie. "Ho battuto la zona
per trovare i luoghi dove era pi plausibile che qualcuno seppellisse un cadavere che stava trasportando.
Dove il sentiero era agevole, non troppo ripido e non particolarmente fangoso. Negli ultimi giorni, ne
ho scovati alcuni, ma stamane mi sono spinta pi lontano e... "
Indic il sentiero alle nostre spalle, a diverse centinaia di metri da dove l'avevamo lasciato per
raggiungere la tomba di Tina Williams.
"Laggi c' un punto in cui la brughiera digrada dolcemente, allontanandosi dal tracciato. E il percorso
pi ovvio per chi, gravato del peso di un cadavere, voglia inoltrarsi in una simile landa. Il terreno gli
suggerisce il percorso fino a quella grossa macchia di ginestre. Risulta pi semplice aggirarla dal basso e,
cos facendo, ci si ritrova in un fosso che conduce dritto qui. In un avvallamento nascosto, dove noi
troviamo una montagnola di terra delle dimensioni di una tomba."
Mise le braccia conserte, quasi volesse sfidare Terry a trovare una pecca nel suo ragionamento. Il vice
scrut il tumulo, contraendo i muscoli delle guance.
"Sono soltanto assurdit," disse Wainwright, in tono arrogante, senza nemmeno preoccuparsi di celare
la propria animosit. "Pii desideri, non elementi scientifici!"
"No,  semplice buonsenso. Proprio come diceva lei," ribatt Sophie. "Lo preferisco alla
cocciutaggine."
Wainwright si impett per rispondere a tono, ma lo precedetti.
" inutile continuare a discutere. E sufficiente avvalerci del fiuto del cane da ricerca. Se scopre
qualcosa, dovremo scavare. In caso contrario, avremo perso solo qualche minuto."
Sophie mi indirizz un rapido sorriso. Wainwright appariva estremamente stizzito, e io non riuscii a
impedirmi di infierire, di rigirare il coltello nella piaga.
"A meno che non sia assolutamente sicuro che qui sotto non c' niente," dissi, sforzandomi di non
godere a dismisura del suo imbarazzo. "D'altronde, lei  l'esperto."
"Penso che sarebbe opportuno compiere un accertamento," replic, quasi fosse un'idea sua.
Terry volse lo sguardo verso la montagnola; poi sospir e risal la parete dell'avvallamento. "Venite qui!"
grid a Roper e agli altri, prima di voltarsi verso Sophie. "Devo dirti un paio di cose."
Si allontanarono, affinch la loro conversazione rimanesse segreta. Non capii quel che si dissero, ma la
discussione mi parve molto accesa. Nel frattempo, Wainwright cammin intorno al tumulo,
sondandone la consistenza con la punta di uno stivale.
"Il terreno  indubbiamente pi morbido," borbott.
Indossava una grossa cintura da lavoro in cuoio - una di quelle che usano gli operai per gli attrezzi. Ne
estrasse una piccola asta di metallo retrattile e cominci a far scorrere il fusto. Era una sonda lunga un
metro, con una punta tondeggiante.
"Cosa sta facendo?" gli domandai.
Aveva corrugato la fronte, mentre allungava il corpo dell'attrezzo: ora la sonda assomigliava a una
sottile picca priva della parte letale. "Be', mi appresto a sondare il tumulo."
Ovviamente il terreno smosso  sempre meno compatto di quello circostante, e spesso costituisce un
indizio della presenza di una fossa. Comunque la mia osservazione aveva altri scopi.
"Se quella  una sepoltura, rischia di danneggiare ci che  seppellito."
"In qualsiasi caso, servono dei passaggi d'aria affinch il cane possa fiutare."
Non aveva tutti i torti. Anche se i cani da cadavere sono in grado di rilevare il lezzo di un corpo in
decomposizione sepolto sotto oltre un metro di terra, alcuni spiragli li aiutano in maniera considerevole
a fiutare la presenza dei gas. Esistevano per modi meno invasivi di ottenerli.
"Non credo che..."
"La ringrazio, dottor Hunter, ma se avr bisogno di qualche consiglio, sar mia premura interpellarla."
Stringendo la piccola impugnatura della sonda, Wainwright piant energicamente l'asta nel tumulo.
Sapendo che non mi avrebbe dato ascolto, serrai le mascelle mentre la estraeva, prima di conficcarla di
nuovo. Questo metodo di sondaggio si basava su una tecnica archeologica essenziale ma, dal punto di
vista forense, presentava alcuni inconvenienti. Sebbene fosse possibile distinguere i danni inferti a un
osso prima della morte da quelli provocati da una sonda di metallo dopo di essa, ci costituiva una
sgradita complicazione. Wainwright lo sapeva quanto me.
Ma non ignorava assolutamente il fatto che sarebbe stato un problema mio.
Sophie e Terry interruppero la discussione quando Roper e gli altri ci raggiunsero. Nessuno pareva
particolarmente contento. Il vice si diresse verso Monk e il suo avvocato, che stazionavano sul ciglio
dell'avvallamento e osservavano la montagnola.
"Questo posto ti  vagamente familiare?"
Monk abbass lo sguardo verso il tumulo; aveva le braccia abbandonate lungo i fianchi. La sua bocca
era atteggiata nel solito sorriso apparentemente beffardo, ma la sua espressione appariva piuttosto
circospetta.
"No."
"Quindi... questa non  una delle tombe?"
"Te l'ho detto, sono laggi."
"All'improvviso, sembri assolutamente sicuro. Qualche momento fa, hai affermato di non ricordare."
"Te lo ripeto: sono laggi! "
La guardia barbuta pos una mano sulla spalla di Monk. "Non alzare la voce, mattacchione. Ti
sentiamo benissimo."
"Fanculo, Monaghan!"
"Preferisci che ti rimettiamo le manette?"
Monk parve sul punto di infuriarsi ma, prima che potesse dare in escandescenze, Sophie disse: "Scusa,
Jerome.
E sorrise, mentre l'enorme testa del prigioniero si voltava di scatto verso di lei. Questa volta Terry non
tent neppure di interromperla, e immaginai che un argomento della loro discussione fosse stato il
ruolo di Sophie nelle ricerche.
"Nessuno dubita della tua parola. Ma vorrei che tu riflettessi su una faccenda. A rigor di logica, devi
aver scavato le fosse di notte. E cos?"
C'era da scommetterci: pochi assassini correvano il rischio di seppellire i corpi delle loro vittime alla
luce del sole. L'avvocato di Monk non era affatto d'accordo su simili osservazioni.
"Non sei costretto a rispondere, se non vuoi. Ho gi chiarito che..."
"Taci."
Monk non lo degn neppure di uno sguardo. I suoi neri occhi a bottone sembravano annebbiati mentre
continuava a fissare Sophie. Dopo qualche secondo, mosse di scatto il capo, in un cenno d'assenso.
"E sempre notte."
Non ero sicuro di cosa potessero significare quelle parole.
A giudicare dal breve silenzio successivo, anche Sophie doveva brancolare nel buio, tuttavia nascose
abilmente la sua difficolt.
"Nell'oscurit ogni cosa risulta pi confusa. E facile commettere errori, soprattutto quando si cerca di
rammentarla in seguito. E possibile che tu abbia scavato almeno una delle fosse qui? O magari tutt'e
due?"
Lo sguardo di Monk si spost da Sophie al tumulo.
Con una mano si sfreg il cranio rasato.
" possibile..."
Per un attimo, Monk parve confuso. Poi Terry parl - e quel che mi era sembrato di cogliere sul suo
volto spar.
"Non voglio perdere tempo con queste storie. Allora... s o no?"
All'improvviso, negli occhi del detenuto tornarono la foga e la follia. Quando fronteggi Terry, il suo
sorriso sghembo sembrava quello di un ossesso.
"No."
"Aspetta, Jerome, stai..." prese a dire Sophie, ma non ebbe la possibilit di terminare la frase.
"Bene, qui abbiamo finito. Torniamo dov'eravamo prima," disse Terry, muovendosi per allontanarsi
dall'avvallamento.
"Ma  appena arrivato il cane da ricerca!" protest Sophie.
"Facciamo almeno un tentativo!"
Terry si ferm: l'indecisione era dipinta sul suo volto.
Se non fosse stato per Wainwright, credo che avrebbe agito di propria sponte. Ma, durante la scenata,
l'archeologo aveva continuato a sondare la montagnola.
"Ho quasi finito," disse, affondando nuovamente la sonda nel terreno. "Qui il suolo  decisamente pi
cedevole ma, trattandosi di torba, dubito che..."
Si ud chiaramente un crac, quando la sonda colp qualcosa.
Wainwright si ferm di botto. Poi affett un'espressione pensierosa, evitando scrupolosamente di
incrociare il mio sguardo.
"Ehm, sembra che ci sia qualcosa, qui ..."
Terry lo raggiunse. "Una pietra?"
"No, no, non credo." Con un cenno, l'archeologo invit la conduttrice del cane ad avvicinarsi. Stava
assumendo il controllo della situazione. "Cominci dal punto che ho appena sondato."
La giovane agente con i capelli rossi e la pelle screpolata dal vento condusse lo springer spaniel verso la
montagnola.
"No! Siamo nel posto sbagliato!" url Monk, serrando a pugno le enormi mani.
"Spieghi al suo 'assistito' che se dice ancora una parola gli faccio rimettere le manette" disse Terry a
Dobbs, con tono assai brusco.
L'avvocato parve restio a obbedire, ma la minaccia sort l'effetto desiderato. La bocca di Monk si
contrasse spasmodicamente, mentre lanciava uno sguardo alle proprie spalle, verso la brughiera aperta,
e schiudeva i pugni.
"Niente manette."
Lo spaniel scalpitava impaziente, sollevando il muso in direzione del tumulo. C'erano pochi cani da
cadavere nel paese, ma avevo sentito soltanto commenti positivi su di essi. Ciononostante ora avevo
qualche dubbio. La torba ostacolava il processo di decomposizione, arrestandolo quasi completamente.
Per quanto sensibile, il fiuto del cane non poteva rilevare qualcosa di inesistente.
Ma le orecchie dello spaniel - un magnifico esemplare femmina - si drizzarono quasi all'istante.
Uggiolando d'eccitazione, cominci a raspare intorno all'ultimo foro praticato da Wainwright. La
conduttrice si affrett a spostarlo.
"Brava! Bravissima!" Mentre accarezzava e coccolava l'animale, guard Terry. "Non c' dubbio: l sotto
c' qualcosa."
Nell'avvallamento si diffuse un senso d'attesa spasmodica.
Terry sembrava nervoso ma, in considerazione della pressione cui era sottoposto, non potevo
biasimarlo. Il corso della sua carriera dipendeva da ci che avremmo trovato.
"Cosa vuoi fare, capo?" gli domand Roper. La solennit del momento aveva persino cancellato
l'abituale ghigno nervoso dal suo volto.
Terry parve tornare di colpo in s. "Diamo un'occhiata.
Wainwright batt le mani - a quanto pareva, il precedente scetticismo era stato dimenticato. "Bene,
vediamo cosa c' qui, d'accordo?"
Arriv un agente della Scientifica con un borsone che conteneva picconi, vanghe e altri attrezzi per lo
scavo; lo lasci cadere rumorosamente sull'erba. Wainwright apr la cerniera e ne estrasse una pala.
"L'aiuto," dissi. Ma stavo soltanto perdendo il mio tempo.
"Oh, non penso che sia necessario. Se mi occorre una qualche assistenza, la avverto."
Dal tono in cui pronunci la frase, la parola assistenza sembrava un'offesa. Ora che le ricerche si
stavano mostrando proficue, all'improvviso l'archeologo aveva assunto l'aria del propugnatore dello
scavo. Se eravamo davvero davanti a una tomba, non faticavo a immaginare chi si sarebbe preso il
merito della scoperta. Pensai che non era qualcosa di realmente importante ma, in ogni caso, la
faccenda mi infastidiva.
Adesso tutti potevano soltanto guardare Wainwright che tracciava con la vanga le linee di un rettangolo
sulla montagnola. Per verificare l'esistenza di una tomba, scavare un solco esplorativo  assai pi
efficace di uno scasso completo. Offre un'idea migliore di ci che si pu trovare, permettendo di vedere
in quale direzione  orientato il corpo e a che profondit  sepolto. Soltanto dopo si inizia a scavare.
Osservando Wainwright al lavoro si sarebbe detto che quell'operazione era un gioco da ragazzi ma, per
esperienza, sapevo che non era affatto semplice. La lama della vanga solcava la terra con alacre
efficienza, rimuovendo zolle squadrate del terreno erboso.
"Alcuni indizi rivelano che la torba  stata smossa," borbott l'archeologo. "Qui  successo qualcosa."
Lanciai uno sguardo furtivo a Monk. Gli occhi neri del detenuto osservavano la scena privi
d'espressione. Si udiva soltanto il rumore della vanga; poi risuon un delicato schiocco di radici
strappate, allorch l'ultima zolla venne divelta. Dopo aver rimosso lo strato erboso, Wainwright
cominci ad affondare la lama della pala. La torba era umida e fibrosa. Era giunto a circa trenta
centimetri di profondit quando si ferm di colpo.
"Mi passi una paletta."
L'ordine non era diretto a nessuno in particolare, ma io ero la persona pi vicina. Puoi soltanto
ubbidire. Portai la paletta a Wainwright, fermandomi al di l del solco.
L'archeologo si accosci per raschiar via la torba da ci che aveva trovato.
"Cos'?" chiese Terry.
Wainwright corrug la fronte, e osserv il reperto pi attentamente. "Non sono sicuro... Credo che
potrebbe essere..."
"E un osso," dissi.
Dal terriccio scuro emergeva una forma liscia e pallida.
Era una visione piuttosto limitata, ma avevo imparato a cogliere la differenza tra la consistenza levigata
delle ossa e quella delle pietre o delle radici di un albero.
"Umano?" domand Sophie.
"Ci che si vede non  ancora sufficiente per stabilirlo con certezza."
"Comunque  sicuramente un osso," ribad Wainwright, con un tono che tradiva il fastidio per la mia
intromissione.
Il rumore raschiante della paletta riemp l'avvallamento mentre cominciava a rimuovere la torba intorno
all'osso.
L'archeologo era al centro dell'attenzione. Sophie fremeva d'impazienza. Terry se ne stava con le spalle
ingobbite e le mani sprofondate nelle tasche, come se fosse in attesa di qualcosa che gli facesse
coraggio. Appena dietro di lui, Roper si mordicchiava nervosamente un labbro. Monk, invece, appariva
impassibile. Notai che evitava persino di guardare lo scavo: si sforzava di volgere il capo all'indietro per
scrutare la brughiera alle sue spalle.
A un certo punto, Wainwright parl di nuovo. "C' un tessuto, qui. Forse  un abito. No, un attimo,
credo..."
Si chin per osservare pi da vicino, nascondendo alla vista degli altri ci che aveva trovato.
All'improvviso, la tensione parve abbandonarlo. "E pelo."
"Pelo?" Terry si affrett ad avvicinarsi: voleva vedere con i propri occhi.
Ora Wainwright rimuoveva torba con colpi di paletta furiosi. "S,  pelo! E un dannato animale."
L'osso riportato alla luce proveniva da un bacino fratturato, che spuntava da un'ispida pelliccia.
"Cos', una volpe?"
"Un tasso." Wainwright estrasse una zampa infangata dal terriccio umido: ecco gli unghioli ricurvi
coperti di terra. "Congratulazioni, signorina Keller. Grazie al winthropping siamo riusciti a disseppellire
un vecchio tasso."
Per una volta, Sophie non seppe come replicare. Mentre tutti si avvicinavano per dare un'occhiata al
ritrovamento, sembrava che volesse strisciare e nascondersi in quella buca.
Andai a esaminare il corpo del tasso. Era stato straziato: le ossa rotte sporgevano dal pelo ispido e
arruffato.
"Dovevamo accertare cosa ci fosse quaggi," dissi, irritato.
"Per quanto ne sapevamo, poteva essere la tomba di un essere umano."
Wainwright mi rivolse un sorriso gelido. "N la signorina Keller n lei siete archeologi forensi, dottor
Hunter.
Forse in futuro starete pi... "
Non vidi ci che accadde, sentii solo l'improvviso parapiglia.
Alle nostre spalle echeggi un grido: mi voltai e vidi entrambe le guardie carcerarie stese a terra. E una
di esse aveva travolto un altro agente.
Pi lontano, scorsi Monk che stava fuggendo dall'avvallamento: le sue possenti gambe pompavano
come pistoni.
Aveva atteso il momento propizio, quando l'attenzione di tutti si era concentrata altrove. Poi vidi un
agente avventarsi su di lui, nel tentativo di fermarlo: il fuggitivo non rallent neppure, puntando dritto
l'ostacolo. Il poliziotto si ribalt di lato, quasi fosse stato travolto da un toro.
Davanti a Monk adesso c'era soltanto l'ampio pianoro della brughiera.
"Inseguitelo!" url Terry, e scatt verso il fuggiasco.
La forza bruta e l'elemento sorpresa avevano dato a Monk una decina di metri di vantaggio - non
sarebbero certo bastati. Nell'aria risuonavano le imprecazioni e il pesante trapestio degli scarponi degli
inseguitori. Adesso alcuni agenti lo incalzavano da vicino, e Monk non poteva certo sperare di
guadagnare la libert battendosi contro tutti.
All'improvviso scart e cambi direzione, e i poliziotti che stavano per raggiungerlo si ritrovarono a
correre in un pantano erboso. Nel giro di qualche secondo furono costretti a fermarsi, a lottare
vanamente contro il fango che sembrava risucchiare i loro scarponi.
Monk rallent in maniera pressoch impercettibile. Il goffo impaccio che gli era valso la liberazione
dalle manette appariva svanito d'incanto. Sembrava che sapesse esattamente dove mettere i piedi:
riusciva a trovare il terreno compatto anche quando era indistinguibile dalla palude circostante. Ora
comprendevo perch avesse rivolto lo sguardo verso la brughiera, anzich osservare il lavoro di
Wainwright.
Stava pianificando il percorso da seguire.
"Il cane! Lanciategli dietro quel maledetto cane!" sbrait Terry, che stava tentando di aggirare
l'acquitrino.
L'agente con il cane aspettava soltanto un cenno. Appena fu liberato del guinzaglio, il pastore tedesco si
lanci nella brughiera verso Monk. Aiutato nel fango dalla fortuna o forse dal minor peso, in pochi
secondi guadagn moltissimo terreno nei confronti del fuggitivo. Vidi il pallido viso di Monk che si
voltava per controllare il proprio vantaggio, che si ridusse ulteriormente quando rallent per sfilarsi la
giacca. Cosa diavolo sta facendo?
Un attimo dopo, capii: mentre il cane lo raggiungeva si gir di scatto, allungando l'avambraccio avvolto
nella giacca. Quando l'animale si avvent sul braccio, azzannando la spessa imbottitura, indietreggi di
un passo per reggere l'urto. Poi cal l'altra mano sulla nuca del cane e lo sollev. Un acuto guaito solc
l'aria, prima di cessare bruscamente. Monk si volt e lanci di lato il corpo ormai senza vita dell'animale,
quindi riprese a correre.
Il silenzio sgomento fu spezzato da un grido mentre il conduttore del pastore tedesco si precipitava
verso la forma immobile del cane.
"Ges Cristo!" ansim Roper. Agguant affannosamente la ricetrasmittente. "Fate decollare l'elicottero!
Niente domande. Obbedite, e basta!"
Monk correva a grandi falcate sul terreno irregolare, la medesima scioltezza di chi sta facendo jogging in
un parco. La maggior parte dei poliziotti arrancava ancora nel pantano, che Terry era riuscito
parzialmente a evitare.
E il cane era costato a Monk il vantaggio iniziale. Mi trovavo sul ciglio dell'avvallamento per soccorrere
i feriti e rimasi senza fiato allorch mi resi conto che il vice stava per raggiungerlo.
Sophie si era portata entrambe le mani alla bocca. "Oh, Dio, si far ammazzare!"
Aveva ragione. Terry poteva battersi pressoch con chiunque, ma avevamo appena visto Monk
spezzare il collo a un robusto cane poliziotto.
Anche Terry l'aveva veduto. E cos si scagli verso le gambe del detenuto con un gesto rugbistico,
afferrandolo appena al di sotto delle ginocchia. Monk cadde come se fosse stato abbattuto da una
mazzata: stramazz con le gambe ancora bloccate dall'altro. Ci non parve scoraggiarlo. Si volt e prese
a percuotere selvaggiamente l'uomo aggrappato alle sue tibie, tentando di colpirlo alla testa. Terry
ritrasse il capo tra le spalle, per ripararsi. Poi uno dei pugni lo centr, e moll la presa.
Scalciando, Monk si liber e si rialz affannosamente sulle ginocchia. Non riusc a rimettersi in piedi,
perch un poliziotto infangato lo speron, facendolo rotolare lontano dal punto in cui giaceva il vice.
Subito un altro agente gli si lanci contro; poi le uniformi si accalcarono intorno al detenuto, come
formiche che assediano una vespa.
"Avanti, bastardi!"
I manganelli si sollevavano e calavano ritmicamente, mentre Monk menava colpi nel tentativo di
respingere gli assalitori, ma la mera forza derivante dal loro numero lo trascin a terra. A un certo
punto, riusc a rimettersi in piedi per un attimo; poi un fendente di manganello gli falci le gambe. Con
la faccia contro il terreno, si dimen vanamente per risollevarsi. Gli torsero le braccia dietro la schiena e
lo ammanettarono - e tutto fu finito.
"NO! No! No! No!"
Ulul come un animale ferito quando i poliziotti lo immobilizzarono e gli assicurarono le cinghie
intorno alle caviglie. Poi indietreggiarono, mentre si dimenava sul terreno, furibondo e impotente.
Alcuni agenti erano andati a soccorrere Terry, che era carponi, ancora stordito dai colpi. Lo fissai: si
scroll di dosso le mani che tentavano di aiutarlo e si rialz. Ero troppo lontano per udire quel che
diceva - immaginai che fosse una battuta, poich dagli uomini che lo circondavano giunse uno scoppio
di risa chiassose e leggermente isteriche.
Sophie si lasci andare contro di me. "Oh, Dio."
La cinsi istintivamente con un braccio. I due agenti penitenziari e il poliziotto che Monk aveva steso per
darsi alla fuga si erano rialzati. La guardia pi anziana aveva il volto insanguinato per la frattura del setto
nasale, ma era in grado di camminare. Pallido e tremante, rovesciava il capo all'indietro, tamponando il
sangue con i fazzoletti che gli avevo dato. Tra i due agenti carcerari, era quello che aveva trattato Monk
nel modo pi umano. Non gli aveva giovato.
L'avvocato di Monk si era chiuso in un silenzio ostinato ma, mentre ci affrettavamo a raggiungere Terry
e gli altri agenti che circondavano il suo assistito, sembr che si sentisse costretto a parlare.
"Vi renderete perfettamente conto del fatto che ci dimostra l'assoluta incapacit della polizia di
custodire il mio cliente," disse ansante, rivolgendosi a Roper. Teneva la valigetta infilata sotto il braccio,
mentre si sforzava di tenere il passo. "Non avrebbero dovuto consentirgli di fuggire.
Ho intenzione di presentare un esposto ufficiale per segnalare il modo in cui  stata gestita l'intera
operazione."
"Faccia pure," replic Roper.
Dobbs consider quell'indifferenza alla stregua di un incoraggiamento. "E quanto all'uso della forza... Il
metodo con il quale  stato ridotto all'impotenza appare assolutamente eccessivo: un esempio da
manuale della brutalit delle forze di polizia! "
Roper si volt verso di lui, scoprendo i denti da roditore in un ghigno ferino. "Se non chiude il becco,
le infilo quella valigetta nel culo."
Al che l'avvocato tacque.
Gli agenti intorno a Monk recavano i segni della lotta.
Apparivano coperti dal fango del pantano, e tutti sanguinavano o lamentavano qualche trauma. Terry
aveva sulla fronte una tumefazione escoriata delle dimensioni di un uovo, ma non era ferito
gravemente. Sembrava quasi eccitato dall'accaduto, e l'adrenalina acuiva la sua tensione, rendendola
spasmodica.
"Ottimo lavoro, capo," disse Roper, assestandogli una pacca sulla schiena. "Come va la testa?"
Terry si tocc cautamente il bozzo. "Sopravvivr." Poi, rivolgendosi a Sophie, sogghign e disse: "Non
inficia il mio fascino, vero?"
"Qualunque modifica rappresenta un miglioramento," rispose la giovane, freddamente.
Wainwright raggiunse a lunghe falcate il punto in cui Monk giaceva immobilizzato tra l'erba e l'erica. Il
petto del detenuto si sollevava e riabbassava rapidamente, e la sua bocca appariva umida di sangue.
Aveva smesso di dibattersi: si limitava a dare qualche strattone alle cinghie e alle manette, per saggiarne
la resistenza: le manette erano di acciaio temprato, e la cinghia di nylon intorno alle caviglie avrebbe
resistito a lungo. In qualsiasi caso, ero contento di non appartenere alla scorta che l'avrebbe riportato in
carcere.
Con i pugni sui fianchi, Wainwright lo squadr dall'alto in basso. "Mio Dio, simili bestie dovrebbero
stare in gabbia! E se penso che la societ spreca dei quattrini per tenerle in vita..."
Monk rimase pietrificato. Poi torse il capo per sollevare lo sguardo verso l'archeologo: aveva i denti
macchiati di sangue. Nei suoi occhi non c'era n paura n rabbia, soltanto una fredda volont di analisi.
"Oh, per l'amor del cielo, lo lasci in pace!" disse Sophie.
"Non impressiona nessuno!"
"Neppure lei," ribatt Wainwright. "E dopo lo spettacolo che ha offerto laggi, dubito che otterr un
altro incarico dalla polizia!"
"Adesso basta," disse Terry, avvicinandosi. L'energia febbrile che l'aveva sostenuto fino a qualche
momento prima sembrava svanita insieme alla presa di coscienza della triste realt dalla situazione. "Qui
abbiamo finito.
Noi aspettiamo che arrivi l'elicottero, ma gli altri possono anche far ritorno alle auto."
"E le tombe?" domand Sophie. Aveva un'espressione affranta. Il feroce commento di Wainwright
aveva colto nel segno.
Terry rimase a guardare l'agente che portava il corpo del cane con la testa penzoloni. "Tu che ne
pensi?" le chiese, prima di voltarle le spalle.
Sophie e io ci avviammo verso il sentiero: per raggiungere il viottolo e le nostre automobili sarebbe
stato pi comodo quel percorso, anzich arrancare nella brughiera.
La giovane procedeva in silenzio, e anch'io tacqui finch non la vidi asciugarsi rabbiosamente le lacrime.
"Non badare alle parole di Wainwright. Non  stata colpa tua."
"S, certo."
"Avrebbe potuto essere davvero una fossa. Non potevamo fare a meno di accertarcene."
Mentre pronunciavo queste parole, qualcosa si agit in un recesso delle mia mente - qualcosa che non
riuscii a identificare. Non mi sembr importante, e cos lasciai perdere, concentrandomi su Sophie.
Lei mi rivolse un sorriso amaro. "Sono sicura che Simms la pensa allo stesso modo. Dio, ho fatto
proprio la figura della scema, offrendo a Monk il mio aiuto per ricordare, eh? Mi sembrava di poter
gestire la situazione.
Ma lui ci stava prendendo in giro. Diceva che ci avrebbe mostrato dov'erano le tombe solo per avere
l'occasione di scappare."
"Non potevi prevederlo."
Non mi stava ascoltando. "Ma io non riesco ancora a capirei Come poteva immaginare di andar
lontano? Dove pensava di fuggirei"
"Non lo so." Ero troppo abbattuto per affrontare un'analisi meticolosa del fallimento dell'operazione.
"Probabilmente non aveva un piano razionale. L'ha improvvisato sul momento."
"Non credo." Sophie aveva un'aria inquieta. Si scost una ciocca di capelli dal volto. "Nessuno agisce
senza una ragione precisa. "
Capitolo 7
Arriv la primavera e poi se ne and. L'estate scivol nell'autunno, e questi nell'inverno. Il Natale si
avvicinava.
Alice festeggi un altro compleanno, cominci ad andare a lezione di danza ed ebbe la varicella. Kara
ottenne una promozione e un piccolo aumento di stipendio. Per festeggiare l'evento, con i soldi extra
acquistammo una nuova automobile, una Volvo station-wagon. Una macchina bella e sicura per le mie
due donne. Fu richiesto il mio intervento per le indagini riguardanti un'enorme fossa comune nei
Balcani e, in quel clima gelido, mi beccai l'influenza. La vita continuava.
Le vane ricerche delle vittime di Jerome Monk si ritirarono ulteriormente nel passato.
Mi sarei aspettato che il fallito tentativo di fuga di Monk suscitasse un certo scalpore, ma Simms era
riuscito a non far trapelare la notizia sui giornali. Le operazioni di ricerca proseguirono, ma ormai
avevano perso ogni slancio.
A quel punto, Simms si avvalse della collaborazione di tecnici specializzati nelle misurazioni geofisiche,
sperando che la resistivit elettrica del terreno e il suo campo magnetico potessero rivelare l'ubicazione
dei cadaveri.
Ma si trattava di indagini dettate prevalentemente da una sorta di disperazione, giacch quelle tecniche
non erano adatte al terreno accidentato di una brughiera, ricco di torba. Dopo alcuni giorni, le ricerche
furono sospese alla chetichella.
Lindsey e Zoe Bennett sarebbero rimaste sepolte nelle loro tombe sconosciute.
Il mio contributo alle indagini termin ancor prima della fine delle ricerche. La mia presenza era legata
soprattutto all'eventualit che venissero trovati i cadaveri, ma si trattava di un'eventualit assai
improbabile. Insieme a Pirie, dedicai un'altra giornata di lavoro ai resti di Tina Williams. Alla
conclusione delle analisi, non ebbi pi alcun motivo per restare.
La partenza non mi creava n fastidio n dispiacere, anzi. Non era stata una bella esperienza, e
avvertivo la mancanza della mia famiglia. Mi angustiava soltanto il fatto di non aver avuto la possibilit
di salutare Sophie.
Era partita prima di me, seguitando a rimproverarsi per l'accaduto. Speravo che superasse quel fastidio.
Simili impicci ti seguono ovunque, soprattutto se il responsabile di un lavoro - il commissario-capo, in
questo caso -  alla ricerca di qualcuno su cui scaricare le colpe dell'insuccesso.
Comunque Simms aveva in mente un altro capro espiatorio.
Parlai con Terry soltanto una volta, prima di lasciare quel luogo. Era la mattina della partenza, e stavo
caricando le valigie sull'auto parcheggiata davanti al Trencherman's Arms. Chiusi il bagagliaio proprio
nel momento in cui la sua vistosa Mitsubishi gialla si ferm accanto a me.
"Gi in partenza?" mi chiese, mentre scendeva.
"E un viaggio piuttosto lungo. Mi sembri un po' stanco.
Tutto a posto?"
Terry aveva l'aria di chi non ha chiuso occhio. Sull'escoriazione sopra la fronte era comparsa una crosta
- la ferita era pi grave di quanto non fosse sembrata dopo l'assalto di Monk. Si sfreg i palmi delle
mani sugli occhi gi arrossati.
"Una favola."
"Com' andata con Simms?"
"Simms?" Parve stupito, come se per un istante non avesse idea di ci cui stavo alludendo. "Di certo,
non ha intenzione di propormi per una medaglia."
"Ti ha incolpato per quello che  successo?"
"Ovviamente. Non penserai che sia un tipo da accettare una critica?"
"Ma  lui il titolare delle indagini, la responsabilit era sua...
"Se servisse a toglierlo d'impiccio, Simms non esiterebbe a sacrificarmi. Credi che qui non ci sia gente
che muore dalla voglia di vedere abbassare la cresta al ragazzo appena arrivato dalla Polizia
Metropolitana londinese?"
Aveva ragione. Mi domandai se fosse il caso di riferirgli che avevo sorpreso Roper a ragguagliare Simms
durante le ricerche. Ma non erano che sospetti, e Terry aveva gi abbastanza grattacapi.
"C' qualcosa che posso fare?"
Proruppe in una risata amara. "Soltanto se sei in grado di far tornare indietro il tempo."
Non avevo mai visto Terry in quello stato. "La situazione  davvero cos grave?"
Terry si sforz di fare spallucce, senza per riuscire a mostrarsi affatto sollevato. "No. Semplicemente
non ho dormito bene. Sophie  da queste parti?"
"E partita ieri sera."
"Ieri sera? Perch diavolo non me l'ha detto?"
"Neanch'io l'ho vista prima che se ne andasse. Penso che non volesse compagnia. Si sentiva
responsabile per quanto  accaduto." be , non e l'unica.
"Non  stata colpa sua. Al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo."
Terry mi lanci un'occhiata priva di ogni cordialit.
D'un tratto, ebbi l'impressione di non conoscere quell'uomo. "Perch all'improvviso prendi le sue
parti?"
"Sto solo dicendo... "
"So perfettamente cosa hai intenzione di dire. L'intera operazione  fallita, io rischio di venir rimosso
dall'incarico, ma tu sei pi preoccupato di difendere quella maledetta Sophie Keller. D'altronde, ho
notato che siete diventati piuttosto intimi."
"Cosa vorresti insinuare?"
"Che..." Si trattenne dal proseguire. "Lascia perdere.
Senti, devo andare. Salutami Kara."
Risal sulla sua auto, sbattendo la portiera e ripartendo a una velocit tale da schizzarmi una manciata di
ghiaia sulle gambe. Rimasi immobile per qualche momento, pervaso da rabbia e stupore nel contempo.
Comunque ritrovai la calma in breve tempo. Terry era perfettamente in grado di badare a se stesso, e
sebbene gli fossi grato di avermi segnalato a Simms per quell'incarico, lo conoscevo troppo bene per
non capire che aveva sperato di godere di riflesso di un mio eventuale successo.
Ma ci non gli impediva di sfogare il suo malumore su di me.
Inoltre, nella mia vita stavano accadendo troppe cose perch potessi indugiare a riflettere sulla
situazione.
Sembrava che Alice crescesse di botto non appena mi assentavo per qualche giorno, e Kara e io
stavamo cominciando a parlare dell'eventualit di darle un fratellino o una sorellina. Per quanto atteneva
la professione, ero impegnatissimo.
L'operazione nel Dartmoor non era stata coronata da successo, ma non aveva avuto ripercussioni sulla
mia reputazione. Fui subissato di richieste di consulenze dalla polizia, e se talvolta mi interrogavo
sull'eccitazione che mi pervadeva quando il telefono squillava e apprendevo la notizia del ritrovamento
di un corpo mutilato o decomposto... be', mi dicevo che, in fondo, era qualcosa di comprensibile. Si
trattava del mio mestiere, anche se dovevo mantenere un certo distacco mentre rispondevo. Chi non
sarebbe contento del fatto che la propria carriera sta andando bene?
Poi venni interpellato per le indagini successive alla scoperta di un'enorme fossa comune in
Bosnia-Erzegovina.
Mi recai l insieme a una squadra investigativa internazionale con il compito di esumare e identificare -
qualora fosse possibile - le vittime. Fu una snervante trasferta di un mese, nel corso della quale passai
tre giorni a letto, a tossire in preda alla febbre. Tornai dimagrito di tre chili, reduce da un'istruttiva
lezione sulle capacit del genere umano di commettere atrocit su scala industriale. Non ero mai stato
cos felice di rientrare a casa, e inizialmente attribuii il silenzio di Kara alla volont di lasciarmi il tempo
di riabituarmi alla normalit. Tuttavia, la sera del mio ritorno, dopo aver letto una storia ad Alice per
farla addormentare, mentre mia moglie e io eravamo a tavola davanti a una bottiglia di vino, compresi
che c'era qualcos'altro.
"Scusa, puoi dirmi cosa c' che non va?" le chiesi.
Kara era rimasta con lo sguardo perso nel vuoto per diversi minuti. Si trattava di un atteggiamento
inspiegabile: rinchiudersi in se stessa, dopo settimane di lontananza.
"Eh? Perdonami, avevo la mente da un'altra parte."
"Lo so. Cosa c'?"
"Niente. Davvero. Soltanto qualche pensiero." Sorrise, sforzandosi di sdrammatizzare. "Avanti,
sparecchiamo."
"Kara...?"
Pos i piatti con un sospiro. "Promettimi che non farai niente."
"Come?... Cos' successo?"
"Qualche sera fa, Terry Connors  passato a trovarmi."
Dopo l'operazione nel Dartmoor, non ci eravamo pi visti n sentiti. "Terry? E perch?"
"Ha detto che era a Londra e che aveva pensato di venire a salutarti, ma... Be', ho avuto l'impressione
che sapesse che eri via."
Mi sentii pervadere dal gelo. "Va' avanti."
"C'era qualcosa di... strano, in quella visita inattesa.
Dall'alito, ho capito che aveva bevuto, e mi sono chiesta perch non avesse chiamato per assicurarsi che
eri in casa.
Gli ho offerto un caff - in cucina. Non volevo riceverlo in soggiorno. Mi faceva sentire... a disagio."
"In che senso, a disagio?"
Kara avvamp. "Te lo devo spiegare per filo e per segno?"
Stavo serrando il bordo del tavolo con entrambe le mani.
Mi imposi di allentare la presa. "Cos' successo?"
"Quando gli ho detto che era arrivata l'ora di salutarci.
... be', mi ha chiesto se era davvero ci che volevo. Ha detto... Ha detto che non avevo idea di cosa
combini quando sei in trasferta." Kara sollev il calice di vino; dopo qualche istante, lo pos, senza aver
bevuto. "A quel punto, al piano di sopra Alice si  svegliata e si  messa a gridare, chiedendo se eri
tornato. Ho provato un gran sollievo. Quell'intrusione l'ha come ridestato, e se n' andato."
Per un attimo, la vista mi si annebbi: avevo la sensazione di essermi alzato troppo rapidamente, anche
se non mi ero mosso. "Perch non me l'hai detto subito?"
"Eri completamente perduto in quella fossa dei Balcani.
E a cosa sarebbe servito? Inoltre, in realt non  successo niente."
"Ges! Terry  venuto qui e... e... ! "
"David, calmati."
"Calmarmi?" Spinsi la sedia all'indietro, incapace di soffocare la mia rabbia. "Ci che ha detto sul mio
conto non... non  vero."
Kara si alz e si avvicin. Mi accarezz il volto. "Lo so.
Terry pensa che tutti siano come lui."
"Cosa intendi dire?"
"Sai com' fatto, no? Conosci le sue avventure."
"Avventure?" ripetei, stupidamente.
Lei mi rivolse un'occhiata interrogativa. "Non sai?
Davvero? Non l'hai mai capito? Non so come Deborah sia riuscita a restargli accanto per tutto questo
tempo. Mi ha confessato che sono anni che sa delle sue infedelt: gli ha chiesto soltanto di essere
discreto nelle sue scappatelle.
Credo che sia questo il motivo per cui hanno dovuto lasciare Londra. Terry ha avuto una storia con una
collega, ed  successo un pasticcio."
Per me erano novit assolute. Che tuttavia spiegavano la loro tensione l'ultima volta che eravamo usciti
tutt'e quattro insieme. Qualcosa che non era sfuggito neppure a me.
"Perch non me ne hai mai parlato prima?" le chiesi, abbracciandola.
"Perch non erano affari tuoi, e non volevo creare imbarazzo.
Visto che devi lavorare con lui."
Non pi. Kara si scost, per guardarmi negli occhi.
"Promettimi che non farai sciocchezze."
"Tipo?"
"Qualunque cosa. Devi solo lasciar perdere. Ti prego.
Sarebbe tempo sprecato." Mi fece scivolare una mano sulla schiena. "Inoltre non ho affatto voglia di
trascorrere la sera del tuo ritorno a parlare di Terry Connors."
Neppure io. E cos ci dedicammo ad altro.
Comunque era impossibile da dimenticare. Terry era venuto a casa mia con l'intenzione di sedurre mia
moglie.
E, come se non bastasse, aveva tentato di farle credere che l'avessi tradita. Il solo pensiero mi
provocava una vertigine di rabbia, ma mi dissi che sarebbe stato meglio sorvolare sulla faccenda per
qualche giorno, in modo da lasciar sbollire l'ira.
Resistetti fino al pomeriggio seguente.
Dopo l'incarico nei Balcani, avevo previsto che ci sarebbero voluti alcuni giorni per riabituarmi alla
routine lavorativa, e cos smisi presto. Anche se, la sera, mi ero accordato con Kara per andare a
prendere Alice alla scuola materna, durante la nottata la rabbia nei confronti di Terry era cresciuta in
maniera incontrollata. Durante il giorno, rimuginai per ore sulla faccenda; poi telefonai a mia moglie in
ospedale.
"Scusa, potresti andare a prendere Alice, pi tardi?" le dissi.
"S, credo di s. Ti  capitato un impegno imprevisto?"
Mi stavo gi pentendo di averla chiamata. Kara lavorava part-time e aveva orari flessibili, che cambiava
spesso per aiutare i colleghi. Mi sembrava di abusare della sua disponibilit, ma ero appena tornato da
un viaggio e l'incombenza riguardava nostra figlia. No, avrei dovuto concentrarmi sulle cose importanti,
non partire alla carica per affrontare un tipo come Terry Connors.
"Lascia perdere, non  cos importante. Non preoccuparti."
"No, non c' problema. In ogni caso, dovevo soltanto partecipare a una riunione del personale, e sono
contenta di avere una scusa per evitarla. " Nella sua voce si insinu una punta di diffidenza. "Ma... 
successo qualcosa?"
"No, niente. Lasciamo le cose... "
Stavo per dire come stanno, ma in sottofondo udii un gran trambusto di voci e di pesanti porte che
sbattevano.
"Scusa, hanno bisogno di me," disse, frettolosamente.
"Allora, io vado a prendere Alice. Mi spieghi tutto dopo.
Ciao."
Prima che avessi il tempo di salutarla, interruppe la comunicazione.
Riagganciai, sentendomi sciocco e fatuo.
Mi riproposi di richiamarla pi tardi per dirle che avevo cambiato idea e che sarei andato a prendere
Alice. Attesi mezz'ora ma, quando cercai di telefonarle, la linea risultava occupata. Nel frattempo, avevo
cominciato a ripensare al comportamento di Terry - l'ira nei suoi confronti era rimontata. A quel punto,
reputai inutile chiamare nuovamente Kara: ormai doveva essersi organizzata.
E cos telefonai a Terry.
Non ero neppure sicuro che, vedendo il mio numero sul display, avrebbe risposto. Ma lo fece. La sua
voce non suon meno vivace e baldanzosa del solito. "David! Come te la passi?"
"Ho bisogno di vederti."
La sua esitazione dur un solo attimo. "Senti, mi farebbe davvero piacere, ma sono in un momento un
po'... incasinato. Ti chiamo non appena... "
"Preferisci che ti aspetti davanti a casa tua?"
Non avevo intenzione di coinvolgere la sua famiglia, ma non volevo che se la cavasse cos facilmente.
Adesso la pausa si protrasse pi a lungo.
"Mi devi dire qualcosa?"
Era proprio cos, ma intendevo guardarlo negli occhi mentre parlavo. "Potrei essere a Exeter tra quattro
ore.
Devi soltanto dirmi il posto."
"Ti risparmio il viaggio. Sono ancora a Londra. E ti offro anche una birra." Aveva assunto un tono
condiscendente.
"Proprio come ai vecchi tempi."
Mentre andavo all'appuntamento, mi imposi di mantenere la calma. Aveva suggerito di incontrarci in un
pub di Soho e, quando entrai, capii il motivo della sua scelta.
Il locale era pieno di addobbi natalizi - festoni sbiaditi e gingilli fuori moda che il gestore rispolverava
da anni. Era evidentemente un ritrovo per poliziotti: la maggior parte della clientela ostentava la
sbruffoneria tipica degli agenti fuori servizio. Al bancone, Terry stava sghignazzando in compagnia di
alcuni avventori. Quando varcai la soglia, si scus e mi venne incontro. Sul suo volto campeggiava il
consueto sorriso, ma gli occhi erano guardinghi.
"Che cosa bevi?"
"Niente, grazie."
"Come preferisci." Col bicchiere in mano, si appoggi comodamente a un tavolo. "Allora, qual  il
problema?
Cos'hai da dirmi di cos urgente?"
"Sta' lontano da Kara."
"Di cosa diavolo stai parlando?"
"Sai esattamente di cosa sto parlando. Non mettere pi piede in casa mia. "
Stava ancora sorridendo, ma un vago rossore prese a risalire dal suo collo. "Ehi, ehi, aspetta. Calmo.
Non so cosa ti abbia detto tua moglie, ma io non sapevo che fossi via.
"Lo sapevi perfettamente. Tutti i giornali avevano parlato di quella fossa comune, e non ci voleva un
genio per capire che ero l. Ecco perch non hai chiamato prima di andare: non avresti avuto alcuna
scusa per presentarti alla porta."
"Senti..."
"Hai persino insinuato che avessi una relazione! Perch diavolo l'hai fatto?"
Nel suo sguardo mi parve di cogliere un senso di colpa o un moto di rammarico, ma quell'ombra dur
cos poco che ebbi il sospetto che fosse generata dalla mia immaginazione.
Rispose con un'alzata di spalle. "Perch no?"
"Tutto qui?"
"Cosa vuoi che ti dica? Kara  molto attraente. Dovresti esserne lusingato."
Aveva un ghigno beffardo. Calma. Non abboccare. Giocava in casa. Se avessi perso il controllo,
avrebbe potuto spazzare il pavimento del pub con i capelli del mio cranio e avere tantissimi testimoni
disposti a giurare che ero stato io ad attaccar briga. Non capivo che cosa potessi avergli fatto, ma ormai
non mi importava pi saperlo.
Mentre riflettevo sulla faccenda, mi sovvenne un'altra considerazione.
"Le cose non funzionano come vorresti, eh, Terry?"
I suoi occhi si socchiusero. "Di cosa stai parlando?"
"E per questo che frequenti un simile posto, vero?" Accennai al pub. "Per ricordare i giorni di gloria. La
tentata fuga di Monk deve essere stata un bel colpo per la tua reputazione."
Il suo sorriso era svanito. Aveva un'espressione truce.
"Va tutto a gonfie vele. Mi sono soltanto preso alcuni giorni di vacanza."
I suoi occhi smentivano quelle affermazioni. Terry si era sempre comportato con una certa
spericolatezza - e anche da ci derivava il suo fascino. Ma ora colsi in lui una componente
autodistruttiva. Per arrivare al successo, si affidava alla fortuna e allo slancio: e adesso che entrambe le
cose l'avevano tradito, stava sfogando la sua frustrazione.
E il caso voleva che fossi un comodo bersaglio.
Era inutile trattenersi l. Alla fine, Kara aveva avuto ragione: affrontandolo, non avevo ottenuto niente.
Mentre uscivo, Terry disse qualcosa al gruppo al bancone. La chiassosa risata di quegli uomini mi segu
fino alla porta.
Che mi chiusi alle spalle, ritrovandomi in strada.
Mi diressi verso casa. Era troppo tardi per passare a prendere Alice, e immaginavo che le mie donne
sarebbero arrivate prima di me. Quando arrivai, non c'erano ancora, e cos cominciai a preparare la
cena. Ero pentito di essere andato a incontrare Terry e mi rimproveravo di aver costretto Kara a
recuperare nostra figlia alla scuola materna. Decisi di farmi perdonare da entrambe. Quel fine-settimana
le avrei portate fuori: magari sarei andato allo zoo con Alice e a cena con Kara, dopo aver trovato una
baby-sitter.
Ero talmente immerso nella pianificazione del weekend che non mi resi conto del loro ritardo. Chiamai
Kara sul cellulare, ma non rispose. Non part neppure la segreteria - un fatto piuttosto strano. Tuttavia
non ebbi il tempo di preoccuparmene, poich in quel momento suonarono alla porta.
"Se  qualcuno che ha voluto fare un'improvvisata..." borbottai, asciugandomi le mani mentre andavo
ad aprire.
Non era affatto cos. Oltre la soglia, vidi una poliziotta e una donna. Erano l per dirmi che un uomo
d'affari ubriaco, aveva perso il controllo della sua BMW, centrando l'auto su cui viaggiavano Kara e
Alice e scagliandola contro un TIR. Il grosso camion aveva schiantato il telaio della Volvo nuova come
legno di balsa. Mia moglie e mia figlia erano morte sul colpo.
Nel tempo di un battito di ciglia, la vita che avevo fatto fino ad allora era svanita.
Capitolo 8
Quando trill il campanello ero appena uscito dalla doccia. Imprecai e agguantai l'accappatoio. Senza
smettere di asciugarmi i capelli, lanciai un'occhiata all'orologio della cucina, prima di affrettarmi nel
corridoio, chiedendomi chi potesse presentarsi in casa d'altri alle nove di domenica mattina.
Guardai attraverso lo spioncino che avevo fatto installare sulla porta d'ingresso. Mi aspettavo di vedere
un paio di tizi con sguardi da predicatore e abiti fuori taglia che speravano di vendermi il sogno della
vita eterna. Invece scorsi un solo individuo, deformato dalla lente convessa.
Era voltato a osservare la strada, cosicch potei solo distinguere le spalle larghe e i corti capelli neri. Che
si diradavano verso il cocuzzolo, rivelando uno squarcio di cuoio capelluto delle dimensioni del palmo
di una mano - quell'uomo aveva tentato infruttuosamente di nascondere la calvizie con un riporto.
Aprii la porta. Dopo l'aggressione di cui ero stato vittima, la polizia mi aveva consigliato di dotarla di
una robusta catenella di sicurezza, ma finora non mi ero risolto a provvedere all'installazione. Anche se
la mia accoltellatrice non era stata ancora catturata, lo spioncino corazzato mi sembrava gi abbastanza
un accessorio paranoico.
Ero disposto a correre alcuni rischi.
Quando aprii, il cielo color peltro mi rivers addosso la sua fredda luce. I tigli che fiancheggiavano la
mia strada avevano perduto gran parte delle foglie; l'asfalto era coperto da un manto frusciante di giallo.
Anche se il mattino di ottobre era piuttosto freddo e umido, il visitatore non indossava alcun soprabito
- soltanto un completo. Si volt a guardarmi e sorrise, vedendo il mio accappatoio.
"Ciao, David. Non disturbo, vero?"
Pi tardi, mi dissi che a colpirmi fu soprattutto l'apparente normalit di quella situazione. Era come se
ci fossimo visti soltanto qualche settimana prima. Non erano passati sette, anzi otto anni dal nostro
ultimo incontro.
Terry Connors non poteva dirsi cambiato. D'accordo, era invecchiato: l'attaccatura dei capelli appariva
pi alta e il pallore estenuato della pelle del volto raccontava di lunghe ore passate in uffici fumosi. Alle
estremit esterne degli occhi erano comparse alcune rughe. Ma, sebbene il profilo marcato del mento e
della mascella si fosse appesantito, il suo fascino risultava intatto - forse pi vissuto.
E la medesima cosa si poteva dire della sfrontatezza, che aveva sempre rappresentato una componente
precipua del suo carattere. Guardava ancora dall'alto in basso, in senso tanto metaforico quanto
letterale: nonostante fosse in piedi sul gradino inferiore, i suoi occhi scuri si piantavano dritto nei miei.
D'un tratto, li vidi guizzare su di me: di certo, stavano rilevando i cambiamenti intervenuti sulla mia
persona - era un'indagine reciproca. Mi domandai quanto apparissi diverso a Terry, dopo tutto quel
tempo.
Fu solo allora che avvertii lo shock di ritrovarmelo di fronte.
Non avevo idea di cosa dire. Lui si volt per lanciare un'altra occhiata alla strada, quasi conducesse al
passato che si stendeva alle nostre spalle. Notai che aveva perso il lobo dell'orecchio sinistro: era come
se gli fosse stato tagliato con un paio di forbici, e mi chiesi cosa potesse essergli successo. Ma d'altra
parte anch'io avevo ferite assenti all'epoca del nostro ultimo incontro.
"Scusami se sono piombato qui senza alcun preavviso, ma ho pensato che sarebbe stato meglio se tu
non l'avessi appreso dai telegiornali." Si volt di nuovo verso di me - sempre quegli occhi da poliziotto,
imperturbabili e implacabili nel contempo. "Jerome Monk  fuggito."
Era un nome che non udivo da anni. Rimasi in silenzio per un attimo, mentre riemergeva dal passato,
portando con s echi del desolato panorama del Dartmoor e odore di torba. Indietreggiai di un passo,
tenendo aperta la porta.
"E meglio se entri."
Terry attese in soggiorno, mentre andavo a vestirmi.
Non mi affrettai. Rimasi immobile al centro della camera da letto, con il respiro rapido e leggero.
Tenevo i pugni serrati. Calmati. Ascolta quel che  venuto a dirti. Indossai meccanicamente gli abiti,
armeggiando impacciato con i bottoni. Allorch mi resi conto di star procrastinando il momento di
affrontarlo, uscii dalla stanza.
Era in piedi davanti alla libreria e mi volgeva le spalle; teneva il capo reclinato, in modo da poter legger
le scritte sul dorso dei volumi. Senza voltarsi, disse: "Davvero una bella casetta. Ci abiti da solo?"
"Si."
Prese un libro dallo scaffale e lesse il titolo. "La fabbrica della morte. Qui non c' pressoch niente da
leggere sotto l'ombrellone, o sbaglio?"
"Non ho molto tempo per le letture amene." Soffocai l'irritazione. Anche nel periodo della nostra
blanda amicizia, Terry era sempre riuscito a innervosirmi. Ecco uno dei motivi per cui era un ottimo
poliziotto. "Posso offrirti un t o un caff?"
"Prendo volentieri un caff, a patto che non sia decaffeinato.
Nero, con due cucchiaini di zucchero." Rimise il volume sullo scaffale e mi segu in cucina; rest sulla
soglia mentre riempivo il bollitore. "Non mi sembri preoccupato per la faccenda di Monk. "
"Dovrei?"
"Non vuoi sapere quel che  successo?"
"Posso aspettare finch non sar pronto il caff." Sentivo il suo sguardo fisso su di me, mentre mettevo
il bollitore sul gas. "Come sta Deborah?"
"Una meraviglia, da quando abbiamo divorziato."
"Mi spiace."
"Lascia perdere. A lei non  dispiaciuto affatto. Per lo meno i bambini erano abbastanza grandi da
decidere con chi abitare." Il sorriso fece apparire ulteriori rughe intorno ai suoi occhi, ma senza
infondervi calore. "Li vedo a settimane alterne. "
Mi era difficile mantenere accesa la conversazione. "Vivi ancora a Exeter?"
"S, lavoro sempre alla Centrale."
"Commissario?"
"No, ancora ispettore con incarichi investigativi."
Lo disse con un tono che sembrava sfidarmi a fare un qualsiasi commento. "Il caff sar pronto tra
qualche minuto.
Perch non ci sediamo, nel frattempo?"
La cucina era abbastanza spaziosa da fungere anche da sala da pranzo. Si stava pi comodi in salotto,
ma non volevo che Terry ci mettesse piede. Era gi abbastanza inquietante che fosse in quella casa.
Si sedette di fronte a me. Avevo dimenticato quanto fosse imponente la sua stazza. Di certo, ci teneva
alla forma fisica, anche se la sua figura rivelava alcuni segni dell'incipiente mezza et.
Per Terry, la calvizie doveva aver costituito un trauma.
Il silenzio si protrasse. Sapevo quale sarebbe stato l'argomento successivo.
"Ne  passata d'acqua sotto i ponti, eh?" Mi stava osservando con un'espressione indecifrabile. "Avrei
voluto chiamarti, quando ho saputo dell'incidente di Kara e Alice, ma..."
Mi limitai ad annuire. Mi preparavo a ricevere le inevitabili condoglianze con l'atteggiamento di chi si
aspetta di incassare un colpo - irrigidendomi. Anche dopo tutti quegli anni ogni parola mi sembrava
fuori luogo, quasi che la morte di mia moglie e mia figlia contravvenisse a una legge fondamentale
dell'universo.
Speravo che, dopo aver espletato quella formalit, abbandonasse l'argomento. Ma ci non accadde.
"Avrei voluto scriverti, o qualcosa del genere, ma sai com'. Poi appresi che ti eri trasferito,
abbandonando le consulenze forensi per andare a fare il medico in un paese isolato e tranquillo del
Norfolk. A quel punto, reputai inutile cercare di mettermi in contatto con te."
Aveva ragione. In quel periodo, non avrei sopportato di vedere nessuna delle persone che
appartenevano alla mia vecchia vita. E Terry meno di chiunque altro.
"Ora per sono contento che tu abbia deciso di riprendere il cammino interrotto," prosegu, davanti al
mio silenzio.
"Mi  stato detto che hai fatto ottimi lavori. Sei ritornato al dipartimento di scienze forensi
dell'universit, giusto?"
"Per il momento." Non avevo nessuna voglia di parlarne.
Per lo meno con lui. "Quando  scappato Monk?"
"Ieri notte. La notizia verr data al telegiornale dell'ora di pranzo. Quei porci della stampa ci
banchetteranno."
L'amarezza del tono eguagliava quella della sua espressione.
Terry non aveva mai apprezzato i giornalisti: da questo punto di vista, evidentemente non era cambiato.
"Cos' successo?"
"Dapprima ha avuto un infarto." Fece una smorfia, un sogghigno in cui non c'era alcuna traccia d'ilarit.
"Non avrei mai detto che un simile bastardo potesse avere un attacco di cuore, e tu? Poi  riuscito a
convincere i medici di Belmarsh a trasferirlo in un ospedale civile. A met del tragitto si  liberato dei
ceppi, ha gonfiato di botte le guardie e l'autista dell'ambulanza e si  dileguato."
"Quindi era tutta una messinscena?"
Terry si strinse nelle spalle. "Non si sa ancora con certezza.
I sintomi c'erano tutti, per. Pressione sanguigna alle stelle, battito cardiaco estremamente irregolare...
Insomma, il men completo. O  riuscito a simularli chiss come, oppure erano presenti davvero...
Comunque  stato capace di svignarsela."
In una situazione normale, avrei giudicato impossibili entrambe le ipotesi. Un carcere di massima
sicurezza come quello di Belmarsh doveva avere una struttura ospedaliera attrezzata, perfettamente in
grado di effettuare analisi come un elettrocardiogramma. D'altro canto, un detenuto con problemi
cardiaci gravi al punto di venir considerati un'emergenza non era in condizioni di scappare:
probabilmente sarebbe bastato il tentativo di fuga a ucciderlo. Ma non stavamo parlando di una persona
normale.
Bens di Jerome Monk.
Il bollitore aveva cominciato a fischiare. Grato dell'improvviso richiamo, mi alzai e versai il caff
fumante in due tazze. "Credevo che Monk si trovasse nel carcere del Dartmoor, non a Belmarsh."
"E rimasto laggi fino a qualche anno fa, quando alcuni esseri compassionevoli non hanno stabilito che
Dartmoor era troppo disumano. E cos Monk  stato trasferito in un paio di altri carceri di massima
sicurezza, prima che Belmarsh pescasse la pagliuzza corta. E opinione generale che il soggiorno l non
l'abbia ammorbidito. Qualche mese fa, ha ammazzato di botte un altro detenuto e ha spedito
all'ospedale le due guardie che si sono prodigate per separarli." Mi fiss, inarcando le sopracciglia. "Mi
stupisce che tu non ne abbia sentito parlare."
Poteva essere un'osservazione innocente, ma dubitavo che fosse cos. Alcuni mesi addietro, mi ero
trattenuto negli Stati Uniti e, in precedenza, durante la convalescenza dell'accoltellamento, non avevo
prestato una particolare attenzione alle notizie dei telegiornali. Mi era impossibile dire se Terry fosse a
conoscenza di ci, ma qualcosa mi suggeriva che sapeva tutto.
Era come se, per il mero piacere del gesto, mi stesse stuzzicando per provocare una reazione.
Con espressione impassibile, zuccherai uno dei caff e glielo porsi. "Perch mi stai raccontando tutte
queste cose?
Terry prese la tazza, senza ringraziarmi. "Si tratta soltanto di una misura precauzionale. Stiamo
avvertendo tutte le persone verso le quali Monk potrebbe serbare un certo rancore."
"E pensi che io sia una di esse? Dubito persino che si ricordi chi sono."
"Mi auguro che tu abbia ragione. Tuttavia non me la sento di azzardare previsioni su ci che far Monk
adesso.
Sai quanto me di cos' capace quel criminale."
Un'affermazione incontestabile: lo sapevo perfettamente.
Avevo esaminato una delle sue vittime: avevo visto le atroci ferite inferte a un'adolescente.
Ciononostante non capivo perch dovessi sentirmi minacciato.
"Stiamo parlando di qualcosa che  accaduto otto anni fa," dissi. "Non sono stato coinvolto nella
cattura di Monk, ma solo nelle successive ricerche dei cadaveri delle sue vittime. Non penserai davvero
che si preoccupi di me?
"Facevi comunque parte della squadra investigativa, e Monk non  tipo da perdersi in sottigliezze.
Inoltre eri presente all'epilogo, quando tutto  andato a catafascio.
Questo non puoi averlo dimenticato."
In effetti, era cos. Ma non ci pensavo da moltissimo tempo. "Ti ringrazio per l'avvertimento. Lo terr a
mente.
"Potr tornarti utile." Bevve cautamente un sorso di caff; poi appoggi la tazza sul tavolo. "Sei rimasto
in contatto con qualcuno degli altri?"
Poteva sembrare una domanda innocua, ma conoscevo troppo bene Terry. "No."
"Nooo? Pensavo che avessi lavorato con Wainwright in altri casi. "
"No. Dopo quello di Monk, niente."
"E andato in pensione qualche tempo fa." Terry soffi sul caff per raffreddarlo. "E hai notizie di
Sophie Keller?
L'hai pi rivista?"
"No. Perch avrei dovuto rivederla?"
"Oh, niente."
Stavo cominciando a stufarmi. "Perch non mi racconti il vero motivo della tua visita?"
Era arrossito in volto. Poi, mentre il nostro antico antagonismo si riattizzava, mi accorsi che anche il
mio viso era diventato paonazzo. Non c' voluto molto, eh?
"Te l'ho detto. E solo una precauzione. Stiamo avvertendo tutti..."
"Terry, non sono un idiota. Avresti potuto telefonare, o farmi chiamare da qualcun altro. Perch ti sei
sobbarcato tutta quella strada per venire a Londra e dirmelo di persona?"
Dai suoi gesti e dalle sue parole scomparve ogni traccia di cordialit. Mi fiss con il gelido sguardo del
poliziotto in servizio. "Avevo altre faccende da sbrigare in citt. Ho pensato di passare ad avvertirti di
persona. In ricordo dei tempi andati. E stato un errore."
Non se la sarebbe cavata cos facilmente. "Se Monk andr a cercare qualcuno di quella squadra
investigativa, quella persona non sar certo io, vero?"
Terry appariva estremamente adombrato. "Sono venuto a metterti in guardia. Ho voluto avvertirti." Si
alz, facendo stridere la sedia sul pavimento. "Ti ringrazio per il caff. Non c' bisogno che mi
accompagni alla porta."
Raggiunse a grandi passi il corridoio. Poi parve cambiare idea. Si ferm e si volt. Mi fiss torvamente,
torcendo le labbra in una smorfia carica di rancore.
"Speravo che fossi cambiato. Sono stato uno sciocco a illudermi."
Oltrepass la soglia senza voltarsi. Rimasi seduto al tavolo: il passato mi sembr cos vicino che sarei
potuto tornare in quel mondo con un semplice movimento dei piedi. Non potresti andare a prendere
Alice pi tardi?
Adesso la casa sembrava appartenermi in modo diverso - meno mio. Tuttavia le mani non mi
tremavano quasi mentre raccoglievo le tazze. La mia era rimasta intoccata, e ora quel caff non mi
andava pi. Lo versai nel lavandino e guardai il liquido scuro mulinare nello scarico. Non sapevo perch
Terry fosse venuto a trovarmi ma, in tutti quegli anni, qualcosa in lui non era cambiato.
Il vizio di mentire.
Capitolo 9
La fuga di Monk fu il servizio principale dei notiziari dell'ora di pranzo. La temeraria evasione di un
famigerato assassino avrebbe avuto ottime possibilit di conquistare i titoli di apertura a prescindere
dall'identit del fuggiasco.
Ma trattandosi di Monk, ci era garantito.
Sentii la notizia alla radio, mentre mi recavo al laboratorio in macchina. Ascoltai i titoli dei servizi, poi
spensi l'autoradio. Non ci sarebbero state ulteriori informazioni rispetto a quelle in mio possesso, e
nonostante l'avvertimento di Terry ero convinto che la fuga di Monk non mi riguardasse. Mi
rammaricavo sia per il fatto che fosse di nuovo libero, sia per la probabilit che la latitanza gli avrebbe
permesso di far del male ad altre persone. Comunque Jerome Monk non era un problema mio. Otto
anni erano tanti - troppi - perch si preoccupasse di me.
Oppure io di lui.
No, mi sarei completamente disinteressato di quella faccenda.
Tuttavia, per quanto mi sforzassi di convincermi del contrario, non riuscivo a togliermi dalla mente la
visita di Terry. Da tempo avevo smesso di attribuirgli una qualsiasi colpa per quanto era accaduto, ma il
fatto di rivederlo aveva riportato alla coscienza ricordi dolorosi, smuovendo residui emotivi che si
rifiutavano di sedimentare definitivamente.
Avevo atteso con impazienza una domenica tranquilla - una delle rare giornate libere. Avrei dovuto
pranzare con due colleghi e consorti a Henley-on-Thames: era qualcosa che mi ripromettevo di fare da
settimane.
Ma la comparsa di Terry aveva cambiato radicalmente la situazione. Poich sapevo che non sarei stato
una buona compagnia, chiamai e mi scusai. Avevo bisogno di trascorrere un po' di tempo in solitudine,
per analizzare questi nuovi avvenimenti, per rinchiudere i ricordi nel loro scrigno.
Avevo bisogno di lavorare.
Mentre entravo nel parcheggio del dipartimento di scienze forensi il passato turbinava intorno a me
come un vento gelido. Quando ero rientrato a Londra dal Norfolk, l'idea di tornare al mio vecchio
incarico mi aveva turbato, poich temevo di venir travolto dalle reminiscenze che avrebbe evocato.
Tuttavia, alla fine, mi ero reso conto che non c'erano ragioni sufficienti per evitare quel ritorno.
Mi ero insediato qui da tre anni, tecnicamente come membro del corpo docente, ma libero di
concentrarmi sul lavoro di consulente della polizia. L'universit mi aveva offerto una cattedra, ma per
ora ero restio ad accettarla.
La mia collocazione attuale mi soddisfaceva, sebbene infondesse un senso di precariet. Era qualcosa di
sopportabile, comunque. L'esperienza mi portava a diffidare del metter radici.
La domenica, il dipartimento era chiuso, ma spesso io ci venivo ugualmente per lavorare. Avevo un
mazzo di chiavi, e non mi spiaceva essere l'unica persona che si muoveva in quegli ambienti.
Ciononostante, mentre mi dirigevo verso l'entrata, non potei fare a meno di guardarmi intorno.
C' sempre qualcosa di leggermente inquietante nel trovarsi da soli in un luogo solitamente affollato. E
anche se dubitavo che Monk venisse a cercarmi, esistevano anche l'invidia e il rancore di altri - sempre
temibili.
Per soffocare qualsiasi genere di spensieratezza era sufficiente la cicatrice che mi segnava lo stomaco.
Il dipartimento di scienze forensi si trovava nel seminterrato di un edificio vittoriano di mattoni rossi,
nel quale era stato originariamente ospitato un nosocomio.
Vi si accedeva con un vecchio ascensore malfermo che conservava una fastidiosa puzza di disinfettante,
oppure percorrendo due rampe di scale. Come al solito, decisi di scendere a piedi. L'edificio era stato
dichiarato d'interesse storico, e la tromba delle scale conservava le piastrelle e i gradini di pietra
originali. L dentro, risuonavano i miei passi: la loro eco solitaria rendeva ancor pi profondo il silenzio
domenicale.
Superate le porte al termine delle scale, mi ritrovai di nuovo nel ventunesimo secolo. C'erano diversi
laboratori, moderni e perfettamente attrezzati. Il mio ufficio era contiguo a quello in fondo al corridoio.
Anche se non era grande, era adeguato alle mie esigenze. Aprii la porta e azionai l'interruttore delle luci.
Non c'erano finestre, l, e indugiai sulla soglia mentre le potenti lampade a fluorescenza sul soffitto si
accendevano con un balbettio luminoso.
L'ambiente era piuttosto freddo, perch nei fine-settimana il riscaldamento non veniva acceso.
Comunque ero abituato. L'arredamento dell'ufficio era improntato alla funzionalit; lo spazio era
occupato principalmente da vecchi schedari d'acciaio e dalla mia scrivania, sul cui piano troneggiava un
computer. Lo accesi e aspettai che il sistema operativo venisse caricato. Nel frattempo, mi infilai il
camice appeso dietro la porta ed entrai nel laboratorio.
Di solito, le operazioni pi macabre inerenti al mio lavoro - staccare delicatamente i tessuti morbidi in
putrefazione dal cadavere, sgrassare le ossa umane con l'ausilio di una soluzione detergente - venivano
eseguite all'obitorio.
La maggior parte dei resti che arrivavano qui erano gi stati sottoposti a tali procedimenti, oppure la
morte dei soggetti risaliva a molto tempo addietro e i processi di decomposizione avevano evitato tutti
quei lavori, consegnando all'analisi solo delle ossa.
Per il caso al quale stavo lavorando si era verificata la prima ipotesi. Liberata delle carni e sistemata con
cura sul tavolo autoptico d'alluminio c'era una parte dello scheletro di un individuo maschile di circa
trent'anni. Per lo meno questa era la mia congettura. Grazie alla forma del bacino e alle dimensioni delle
ossa era stato abbastanza facile stabilirne il sesso. Avevo stimato l'et basandomi sulle condizioni delle
vertebre e sull'usura della sinfisi, l'articolazione della cinta pelvica in cui si uniscono le due ossa del
pube.
Solitamente lo scheletro fornisce ulteriori indizi utili a confermare l'et, il sesso e talvolta l'identit ma,
in questa circostanza, ci era impensabile. L'avanzato stato di decomposizione indicava che, chiunque
fosse quell'individuo, la morte risaliva ad almeno due anni prima - non ero riuscito a stabilire una data
attendibile. E non avevo potuto neppure formulare un'ipotesi sulla causa della morte. In effetti, la mia
unica certezza riguardava il fatto che fosse stato ucciso.
Cio, non mi era mai capitato di imbattermi nella vittima di un suicidio o di una morte accidentale con
le braccia, le gambe e la testa staccate dal corpo.
Il tronco dell'uomo era stato trovato da un operaio edile nel pozzo di una fattoria abbandonata del
Surrey. Sia nel luogo del ritrovamento sia nel resto della propriet non erano state rinvenute le parti
mancanti del corpo, e cos in assenza di denti da impiegare per una ricerca nelle cartelle cliniche
odontoiatriche, o di caratteristiche peculiari di altre ossa, l'identificazione della vittima appariva
un'impresa disperata.
Tuttavia nutrivo la speranza di poter stabilire le modalit dello smembramento. Poich non compariva
alcuna traccia dei traumi derivanti dall'utilizzo di una scure o di una mannaia, ero propenso a pensare
che l'operazione fosse stata compiuta con un coltello o una sega. Ma una lama manuale avrebbe lasciato
segni inconfondibili sulle ossa, e l'aspetto di quelle che avevo esaminato fino ad allora sembrava
comprovare l'impiego di un attrezzo elettrico.
Secondo me, lo strumento usato era una sega circolare ma, per averne la certezza, avrei dovuto
esaminare ogni superficie al microscopio. Un lavoro meccanico e monotono, ma l'individuazione
dell'attrezzo forse sarebbe stato il primo passo nel lungo cammino che avrebbe portato alla cattura
dell'assassino.
Avevo lavorato a casi ancora pi difficili e strani.
Posizionai il primo vetrino e mi concentrai sul prosieguo della procedura. Osservai la sezione ingrandita
d'osso nell'oculare, senza realmente vederla. Taglio netto, nessun segno di scheggiatura... Nel mio
subconscio, qualcosa si agit: il pungolo di un'associazione mentale che non riuscii a seguire sino alla
rivelazione. Mi raddrizzai con la sensazione che un'idea fosse prossima a manifestarsi, ma le note della
melodia che indicava la fine del caricamento del sistema operativo del computer mi distrassero.
La rivelazione... il ricordo... qualunque cosa fosse, svan. Sospirai e mi rassegnai. Va bene, togliti il
pensiero.
Quando avrai rimosso dalla mente ogni traccia di memoria, riuscirai a lavorare. Entrai nell'ufficio e mi
collegai a un sito di notizie online. Tra le notizie d'apertura c'era la fuga di Monk, proprio come mi
aspettavo.
Non mi attendevo invece di provare un autentico shock nel rivedere il suo volto.
La fotografia di Jerome Monk mi fissava dallo schermo come il fotogramma di un film dell'orrore. Era
sufficiente posare lo sguardo sulla ripugnante concavit della fronte per sentirsi turbati, e gli occhi...
Quegli occhi apparivano ancora privi di vita.
Feci scorrere l'articolo sino alle fotografie delle sue quattro vittime. Le immagini sembravano datate; i
loro soggetti sospesi nel tempo. Adesso le gemelle Bennett avrebbero avuto... quanto? Ventisei o
ventisette anni.
E Tina Williams ventotto o ventinove. Angela Carter, la pi anziana, trentaquattro. Abbastanza vecchia
da esser sposata e avere dei figli. Invece le loro vite erano state brutalmente troncate.
E il loro assassino era di nuovo libero.
Mi sfregai le palpebre, e assaporai il gusto amaro del fallimento, identico a quello di molto tempo
addietro.
Avvertii di nuovo la sensazione di dover ricordare qualcosa.
Non era pressante come qualche momento prima: si trattava solo di una molesta presenza in un recesso
della mente. Mossi il cursore per tornare all'inizio della pagina e rileggere l'articolo. Trasalii quando il
telefono sulla scrivania squill.
L'immagine sullo schermo divenne enorme - avevo accidentalmente azionato lo zoom. Imprecando a
fior di labbra, agguantai il telefono.
"Pronto?"
All'altro capo della linea ci fu una leggera pausa. "Parlo con David Hunter? Il dottor Hunter. "
Era una voce femminile, forte ma leggermente roca.
Aveva qualcosa di familiare, anche se era velata da una nota di incertezza "S. Chi parla?"
"Sophie Keller," disse. Un'altra tessera andava a comporre il puzzle del passato. "Abbiamo lavorato
insieme, qualche anno fa. Al caso di Jerome Monk?"
Pronunci l'ultima frase con un'intonazione interrogativa, come se non fosse sicura delle sue parole o
come se temesse che non ricordassi chi era. Una preoccupazione inutile: erano passate solo poche ore
da quando Terry Connors mi aveva domandato se l'avessi pi risentita.
"S, ricordo perfettamente." Mi sforzai di ricompormi.
"Scusa l'imbarazzo: sto pensando alla stranezza di alcune coincidenze. Stavo proprio leggendo di
Monk."
"Sai che  fuggito?"
"Certo."
Non ero sicuro che fosse il caso di menzionare Terry, cos evitai: non erano mai andati d'accordo, quei
due. Segu una pausa imbarazzata. "Ho trovato il tuo numero sul sito dell'universit, ma volevo solo
lasciarti un messaggio.
Non credevo che fossi l anche la domenica. Spero di non averti disturbato."
"No, affatto. Sono soltanto un po' sorpreso."
"Mi spiace, scusa... Questa telefonata  come un fulmine a ciel sereno, ma..." Le sentii trarre un
profondo respiro. "Senti, possiamo vederci?"
Quel giorno fioccavano le sorprese. "E per via di Monk?"
"Preferirei parlartene di persona. Prometto di non rubarti troppo tempo."
Anche se si sforzava di dissimulare la tensione nella sua voce, la percepii distintamente. "D'accordo.
Vivi ancora a Londra?" Le chiesi.
Un'altra pausa. "No, mi sono trasferita nel Dartmoor.
In un paesino di nome Padbury."
Quel trasferimento mi stup. Sophie non mi era sembrata un tipo bucolico, anche se ricordavo che mi
aveva detto quanto le piacesse la brughiera. "Alla fine, sei riuscita a stabilirti dove volevi, eh?"
"Cosa? Oh... s, credo di s." Sembrava distratta. "Ascolta, so che ti sto chiedendo molto, ma se potessi
dedicarmi un paio d'ore te ne sarei davvero grata. Te ne prego."
Era impossibile non cogliere l'urgenza insita nella sua voce e l'ansia che la originava. All'altro capo della
linea c'era una persona assai differente dalla donna giovane e sicura di s che ricordavo.
"Sei finita in un qualche guaio?"
"No,  solo... Senti, ti spiegher tutto quando ci vediamo.
Mi dissi che forse era meglio non lasciarsi coinvolgere in un caso tuttora irrisolto - "dormiente" -, che
rivangare il passato sarebbe stato tanto doloroso quanto inutile.
Ma ora quel caso aveva cessato di essere in sonno. Adesso che Monk era fuggito, si era risvegliato.
Inoltre c'era quel formicolio ai margini della mia coscienza.
Tutto ci che riguardava l'indagine era rimasto immerso in un torpore letargico per quasi un decennio.
E allora perch, d'un tratto, quel caso insoluto doveva apparirmi cos urgente?
"Che ne dici di domani?" le domandai quasi involontariamente.
Per quel giorno era troppo tardi: sarei arrivato nel Dartmoor soltanto in serata.
Il sollievo della voce di Sophie mi invest. "Sarebbe fantastico.
Sei sicuro...?"
"Sono... felice di avere una scusa per lasciare Londra."
Sei sicuro che sia questa l'unica ragione? Ignorai la beffarda domanda che risuon nella mia mente.
"Ricordi il Trencherman's Arms a Oldwich?"
Quel nome mi sventagli addosso un'altra raffica di ricordi.
Non tutti positivi. "Certo che lo ricordo. Il cibo  migliorato?"
Sophie rise. Mi ero dimenticato la bellezza della sua risata, disinibita e fragorosa. Non si protrasse a
lungo.
"Poco. Ma  migliore della spiegazione per farti arrivare a casa mia. Riesci a essere qui per pranzo?"
Risposi di s. Stabilimmo un'ora e ci scambiammo il numero del cellulare. "Grazie ancora, David. Te ne
sono veramente grata," disse Sophie, prima di riagganciare.
Dal suo tono di voce, per, non traspariva gratitudine - bens disperazione.
Pensieroso, posai la cornetta.  proprio la giornata delle rimpatriate. Prima Terry Connors, adesso
Sophie Keller.
Qualunque fosse il motivo per cui voleva vedermi, dubitavo che fosse una pura coincidenza che tutto
ci avvenisse il giorno della fuga di Jerome Monk. No, doveva esserci una ragione assai valida e seria
per riallacciare i rapporti dopo cos tanto tempo. La giovane consulente che avevo conosciuto anni
prima non mi era sembrata incline al panico.
Di certo, otto anni rappresentavano una sorta di eternit.
In un simile lasso di tempo, le persone cambiano. Mi ritrovai a domandarmi se fosse mutata, se il suo
aspetto fosse ancora quello del nostro incontro.
Se fosse sposata.
Basta cos, mi dissi, ma sorrisi comunque. Poi, all'improvviso, rabbrividii. Qualcuno sta camminando
sulla tua tomba. Guardai il monitor del computer: la faccia degna di una gargolla di Monk riempiva lo
schermo. I piccoli occhi neri mi fissavano, mentre ghignava con quel sorrisetto beffardo. Mi
disconnettei da internet, e l'immagine lampeggi nella finestra del browser, prima di scomparire.
Ma dopo che fu svanita, mi sembr di avvertire ancora lo sguardo di Monk fisso su di me.
Capitolo 10
L'erica mostrava ancora qualche ciuffo di infiorescenze violacee, ma l'autunno aveva gi spogliato il
paesaggio dei suoi colori, ammantando la brughiera di smorti verdi e marroni invernali. Il pianoro si
stendeva a perdita d'occhio, desolato e battuto dal vento. I laghi di felci alte fino al ginocchio
cominciavano a inaridirsi e a ridursi, lasciando soltanto enormi massi e impenetrabili macchie di
cespugli di ginestra a spezzare la monotonia del paesaggio.
Di recente, un'indagine mi aveva condotto su una remota isola scozzese forse ancor pi brulla ma,
lass, la vastit degli spazi per lo meno ispirava una certa grandiosit.
Ai miei occhi, quest'area del Dartmoor risultava minacciosa e opprimente, anche se dovevo ammettere
di non essere un osservatore imparziale.
Non serbavo ricordi piacevoli di quei luoghi.
Il cielo prometteva una pioggia che, per il momento, non si era ancora materializzata. Il sole si apriva
rapidi varchi tra le nuvole basse e faceva risaltare con sorprendente chiarezza le macchie d'erica e di
ginestra, prima di venir nuovamente imprigionato. Il tragitto da Londra era stato piuttosto rapido,
tranne che per un ingorgo sulla M5. Erano anni che non mi spingevo cos a occidente ma, nella
memoria, ritrovai i paesaggi di alcuni tratti di strada e riconobbi villaggi che credevo d'aver dimenticato.
Quando raggiunsi la brughiera, fu come viaggiare all'in dietro nel tempo.
Superai i cartelli stradali di luoghi che rammentavo vagamente, punti di riferimento che azionavano tasti
arrugginiti della memoria. Passai accanto alla struttura invasa dalle erbacce di una vecchia noria delle
miniere di stagno, dove il sosia di Monk aveva dirottato la stampa. La vegetazione aveva preso il
sopravvento, e mi sembr pi piccola di quanto non ricordassi. Avvertii che il passato si addensava
intorno a me. Poi la strada curv e, in lontananza, riuscii a scorgere il profilo roccioso di Black Tor.
Rallentai per osservarlo. Anche se ero preparato a quella vista, lo scenario mi rivers addosso un
passato fatto di nebbie gelide e di schiocchi di nastro segnaletico della polizia sferzato dal vento.
Qualche momento dopo, imboccai l'uscita dell'autostrada. Scrollandomi di dosso i ricordi, proseguii
verso il luogo dell'appuntamento con Sophie.
Oldwich sorgeva sul limitare di un campo di addestramento del ministero della Difesa, un'area
ragguardevole del parco nazionale di cui si erano appropriati i militari per le esercitazioni di tiro e
combattimento. La maggior parte di essa era comunque aperta al pubblico, tranne nei giorni dedicati
all'addestramento.
Quel luned non c'era nessuna manovra. Oltrepassai un cartello che indicava l'ingresso in una zona
pericolosa, ma era privo della bandierina rossa che vietava l'accesso.
Oldwich era un posto strano, indeciso tra lo status di cittadina o di paese. Non notai grandi
cambiamenti. In periferia erano sorte nuove case, ma il centro appariva scialbo e insignificante come in
passato. I cottage dall'intonaco a pinocchino mi avevano sempre fatto pensare a una citt costiera,
affacciata sulla brughiera deserta come su un immobile mare verde.
Mentre attraversavo il paese, un treno a due carrozze si stava allontanando senza fretta sui binari della
linea ferroviaria: sembrava trascinarsi nella brughiera in preda a una stanchezza spossante. Il
Trencherman's Arms era abbastanza vicino alla minuscola stazione. All'epoca del mio soggiorno, la
locanda con pub aveva un'aria cascante e deprimente: ora notai che la copertura di paglia del tetto era
stata rifatta e che i muri avevano beneficiato di una bella imbiancata. Per lo meno era avvenuto qualche
cambiamento positivo.
Sul retro del locale si apriva un piccolo posteggio. Mentre parcheggiavo e spegnevo il motore, mi sentii
stranamente nervoso. Scrollai via quella sensazione e mi diressi verso l'entrata. La porta che immetteva
nel pub era bassa, e dovetti chinarmi per evitare di sbattere la testa.
L'interno era buio ma, quando i miei occhi si abituarono all'oscurit, notai che la ristrutturazione non
riguardava soltanto il tetto. I lastroni di pietra del pavimento rappresentavano una decisa miglioria
rispetto ai tappeti consunti che ricordavo, una miglioria che interessava anche le pareti, che ora
mostravano un intonaco dipinto di fresco, anzich l'obbrobriosa carta da parati goffrata di anni
addietro.
Soltanto alcuni tavoli erano occupati - principalmente da escursionisti e turisti che stavano pranzando.
Mi ci volle solo un attimo per rilevare l'assenza di Sophie nel locale ma, d'altronde, ero in anticipo.
Rilassati, sar qui a momenti.
Dietro il bancone c'era una donna allegra e paffuta. Immaginai che l'arcigno proprietario avesse fatto la
medesima fine della carta da parati bisunta e dei tappeti macchiati di birra. Ordinai un caff e mi
accomodai a uno dei tavoli di pino grezzo vicino al caminetto. Non era acceso, ma c'era una pila di
ceppi appena tagliati, e la cenere sulla griglia della base suggeriva che non fossero meramente decorativi.
Bevvi un sorso di caff e, per l'ennesima volta, mi chiesi quale fosse il motivo per cui Sophie voleva
vedermi. Doveva riguardare in qualche modo la fuga di Jerome Monk, tuttavia non riuscivo a spiegarmi
in che modo. N perch mi avesse contattato. D'accordo, eravamo stati bene insieme, ma non poteva
dirsi che fossimo diventati amici, e n lei n io avevamo cercato di tenerci in contatto.
E allora perch voleva che ci rivedessimo, dopo tutto quel tempo?
Il mio caff si era raffreddato. Guardai l'orologio, e vidi che era quasi l'una e mezza. Mi accigliai: in
considerazione del tono della sua telefonata, non mi aspettavo un ritardo. Comunque non sapevo
quanto fosse lontana la sua abitazione, e poteva essere rimasta bloccata lungo la strada. Presi il men e
cominciai a sfogliarlo nervosamente, lanciando un'occhiata alla porta ogni pochi momenti.
Aspettai un quarto d'ora, prima di chiamarla al cellulare.
Almeno l c'era campo - nella brughiera ci non accadeva sempre. Udii il segnale di libero, poi la sua
voce: "Ciao, sono Sophie. Per favore, lasciate un messaggio"
Le chiesi di richiamarmi e riagganciai. Mi dissi che forse avevo capito male l'ora. O che magari avesse
equivocato lei, pensando che l'appuntamento fosse un'ora dopo.
Arrivarono e passarono le due - ma di lei nessuna traccia.
Inquieto, guardai di nuovo l'orologio. Anche se fosse stata trattenuta, a quell'ora avrebbe dovuto
avvertirmi. E se avesse preso il treno? Avevo dato per scontato che venisse in auto ma, in effetti, non
gliel'avevo chiesto. Scostai la tazza di caff ormai freddo e mi diressi verso il bancone.
"Mi sa dire quando arriva il prossimo treno?"
La barista guard l'orologio alle proprie spalle. "Tra circa due ore." Mi rivolse un sorriso luminoso. "E
in ritardo, eh?"
Sorrisi educatamente e tornai al tavolo. Dopo un momento, reputai che fosse inutile aspettare ancora.
Presi il cappotto e uscii.
Il sole era scomparso dietro un'alta coltre di nuvole.
C'era una luce piatta e opalescente, mentre percorrevo il cammino di cento metri che mi separava dalla
stazione.
Era troppo piccola per avere una biglietteria: si componeva soltanto di due banchine scoperte collegate
da una passerella. Apparivano entrambe deserte. In una bacheca c'era un orario. La barista aveva
ragione: nelle due ore successive non era previsto alcun arrivo. Prima, l'unico treno segnato era quello
che avevo visto al mio arrivo. Ed evidentemente Sophie non l'aveva preso.
E allora dov'era?
Con l'eccezione degli stridi di un corvo che volteggiava sopra la mia testa, regnava il silenzio. Rimasi
immobile sul bordo della banchina, fissando i binari. Tranne che nell'area superiore, le rotaie
apparivano rugginose, a testimonianza della sporadicit del passaggio dei treni.
Correvano dritte, curvando in lontananza, appena prima di diventare invisibili.
E adesso?
Non ne avevo idea. Non ero neppure sicuro del perch fossi l. Avevo fatto trecento chilometri per una
donna che non vedevo da otto anni, ed ero stato ricompensato con un bidone. Ma sebbene mi sforzassi
di convincermi che tutto ci aveva una spiegazione banale, non riuscivo a crederci veramente. Al
telefono, Sophie era sembrata smaniosa di vedermi: se avesse capito di essere in ritardo, mi avrebbe
chiamato per avvertirmi.
No, c'era qualcosa che non andava.
Tornai all'auto e presi l'atlante stradale che tenevo nel bagagliaio. Avevo un navigatore, ma una mappa
mi avrebbe offerto una visione pi ampia della geografia di quei luoghi. Sophie mi aveva detto di abitare
in un paesino di nome Padbury: sulla cartina risultava distante parecchi chilometri da l. Non avevo il
suo indirizzo, ma quel posto non doveva essere particolarmente grande.
Avrei dovuto chiedere in giro, fino a trovare qualcuno che la conoscesse.
Era sempre meglio che restarsene l ad aspettare.
Le indicazioni per Padbury erano numerose, ma ogni cartello sembrava spingermi sempre pi lontano
dalla vita e dalla civilt. Le strade si fecero pi strette, finch non mi ritrovai su una comunale con
un'unica corsia, fiancheggiata da alte siepi di rovi. Ormai spoglie, tranne alcuni brandelli di foglie morte,
incombevano sull'auto come le pareti di un monotono labirinto. In presenza di ghiaccio o di neve,
quella stradina sarebbe stata impraticabile e, quando dovetti scalare una marcia per affrontare una curva
cieca, mi chiesi cosa diavolo avesse spinto Sophie a trasferirsi qui.
Comunque non ero nella condizione di criticarla, visto che in passato avevo compiuto una scelta
analoga.
Dopo due o tre chilometri le siepi cedettero il posto a macchie di querce nane. Quelle piante
sembravano assorbire i pochi raggi di luce solare e, anche se era soltanto met pomeriggio, fui costretto
ad accendere i fari. Mi stavo domandando se non avessi inavvertitamente superato Padbury quando,
svoltata una curva, entrai nell'abitato.
E, con altrettanta rapidit, ne uscii. Pi che un paese era un borgo - prima che mi rendessi conto di
essere arrivato alla meta, me l'ero gi lasciata alle spalle. Dovetti proseguire per quasi un chilometro, per
trovare uno slargo in cui invertire la marcia.
Mentre mi dirigevo nuovamente verso Padbury, nella mia mente si insinuarono dei brutti presentimenti.
Avevo sperato che ci fosse almeno un pub o un ufficio postale in cui trovare, con una certa fortuna,
qualcuno che sapesse indicarmi dove abitava Sophie - una speranza vana.
Infatti, tranne pochi cottage in pietra c'era solo una chiesetta, che sorgeva in posizione arretrata rispetto
alla strada. Vi parcheggiai davanti, senza scendere dall'auto.
Mi sentii ridicolo. Anche se fossi riuscito a trovare la casa di Sophie, mi sembrava piuttosto invadente
presentarmi alla sua porta senza aver preannunciato l'arrivo.
Comunque adesso ero l. Trassi un sospiro, scesi dall'auto e mi incamminai lungo il sentiero che
conduceva alla chiesa. Era fiancheggiato da antiche pietre tombali - quasi tutte giacevano nell'erba
incolta, e le loro iscrizioni risultavano quasi indecifrabili per l'erosione dovuta al tempo e agli agenti
atmosferici. Il portale della chiesa era in legno, nero per l'et e duro come il ferro. Ovviamente chiuso.
"Posso aiutarla?"
La voce possedeva un purissimo accento del Devon, un'intonazione che raccontava di un tempo antico,
pi pacifico. Quando mi voltai, vidi una donna anziana, immobile nei pressi del cancello che immetteva
nel giardino della chiesa. Indossava una giacca imbottita e una gonna di tweed, e mostrava
un'espressione cortese e guardinga nel contempo.
"Sto cercando una persona. Il suo nome  Sophie Keller.
Credo che viva in paese."
La donna riflett per un momento, poi scosse il capo.
"No, non penso che abiti qui."
"Questo  Padbury, no?" chiesi, domandandomi se non fossi nel posto sbagliato.
"S, ma non c' nessuna Sophie Keller." Il suo volto si illumin. "Per c' una Sophie Trask. E sicuro
che il cognome sia giusto?"
Era possibile che Sophie l'avesse cambiato per qualche misteriosa ragione - o che si fosse sposata - , ma
al telefono non aveva accennato alla faccenda. In ogni caso, avrei fatto meglio ad accertarmene. Risposi
che forse mi ero confuso e le chiesi di indicarmi la strada per la sua casa.
"Non pu sbagliare," disse la donna, mentre risalivo in auto. "Di sicuro, non potr non vedere la
fornace."
Fornace? Non era certo qualcosa che avrei associato alla Sophie che conoscevo. Ma presto capii che
cosa intendesse.
Proseguii lungo la strada e uscii dal paesino, superando lo slargo in cui avevo fatto manovra poco
prima.
Cinquecento metri pi avanti, scorsi una forma arcuata oltre una macchia di alberi spogli. Era un tozzo
cono rovesciato, costruito con gli stessi mattoni color ruggine della casa che sorgeva accanto. Sembrava
sul punto di crollare. Un ponteggio sghembo correva lungo un fianco: era impossibile capire se servisse
per i lavori di ripristino del muro o semplicemente per puntellarlo.
Mi fermai davanti al recinto del giardino incolto. L'oscurit del crepuscolo si stava addensando, ma le
finestre della casa non erano illuminate. Chiunque vivesse l, al momento era assente. A un pilastro di
legno del cancello era fissata un'insegna moderna ed elegante: Ceramiche Trask.
Dopo aver letto l'iscrizione, pensai di andarmene. Doveva trattarsi di un'altra persona. Ma Sophie mi
aveva detto che abitava a Padbury e, sulla mappa, c'era una sola localit con quel nome nel Dartmoor.
Sei arrivato fin qui...
Un vialetto lastricato conduceva alla casa attraverso un giardino ricercatamente incolto. Su un lato c'era
un piccolo frutteto, i cui meli stenti apparivano privi di foglie e frutti. Sull'altro troneggiava la fornace,
alta e dall'aspetto sinistro. Mentre spingevo il cancello, percepii nell'aria il sentore autunnale della legna
bruciata. Un vago senso di trasgressione si mischiava all'imbarazzo di trovarmi l.
Mi ripetei che era ridicolo, anche se mi sentivo turbato da una sorta di dj-vu. Mi era gi capitato di
andare a trovare un'amica per verificare l'infondatezza di alcuni timori.
Speravo che questo viaggio non mi riservasse sorprese.
Mentre percorrevo il vialetto, le foglie dei meli che il vento aveva sparso sulle beole scrocchiavano sotto
i miei piedi. Dalla casa continuava a non arrivare alcun segno di vita; le finestre erano ancora lastre di
vetro nero. Se qualcuno mi avesse aperto, mi sarei semplicemente scusato, altrimenti... Be', ogni cosa a
suo tempo. Allungai la mano per bussare.
E vidi il legno fracassato intorno alla serratura.
In quell'istante, tutti i miei timori sembrarono trovare conferma. L'uscio era socchiuso, ma non lo aprii
subito.
Nella mente, mi balen l'idea che potesse trattarsi della casa di uno sconosciuto, che potesse esserci una
spiegazione innocente del fatto che la porta era stata forzata, ma la accantonai pressoch subito. Mi
guardai intorno, quasi aspettandomi di scorgere qualcuno alle mie spalle.
E invece vidi soltanto il vialetto scuro e i rami degli alberi che frusciavano.
Quando la spinsi con la punta delle dita, la porta cigol, spalancandosi su un corridoio buio.
"C' qualcuno in casa?"
Un silenzio assordante. Se fossi entrato, mi sarei esposto a un'infinit di guai, tuttavia mi parve di non
avere altra scelta. Se avessi chiamato la polizia, cosa avrei potuto raccontare? Che c'erano segni di
effrazione sulla porta di una casa che forse apparteneva a qualcuno che conoscevo?
Se appartiene a qualcuno che ha semplicemente perso le chiavi di casa faresti davvero la figura
dell'idiota, pensai, e avanzai di un passo nell'ingresso. Sembrava tutto in ordine.
Poi vidi un vecchio mobiletto di pino ai piedi delle scale, con i cassetti aperti e il contenuto disseminato
sul pavimento. Poco distante, notai un vaso fracassato, e i cocci di ceramica mi ricordarono dei
frammenti d'ossa.
"Sophie!" chiamai.
Mi affrettai a entrare, accendendo le luci. Nessuna risposta.
Sapevo che avrei dovuto chiamare la polizia ma, se l'avessi fatto, mi avrebbero detto di attendere
all'esterno l'arrivo di un'autopattuglia.
E forse sarebbe stato troppo tardi.
Controllai rapidamente le stanze al pianterreno. Erano a soqquadro: i cassetti e gli armadi aperti e
svuotati, i cuscini rimossi sbrigativamente dai divani e dalle sedie.
Non c'era nessuno. Mi precipitai al piano di sopra. Notai alcune macchie ancora umide sulla moquette:
mi resi conto che si trattava di acqua e le ignorai. Tutte le stanze apparivano chiuse, tranne il bagno. La
porta era socchiusa.
Attraverso lo spiraglio, vidi un paio di gambe nude sul pavimento.
Mi lanciai verso l'uscio. Il corpo di una donna bloccava la porta: riuscii a entrare con fatica. Giaceva
bocconi, l'accappatoio aperto. Un braccio piegato sul volto, ulteriormente nascosto da un viluppo di
capelli ancora umidi.
Non c' sangue. Fu il mio primo pensiero. Poi, quando mi inginocchiai, notai che un lato del viso era
gonfio e violaceo.
Ma nonostante la tumefazione, e gli otto anni dal nostro ultimo incontro, riconobbi Sophie Keller.
Scostai le ciocche di capelli aggrovigliati e le tastai la gola. La pelle era fredda, ma il battito della vena
regolare.
Grazie a Dio. La misi in posizione di recupero e la coprii delicatamente con l'accappatoio. Il cellulare
non aveva campo, e cos scesi di corsa le scale per usare il telefono che avevo visto in cucina. Mentre
chiamavo la polizia, sentii la mia voce tremare.
Tornai precipitosamente di sopra, e coprii Sophie con un plaid trovato in camera da letto. Poi mi sedetti
accanto a lei sul duro pavimento, le presi la mano e attesi l'arrivo dell'ambulanza.
Capitolo 11
Poich dovevo fornire una deposizione, fui obbligato a trattenermi l mentre Sophie veniva trasportata
all'ospedale.
Guardai l'ambulanza che si allontanava lungo il vialetto - senza sirena, per ora, ma con i lampeggianti
che spandevano una luce blu carica d'urgenza tra i rami scuri degli alberi -, e che scompariva in
lontananza nella strada buia.
Erano trascorsi quasi quaranta minuti prima che arrivassero i soccorsi. Nel frattempo, non ero mi ero
mosso dal bagno: ero rimasto seduto scomodamente sul pavimento accanto a Sophie, seguitando a
rassicurarla sul fatto .che i paramedici sarebbero arrivati presto e che avrebbe superato quei brutti
momenti. Non avevo idea se riuscisse a sentirmi, ma poich ci sono diversi gradi di coscienza, se
Sophie non versava in uno stato comatoso, esisteva una qualche probabilit che potesse udirmi.
E, d'altronde, non potevo fare altro - soltanto parlare.
I soccorritori non seppero dirmi granch riguardo alle sue condizioni. I parametri vitali erano buoni e
stabili un elemento positivo. Tuttavia era impossibile stabilire l la gravit del trauma cranico e la
presenza di lesioni interne. La polizia arriv quando i barellieri la stavano portando gi dalle scale. La
fitta oscurit della notte rurale era squarciata dalla luce dei lampeggianti, che conferiva un'aria
inquietante e spettrale agli alberi spogli del frutteto. Quando Sophie venne caricata sull'ambulanza, mi
sentii impotente, mentre rispondevo alle domande che una poliziotta mi rivolgeva in tono monocorde.
Quando mi chiese che tipo di rapporto avessi con la vittima, esitai.
"Sono un vecchio amico," risposi, senza esser sicuro che quell'affermazione corrispondesse a verit.
Mentre attendevo l'arrivo dei soccorsi, avevo riflettuto su quel che avrei dovuto dire. Non avevo modo
di sapere se l'aggressione fosse in qualche modo legata alla fuga di Jerome Monk. La casa messa a
soqquadro sembrava suggerire un tentativo di furto con un epilogo sanguinoso, tuttavia bisognava
valutare attentamente lo scenario e la tempistica. Sophie mi aveva telefonato per chiedermi aiuto poco
dopo che Terry Connors si era presentato alla mia porta per avvertirmi dell'evasione di Monk. E
chiunque l'avesse aggredita, l'aveva fatto prima che potesse spiegarmi la ragione della sua richiesta e la
situazione in cui si era venuta a trovare.
Alla fine, preferii raccontare ogni dettaglio alla poliziotta, lasciando che decidesse sull'opportunit di
prendere in considerazione queste coincidenze. Quando ud il nome di Monk, la giovane in uniforme
trasal: il suo interesse scaten un fiume di domande. Cercai di rispondere ma, irritato dal dover ripetere
"Non lo so", mi rassegnai all'inevitabile.
"Forse  meglio che chiami l'ispettore Terry Connors," le dissi.
Detestavo l'idea di dover ricorrere a lui, ma non avevo altra scelta. Mi sentii un criminale mentre,
accanto a un poliziotto, attendevo sul sedile posteriore di un'autopattuglia che la giovane agente
chiamasse la Centrale. Quando torn, mi disse: "Va bene, pu andare."
Non erano le parole che mi aspettavo. "Non ha chiesto di parlarmi?"
"Abbiamo la sua deposizione. Qualcuno si metter in contatto con lei." Mi rivolse un sorriso cordiale.
"Spero che la sua amica se la cavi."
Lo speravo anch'io.
L'ambulanza stava portando Sophie all'ospedale di Exeter. Mentre anch'io mi dirigevo l, mi sforzai di
non pensare al fatto che l'ultima volta che avevo compiuto quel tragitto - otto anni prima -, ero diretto
all'obitorio.
Il complesso ospedaliero era stato ristrutturato e ammodernato, ma lo riconobbi ugualmente. La
receptionist all'accettazione del pronto soccorso era una donna sovrappeso, con una frangia folta e
squadrata di capelli grigi. Pronunciai il nome di Sophie, e lei fiss accigliata il monitor del computer.
"Stasera non  stato ricoverato nessuno con quel nome," disse. "E sicuro di non aver sbagliato
ospedale?"
Stavo per mettermi a discutere, quando compresi il mio errore. "Mi scusi. Provi con Sophie Trask."
Mi lanci un'occhiata strana, prima di digitare le lettere sulla tastiera. "E stata ricoverata in terapia
intensiva circa un'ora fa."
Sebbene fosse quello che mi aspettavo, c'era qualcosa di sinistro nella locuzione terapia intensiva.
"Posso avere notizie sulle sue condizioni?"
" un parente?"
"No, un amico."
"Siamo autorizzati a fornire questo tipo di informazioni soltanto ai famigliari o al compagno."
Sospirai, sforzandomi di non sbottare. "Voglio soltanto sapere se..."
"Mi dispiace. Comunque, provi a telefonare domani... "
Deluso, mi diressi verso l'uscita. Era una situazione davvero irritante. Mi diressi verso l'auto, l'ospedale
era un parallelepipedo nero alle mie spalle, con i rettangoli luminosi delle finestre ingannevolmente
allegri nell'oscurit.
E adesso? Avrei voluto chiamare Terry, ma non avevo il suo numero di cellulare e dubitavo che fosse in
ufficio a quell'ora della sera.
Era inutile restare l. Non avevo previsto di dover pernottare fuori e, se fosse successo qualcosa, sarei
venuto a saperlo a casa come in qualsiasi altro posto. Ciononostante avviai il motore e mi lasciai alle
spalle l'ospedale con la sensazione di star fuggendo. Mi fermai alla prima stazione di servizio e comprai
un sandwich e una bevanda ricca di caffeina. Il primo era insipido e la seconda disgustosamente dolce,
ma dopo la colazione non avevo pi bevuto n mangiato nulla, e mi attendeva il lungo viaggio fino a
Londra.
Mentre guidavo, gli eventi della giornata si susseguirono ordinatamente nella mia memoria. Ero andato
all'appuntamento con Sophie nella speranza di trovare una risposta alle mie domande - o almeno a
qualcuna di esse.
Adesso gli interrogativi erano pi numerosi.
Le strade erano tranquille e viaggiai spedito; poi la pioggia si infitt, trasformandosi in un diluvio che
ridusse considerevolmente la visibilit: grosse gocce inzaccheravano il parabrezza come vaselina,
nonostante i furiosi sforzi dei tergicristalli. Fui obbligato a rallentare, scrutando oltre il vetro per
scorgere la carreggiata, mentre i fanali posteriori delle auto davanti si riducevano a sbaffi arancione. Il
rovescio si attenu quando raggiunsi la periferia di Londra, ma non prima che la tensione mi avesse
procurato un dolore alle tempie e al collo. Socchiusi gli occhi per la forte luce dei lampioni e le
sgargianti illuminazioni dei negozi, il cui bagliore era reso ancor pi insopportabile dai loro riflessi sul
manto lucido di pioggia.
Fu un autentico sollievo svoltare nella mia via e parcheggiare davanti a casa. Era mezzanotte passata.
Intorno non c'erano luci accese: i miei vicini erano usciti o addormentati. Aprii la porta e mi chinai a
raccogliere il consueto assortimento di bollette e volantini e, quando mi rialzai, ebbi improvvisamente la
sensazione di essere osservato.
Mi voltai di scatto, ma la strada buia appariva deserta.
Mi accorsi di star trattenendo il respiro, come se aspettassi che qualcosa violasse quel silenzio. Mi
imposi di rilassarmi.
Sei stanco e ti stai autosuggestionando. Non  nulla.
Ciononostante, mentre chiudevo la porta, ero ancora irritato con me stesso. Era passato oltre un anno
da quando avevo rischiato di venir ucciso sulla porta di casa, e credevo di aver superato la paura della
mia ombra.
Evidentemente non era cos.
Entrai in casa e premetti l'interruttore delle luci. Gli ambienti mi sembrarono troppo silenziosi, come
sempre.
Accesi il televisore e lo sintonizzai istintivamente su un canale dedicato all'informazione, abbassando il
volume finch le immagini guizzanti non furono accompagnate soltanto da un mormorio in
sottofondo.
Non mi sentivo pi stanco. L'adrenalina aveva spazzato via la fatica: sapevo che, se fossi andato a letto,
non sarei riuscito a prender sonno. Mi avvicinai al mobiletto del soggiorno, lo aprii e presi una bottiglia
di bourbon dalla forma bizzarra - quella con il cavallo in miniatura e il fantino.
Era quasi vuota. L'avevo acquistata durante il soggiorno nel Tennessee all'inizio dell'anno, centellinando
il liquore affinch durasse il pi a lungo possibile.
Adesso sentivo di meritarne un goccio. Inoltre ne avevo bisogno per ci che mi accingevo a fare.
Me ne versai una dose generosa e bevvi un gran sorso.
Il bourbon aveva un gusto rude e delicato nel contempo e, mentre scivolava dentro di me sprigionando
un calore benigno, uscii dal soggiorno e andai nella stanzetta in fondo al corridoio. Tecnicamente era la
terza camera da letto, anche se sarebbero sorte innumerevoli difficolt per sistemarci un letto. In quasi
tutte le case c' una stanza nella quale vengono riposti e dimenticati vecchi mobili e oggetti, anzich
gettarli via. Il mio "ripostiglio" era stipato di scatoloni.
Accesi la luce. I contenitori erano abilmente accatastati: un assortimento di cartoni e scatole
portadocumenti che riempivano gli scaffali dal pavimento al soffitto. Tutti abbiamo un passato. Bello o
brutto,  ci che contribuisce a renderci quello che siamo.
Quello che avevo di fronte era il mio.
Dopo la morte di Kara e Alice, avevo tentato di sfuggire alla mia vecchia esistenza. Avevo abbandonato
amici e colleghi, tagliando i ponti con tutto ci che mi legava a quel che avevo perduto. Avevo venduto
o regalato gran parte delle mie cose, ma ce n'erano alcune che non sapevo come gestire o dalle quali
non sopportavo di separarmi.
Sforzandomi di dimenticare, le avevo esiliate in un deposito, finch non mi ero sentito in grado di
tornare e riannodare i fili della mia vita passata. I reperti di quel mondo adesso erano custoditi in questi
contenitori. Fotografie, diari, ricordi.
Lavori.
Bevvi un altro sorso di bourbon e posai il bicchiere su uno scaffale. Le scatole non erano sistemate
secondo un ordine preciso. Tutti i materiali autenticamente personali erano stati riposti, in uno stato di
immemore smarrimento, in cartoni di varie forme e dimensioni. Non ero ancora pronto a guardare in
essi. Le cartelline con le mie ricerche e le annotazioni sui casi cui avevo lavorato si trovavano negli
schedari raccogli-documenti - e almeno questi erano forniti di etichette.
Quando infine localizzai l'oggetto della mia ricerca, ero sudato e coperto di polvere. Dopo averlo
portato in soggiorno, posai il classificatore sul basso tavolino e lo aprii.
Fui investito dall'odore stantio della carta vecchia. I fascicoli erano in ordine alfabetico, e cos non fu
difficile trovare quello con gli appunti sul caso Monk. Era composto da diverse cartelline rigonfie,
tenute insieme da un grosso elastico. Consumato dal tempo, si ruppe appena lo toccai. Le cartelline
risvegliarono polverosi echi nella mia memoria: il colore azzurro marmorizzato era tipico di quell'epoca,
e ricordai di averne comprato una confezione intera per risparmiare.
Accantonato questo pensiero, le posai e aprii la prima.
Ne scivol fuori un fascio di vecchi floppy disk, meticolosamente etichettati ma illeggibili per i
computer attuali.
Accantonai quei vetusti reperti informatici di plastica ed estrassi l'altro contenuto della cartellina. C'era
una custodia trasparente con le foto scattate alla fossa dall'interno della tenda della Scientifica. Le
sfogliai, guardando i resti incrostati di torba che risaltavano nella cruda luce del flash. Ogni immagine
port con s un frammento di ricordo - in qualsiasi caso, potevano attendere.
Mi concentrai sulle mie annotazioni. La maggior parte erano copie di documenti stampati ma, in mezzo
a esse, scovai qualche pagina scritta a biro. Era inequivocabilmente la mia grafia, ma rivelava alcune
sottili differenze rispetto a quella attuale. Col tempo tutto cambia, compresa la propria scrittura.
Comunque non ero affatto sicuro che la persona che aveva vergato quegli appunti esistesse ancora.
Su uno dei fogli c'era una macchia scura. Non erano che annotazioni preliminari scritte di fretta, e stavo
per riporle quando ricordai.
Kara stava pulendo lo yogurt che Alice aveva fatto cadere sulle carte. "Rimarr una macchia. Spero che
non siano cose importanti. "
Fu come una coltellata al cuore. All'improvviso, mi parve che in quella stanza mancasse l'aria. Mi
precipitai in corridoio, lasciando cadere il foglio macchiato sul tavolino dell'ingresso. Quando aprii la
porta, fui investito dall'aria fresca di pioggia. La respirai a pieni polmoni, senza pi curarmi di chi
poteva esserci l fuori. La strada bagnata luccicava sotto i lampioni. La notte era immersa nella frizzante
quiete che segue un acquazzone, resa pi profonda dallo sgocciolio e dallo sciacquio nei canaletti e nelle
grondaie, e dal lontano brusio del traffico. Pian piano, il mio animo fu pervaso da una fragile calma.
Avevo confinato lo shock emotivo in un preciso scomparto della mia mente - uno spazio che avevo
creato proprio per quel tipo di sensazione. Sarebbe rimasto annidato l, in attesa.
Della prossima occasione.
Dopo aver chiuso la porta, tornai in soggiorno. Il classificatore e le carte erano sul tavolino dove le
avevo lasciate.
Presi la pagina macchiata e la riposi con cura nella cartellina.
Poi bevvi un lungo sorso di bourbon, mi sedetti e cominciai a leggere.
Capitolo 12
Il mattino dopo, quando sentii trillare il campanello, immaginai che si preannunciavano brutte notizie.
Erano le tre passate quando infine ero andato a letto, dopo aver studiato i vecchi appunti su Monk,
finch il mio sguardo non aveva cominciato a offuscarsi. Ero sicuro che, al tempo dell'indagine, mi
fosse sfuggito qualche particolare, qualche informazione di vitale importanza ora nascosta tra quelle
pagine. Ma non mi rivelarono nulla che non sapessi gi. Le ferite di Tina Williams erano terribili, ma
non certo uniche. Da allora, mi era capitato di vederne di peggiori e, in Scozia, avevo lavorato al caso -
tuttora irrisolto - di un serial-killer che presentava agghiaccianti somiglianze con quello del Dartmoor.
Era davvero deprimente accorgersi che l fuori si muovevano individui simili a Monk, che sfuggivano
sistematicamente alla cattura.
Alla fine, i miei sforzi mi condussero soltanto a un altro mal di testa, e alla sensazione che otto anni
potessero rappresentare sia un'eternit sia un attimo.
Per prima cosa, avevo chiamato l'ospedale per avere notizie delle condizioni di Sophie: si limitarono a
rispondere che non erano autorizzati a darmi alcuna informazione.
Deluso, avevo riflettuto sul da farsi - ma non per molto. Restando a Londra, non avrei trovato alcuna
risposta alle mie domande. Telefonai all'universit e avvertii che mi sarei preso qualche giorno di
vacanza. Avevo ancora alcune giornate di ferie ed erano settimane che Erica, la segretaria del
dipartimento, mi suggeriva di sfruttarle - diceva che avevo bisogno di staccare.
Con ogni probabilit non era quello che aveva in mente.
Poich non sapevo quanto mi sarei trattenuto fuori, preparai il necessario per diversi giorni. Stavo
chiudendo la cerniera della sacca, quando lo scampanellio echeggi nella casa. Mi fermai, mentre la
tensione mi serrava lo stomaco.
Sapevo chi era.
Terry aveva l'aria di una persona che non ha quasi chiuso occhio. E probabilmente era andata davvero
cos, anche in considerazione del fatto che doveva aver guidato alcune ore per arrivare l. Aveva il volto
giallastro, le borse sotto gli occhi, la mascella velata di una barba ispida con riflessi bluastri, e neppure il
chewing-gum alla menta forte riusciva a dissimulare l'acre odore d'alcol del suo fiato.
"Pensi che stia diventando un vizio, eh?" disse.
Pur riluttante, indietreggiai di un passo per lasciarlo entrare. "Notizie di Sophie?"
"No. Nessuna novit."
"E allora perch sei venuto? E un bel viaggio dal Dartmoor."
"Non montarti la testa: non ho fatto tanta strada solo per te. Devo incontrare altre persone."
Si diresse in salotto, senza che l'avessi invitato ad accomodarsi l. La mia sacca era sul pavimento,
accanto al tavolino sul quale gli appunti riguardanti il caso Monk attendevano ancora che li riponessi.
Terry si avvicin e prese il primo foglio.
"Hai fatto i compiti, eh?"
"Ho solo riletto qualche appunto." Glielo tolsi di mano, lo infilai nella cartellina e la chiusi. "Allora...
cosa posso fare per te?"
"Neanche un caff, stavolta?"
"Sto uscendo."
Lanci un'occhiata alla sacca. "Capisco. Un bel posto?"
"Dimmi solo cosa vuoi, Terry."
"Tanto per cominciare, voglio che tu mi dica cos' successo ieri."
L'avevo gi dichiarato pi volte con la polizia, la sera prima, ma sapevo che sarebbe stato inutile
mettersi a discutere.
Ripercorsi gli eventi: partii dalla telefonata di Sophie e finii con il momento in cui l'avevo trovata priva
di sensi sul pavimento del bagno. Al termine del racconto, Terry rimase a fissarmi in silenzio. Era un
vecchio trucco da sbirro: l'avevo visto utilizzare troppe volte per cascarci.
Sostenni il suo sguardo e attesi.
"Mi pareva che avessi detto che non intrattenevi pi rapporti con Sophie Keller," disse infine.
"Era cos."
"Ti aspetti che creda che ti abbia chiamato all'improvviso?
Dopo otto anni?"
"Esatto." Mi fiss impassibile, muovendo ritmicamente le mascelle sulla gomma da masticare. "Senti,
non ho alcuna idea del problema che la assillava o del motivo per cui mi ha telefonato. Vorrei poterti
dire di pi, ma so soltanto questo. Hai parlato con qualcuno in paese?
Amici, persone che potrebbero conoscere il movente dell'aggressione? "
"Stai cercando di insegnarmi come si conduce un'indagine?"
Mi imposi di mantenere la calma. "No. Tuttavia  una strana coincidenza che tutto ci sia capitato
subito dopo la fuga di Monk. Non intendo dire che lui abbia fatto irruzione a casa di Sophie e l'abbia
aggredita, ma dev'esserci un legame."
Terry aveva smesso di masticare. "Come puoi essere cos sicuro che non sia stato lui?"
"Perch mai dovrebbe nutrire un desiderio di vendetta contro Sophie? E l'unica persona che ha cercato
di aiutarlo.
Inoltre come poteva sapere dove trovarla?"
"Credi che sia impossibile recuperare questo genere di informazioni, in prigione? Svegliati! E se cerchi
un motivo... be', probabilmente  stata l'ultima donna su cui ha posato gli occhi. Potrebbe aver
impiegato tutti quegli anni in cella per pensare a ci che avrebbe potuto farle."
Queste parole diedero la stura alla domanda che non osavo fare. D'altronde Terry aveva ormai sollevato
la questione. "E stata stuprata?"
"No." Rispose, con uno sguardo gelido.
Provai un certo sollievo. Almeno questo. "Allora non sembrerebbe proprio opera di Monk, o sbaglio?
E, di solito, non lascia in vita le sue vittime."
"Forse  stato interrotto o spaventato da qualcosa."
"Monk?" Era un'idea talmente comica che quasi scoppiai a ridere. "Da chi?"
"Okay, okay... Allora, visto che non  stato Monk, ti spiacerebbe raccontarmi cosa ci facevi a casa di
Sophie? "
"Te l'ho gi detto."
"Oh, certo! Una persona che non vedi da otto anni ti chiama e ti chiede aiuto, e tu salti in macchina e ti
sciroppi trecento chilometri per andare a pranzo con lei. E quando non si presenta all'appuntamento,
brighi per scoprire dove abita, entri in casa sua e la trovi priva di sensi! "
"E esattamente ci che  accaduto!"
"Davvero? Proviamo invece a ricostruire la storia in questo modo: scopri dove abita e ti introduci in
casa. Lei indossa soltanto un accappatoio, perdi la testa. Bum! Poi ti lasci prendere dal panico e chiami
la polizia, come se fossi colui che l'ha rinvenuta priva di sensi in bagno."
Lo fissai, sgomento. "Perch avrei dovuto fare del male a Sophie? Non ci vedevamo da anni! "
"E una tua affermazione, questa. Durante le ricerche sembravate molto intimi. Mi sono sempre
domandato se non ci fosse qualcosa tra voi due."
Mi resi conto di star stringendo i pugni. Li schiusi, sforzandomi di non perdere le staffe - era proprio
ci che Terry voleva.
"Non sono tutti come te, Terry."
Proruppe in una risata. "Ah, eccoci! Mi chiedevo quanto ci sarebbe voluto perch lo dicessi. "
"Se non mi credi, chiedi a Sophie. Ti confermer ogni cosa non appena si sveglier... "
"Ammesso che si svegli." Queste parole mi impietrirono.
Terry annu. "Con un trauma cranico cos grave, non si sa mai come va a finire. Il che ti mette in una
posizione imbarazzante, vero?"
Non potevo credere alle mie orecchie. Scrutai il volto di Terry in cerca di qualche indizio del fatto che
mi stesse soltanto tendendo una trappola. Non ne rinvenni alcuno.
Estrasse dal portafogli un biglietto da visita e lo gett sul tavolino.
"Appena succede qualcosa - qualunque cosa -, chiamami.
L c' il numero del cellulare. Non perdere tempo con il telefono dell'ufficio, non ci sono mai."
Raggiunse il corridoio; poi si ferm, con un'espressione sgradevole sul volto. "Non far finta di essere
diverso da me, Hunter.
Non sei migliore degli altri."
Sbatt la porta con una violenza tale da far tremare le pareti.
Rimasi immobile per qualche momento; poi mi avvicinai alla sedia pi vicina e mi lasciai cadere su di
essa. Ero sbalordito dall'immensa ostilit di Terry e dalle sue accuse.
Non avevamo mai legato, d'accordo, ma come poteva credermi capace di un comportamento del
genere? Di aggredire Sophie.
A quanto sembrava, ci credeva.
Provai una rabbia infinita. Andai a finire di controllare i bagagli. Rimuginare non sarebbe servito a nulla
- proprio come restarmene seduto l a commiserarmi.
Stavo per buttare nella spazzatura il biglietto da visita di Terry ma, all'ultimo secondo, lo riposi nel
portafogli.
Poi inserii l'allarme, uscii, misi la sacca nel bagagliaio e partii. Se non fossi rimasto bloccato nel traffico,
sarei arrivato a Exeter a met pomeriggio.
Poich avevo intenzione di scavare nel passato, la casa di un archeologo era un ottimo posto per
cominciare.
Erano anni che non pensavo a Wainwright. Sarei stato estremamente felice di perseverare in
quell'atteggiamento, ma parlare con l'archeologo forense mi sembr un'idea quantomeno sensata. Ora
che Monk aveva rialzato la sua spaventosa testa, mi sarebbe risultato assai utile che il luminare
integrasse lo poche cose che sapevo con alcune considerazioni.
Il tempo era peggiorato costantemente man mano che mi avvicinavo a Exeter e, quando arrivai, la
pioggia si era tramutata in un violento rovescio che offuscava il paesaggio.
Presi una stanza in un anonimo albergo poco distante dall'ospedale. Apparteneva a una delle scialbe
catene diffuse nella maggior parte delle metropoli e delle cittadine, con musica negli ascensori e men
plastificati che offrono cibi precotti. Comunque era comodo ed economico e, oltre alla vista sul
parcheggio, la mia camera disponeva di una connessione wi-fi. Estrassi il portatile dalla borsa, ordinai
un sandwich e mi misi al lavoro.
Trovare Wainwright si dimostr pi difficile del previsto.
Non avevo il suo indirizzo n il suo numero di telefono, e Terry mi aveva detto che era andato in
pensione.
In qualsiasi caso, feci un tentativo presso il suo vecchio dipartimento di Cambridge, sperando di trovare
qualcuno in grado di aiutarmi. La segretaria mi schiar immediatamente le idee su questo punto.
"Non siamo autorizzati a fornire informazioni personali," mi disse, astiosamente.
Per mezz'ora, navigai inutilmente sul web; poi decisi di seguire la via pi ovvia. Anni prima, Wainwright
mi aveva detto di abitare a Torbay. Nulla mi garantiva che vivesse ancora l, o che il suo numero fosse
sulla guida del telefono. Ma appena digitai il suo nome nel campo di ricerca di un elenco on-line, subito
comparvero le parole Wainwright, prof., L. La voce forniva sia il numero di telefono sia l'indirizzo.
Non ci voleva un genio, pensai con una certa irritazione, massaggiandomi il collo irrigidito.
Il telefono squill a lungo, prima che qualcuno rispondesse.
"Casa Wainwright."
Era una voce di donna, asciutta e formale.
"Potrei parlare con Leonard Wainwright, per favore?"
Un silenzio prolungato. "Chi lo desidera?"
"Mi chiamo David Hunter. Ho lavorato con il professor Wainwright molti anni fa," aggiunsi, non
essendo sicuro che si ricordasse di me.
Ora la pausa non fu altrettanto lunga. "Non ricordo questo nome. Lavoravate insieme a Cambridge?"
"No, eravamo... " Mi sforzai di trovare le parole appropriate; poi rinunciai. "Ci siamo conosciuti nel
corso di un'indagine di polizia. Sono da queste parti, e cos..."
Non ebbi la possibilit di terminare la frase. "Oh, capisco...Temo che in questo momento Leonard sia
impegnato.
Io sono la moglie. Ha detto che si trova da queste parti?" bi, ma...
"Allora deve proprio fare un salto da noi! Sono sicura che Leonard sar felice di incontrare un vecchio
collega."
Ne dubitavo. "Forse sarebbe meglio se richiamassi pi tardi."
"No, assolutamente! Domani a pranzo  libero? Di solito, facciamo un pasto leggero verso l'una. A
meno che lei non abbia gi un altro impegno, naturalmente... "
Pranzo? Era l'ultima cosa che mi sarei aspettato. "Se  sicura che non sia un problema... "
"Nient'affatto! Oh, che meraviglia! Leonard sar al settimo cielo!"
Riagganciai, sconcertato dall'invito, domandandomi che cosa intendesse esattamente dire con
impegnato. La prospettiva di un pranzo con l'archeologo e la consorte non mi entusiasmava, e dubitavo
che Wainwright sarebbe stato grato alla moglie dell'iniziativa. Ma ormai avevo accettato. Adesso avevo
il resto della giornata libero.
Mi stavo chiedendo come avrei potuto impegnare quelle ore, quando squill il telefono. Era l'ospedale.
Sophie aveva ripreso coscienza.
Capitolo 13
Un trauma cranico non  come un braccio rotto. La sua natura imprevedibile rende difficile una
qualsivoglia prognosi ma, in linea generale,  possibile affermare che quanto pi il paziente resta privo
di coscienza, tanto pi elevate sono le probabilit di lesioni gravi.
Sophie era stata fortunata. Anche se i colpi le avevano provocato una commozione cerebrale, il cranio
non aveva subito fratture, e gli accurati esami non avevano evidenziato alcuna traccia di complicazioni
come emorragie o ematomi, versamenti cerebrali che potevano passare inosservati, ma che arrivavano a
rendere disabili o a uccidere a distanza di giorni dal trauma.
Si era svegliata la notte precedente, dopo che avevo lasciato l'ospedale da alcune ore. Dapprima era
apparsa intontita - si addormentava e si risvegliava in continuazione - ma il fatto che avesse ripreso
conoscenza era estremamente positivo. Era stata lei a insistere perch l'accettazione dell'ospedale mi
avvertisse. Adesso era ancora a letto, sorretta da cuscini disordinatamente ammonticchiati ai suoi
fianchi e alle sue spalle. I capelli fulvi erano pettinati all'indietro, fermati da una fascia, e ci faceva
risaltare la ferita sul volto. Se la scatola cranica non aveva subito lesioni, lo zigomo era chiaramente
fratturato. Il gonfiore aveva cominciato a riassorbirsi, ma l'ecchimosi che si estendeva dalla tempia alla
mascella mostrava un allarmante caleidoscopio di colori.
"Grazie per essere venuto," disse, mentre mi sedevo.
Soprappensiero, cincischi il braccialetto identificativo di plastica che portava al polso. "Non so se devo
scusarmi, o ringraziarti."
"N una cosa n l'altra."
"Perch no?! Ti ho creato un sacco di problemi, e se non mi avessi trovato... "
"Per  capitato. In qualsiasi caso, non mi hai creato alcun problema."
Mi guard con un'espressione ironica. "S, figurati."
Sorrisi, ancora sollevato dal suo risveglio. Soprattutto dopo la visita di Terry. La pioggia tamburellava
sul vetro della finestra, che rifletteva un'immagine speculare del reparto ospedaliero nella cruda luce
delle lampade a fluorescenza. Il letto di Sophie si trovava in un angolo, e il fatto che quello accanto non
fosse occupato, ci permetteva di parlare inascoltati.
"Come ti senti?" le chiesi.
Sophie mi rivolse un debole sorriso. "Mi sembra di essere reduce da una sbronza colossale, e credo che
il mio umore corrisponda piuttosto fedelmente al mio aspetto."
In considerazione dell'esperienza che aveva appena vissuto, il suo aspetto era sorprendentemente
buono. Gli otto anni trascorsi dal nostro ultimo incontro avevano lasciato soltanto una vaga traccia su
di lei. Il suo viso non rivelava alcuna ruga e, tranne il grosso livido, non sembrava quasi cambiata da
allora. D'altronde, le persone con la struttura corporea di Sophie invecchiano assai bene.
Abbass lo sguardo sulle proprie mani. "Pi che altro credo di sentirmi imbarazzata. E confusa. Non so
se sia peggio il fatto che qualcuno sia entrato in casa mia e mi abbia ridotto in questo stato, oppure che
io non ricordi nulla. "
Anche se la perdita della memoria a breve termine  una conseguenza piuttosto normale in un trauma
cranico, il ferito non la accetta in maniera meno angosciosa. "Non ricordi proprio nulla? Neppure chi ti
ha aggredito?"
"Non ricordo neppure di esser stata aggredita." Sophie cincischi distrattamente il braccialetto
identificativo.
"Mi sento davvero una sciocca, ma  successo esattamente quello che ho raccontato alla polizia. Avevo
appena finito di fare la doccia, ho sentito un rumore al piano di sotto, e... Tutto qui. Per quanto ne so,
potrei essere semplicemente scivolata e aver battuto la testa."
Una,ricostruzione piuttosto verosimile, se la porta d'ingresso non fosse stata forzata. Qualsiasi cosa le
fosse accaduta, non si era trattato di un incidente.
"La memoria ti torner nel giro di qualche giorno."
"Non sono sicura di volerlo." Con indosso quel camice ospedaliero, distesa in un letto, appariva
estremamente vulnerabile, assai diversa dalla Sophie che avevo conosciuto.
"La polizia ha detto che non c' stata... che non ho subito alcuna violenza sessuale. Tuttavia  terribile
pensare che qualcuno abbia fatto irruzione nella mia casa, e io non riesca neppure a ricordarmene! "
"Hai idea di chi potrebbe aver fatto una cosa simile?
Una persona che nutre un qualche rancore nei tuoi confronti?"
"No, nemmeno un sospetto. Non ho un compagno, adesso: cio, non l'ho... Be', da un bel po' di
tempo. La polizia crede che possa essere stato un ladro che pensava fossi uscita, e che si  lasciato
prendere dal panico quando ha capito che stavo sotto la doccia."
Era una novit, questa. "Hai parlato con Terry Connors?
Quel nome parve sorprenderla. "No. Perch?"
"E venuto a trovarmi." Esitai - ma aveva il diritto di saperlo. "Sospetta che l'aggressione abbia a che
fare con Jerome Monk. "
"Monk? Ma  ridicolo!" Mi fiss, poi si accigli. "C' dell'altro, vero?"
"Mi ha detto che alcuni sospetti gravavano anche su di me. Sono stato io a trovarti, e poich non ricordi
nulla... "
"Tu?" Sgran gli occhi; quindi distolse rapidamente lo sguardo. Avvertii un nodo allo stomaco,
chiedendomi se Sophie potesse credere a una simile ipotesi. Ma quando parl, la rabbia nella sua voce
scacci ogni sospetto.
"Cristo,  proprio da lui! Che idiozia! "
"Sono felice che tu la pensi cos. Ti senti bene?" le domandai, notando il suo improvviso pallore.
"Un po' intontita... Ascolta, so che ti devo delle spiegazioni, ma possiamo rimandare? Adesso non ho
proprio voglia di parlarne. Vorrei... Vorrei solo tornare a casa."
"Nessun problema. Non preoccuparti."
"Grazie." Mi rivolse un altro sorriso esausto, che svan rapidamente. "Credo di dover..."
Cerc a tentoni il recipiente usa-e-getta sul comodino accanto al letto. La precedetti e glielo porsi.
"Vuoi che chiami un'infermiera?"
"No, no. Questa maledetta nausea... Mi hanno detto che passer." Si lasci andare contro i cuscini;
rovesci il capo all'indietro e chiuse gli occhi. "Scusa, credo di aver bisogno di dormire... "
Il contenitore usa-e-getta le scivol lentamente dalla mano, mentre la sua voce sfumava. Lo presi e mi
alzai, badando a non far rumore. Poggiai il recipiente sul comodino; poi spinsi piano la sedia all'indietro,
attento a evitare che sfregasse sul pavimento, e mi preparai ad andarmene.
"David..."
Sophie non si era mossa, ma adesso aveva gli occhi fissi su di me. "Tornerai?"
"Certo."
Fece un cenno quasi impercettibile col capo, soddisfatta.
Le sue palpebre stavano calando nuovamente quando, con voce strascicata - poco pi di un sussurro -,
disse: "Non volevo..."
"Cos' che non volevi?" le domandai. Non ero sicuro di aver capito le sue parole.
Ma si era gi addormentata. Guardai il suo petto sollevarsi e abbassarsi a ogni respiro; poi uscii
silenziosamente dal reparto. Mentre camminavo lungo il corridoio, ripensai a ci che aveva detto
Sophie. E a quello che non aveva detto.
Mi domandai che cosa stesse nascondendo.
Il mattino dopo, la pioggia era cessata e le nubi si erano dissolte, cedendo il campo a un cielo azzurro e
a uno splendido sole. Avevo passato la serata precedente a ripensare all'accaduto, consumando un
solitario pasto in un ristorante italiano mezzo vuoto. Sebbene mi sentissi sollevato per le condizioni di
Sophie, ero andato a letto depresso e inquieto, convinto che ci fosse qualcosa che mi sfuggiva.
Ma la notte di sonno mi aveva risollevato l'umore, e la luminosa giornata autunnale mi fece sentire quasi
ottimista, mentre pagavo il conto e lasciavo l'albergo per recarmi all'appuntamento con Wainwright.
Ora che Sophie si era risvegliata, non avevo pi una reale necessit di incontrarlo ma, dopo aver
accettato l'invito della moglie, non volevo annullare il pranzo con un preavviso cos breve.
In verit, desideravo disperatamente sfuggire a quell'incombenza.
L'archeologo abitava nei pressi di Sharkham Point, un promontorio sulla punta meridionale di Torbay.
Poich era distante meno di un'ora di auto, optai per un itinerario pi lungo, che includeva un cospicuo
tratto di litoranea.
Costeggiai alte scogliere, oltre le quali il sole luccicava sul mare increspato. Nonostante il freddo,
abbassai il finestrino e mi godetti la brezza. Era una zona del paese che non conoscevo bene, ma che mi
affascinava.
Pur trovandosi a soli trenta chilometri dal Dartmoor, era un mondo completamente diverso, pi
radioso e meno opprimente. Non potevo biasimare Wainwright per aver scelto di vivere qui.
Fu abbastanza facile trovare la casa dell'archeologo: non ce n'erano molte altre da quelle parti. Era una
villa anni venti intonacata a pinocchino, con un reticolo di nere travi a vista e sorgeva in posizione
arretrata rispetto alla strada, dietro una fila di tigli alti e spogli. Su un lato del lungo vialetto d'asfalto
consunto incombevano altri tigli, mentre quello opposto era fiancheggiato da un vasto prato.
Davanti al garage doppio era parcheggiata una Toyota color blu elettrico. Vi posteggiai accanto e salii i
gradini che conducevano alla porta d'ingresso. In una nicchia del muro c'era un vecchio campanello
d'ottone. Premetti il pulsante e ascoltai il remoto scampanellio che giungeva dalle profondit della casa.
Eccoci, pensai, raddrizzando le spalle allorch udii uno svelto trapestio proveniente dall'interno.
La donna che apr la porta incarnava perfettamente la voce che mi aveva risposto al telefono: non
poteva essere che la moglie di Wainwright - forse era soltanto meno austera. Anzich il paio di
orecchini di perla e il twin-set che avevo immaginato, indossava un morbido maglione a girocollo su
una gonna di lana. Mai i capelli grigi impeccabilmente acconciati e il trucco davvero curato erano
proprio come me li aspettavo, al pari degli occhi acuti e penetranti. Che adesso aveva socchiuso in un
gesto di benvenuto, accompagnando un sorriso sorprendentemente caloroso. "E il dottor Hunter,
vero?"
"S."
"Sono Jean Wainwright. E sono veramente felice che ci abbia trovato. Siamo un po' isolati, ma 
qualcosa che ci piace." Si scost di lato, senza smettere di sorridere. "La prego, si accomodi."
Entrai nella casa. Il corridoio aveva un bellissimo parquet e le pareti rivestite di legno. Un grosso vaso
di crisantemi bianchi troneggiava su un antico cassettone di mogano: la greve fragranza dei fiori
duellava con il profumo e la cipria della signora. I suoi tacchi bassi battevano un ritmo staccato sui
listelli del parquet, mentre mi conduceva lungo il corridoio.
"Leonard  nel suo studio. Non vede l'ora di incontrarla."
Era qualcosa di cos inverosimile che, all'improvviso, fui certo di aver commesso un errore. Che fosse
un altro Leonard Wainwright? Ormai  troppo tardi. La donna apr una porta in fondo al corridoio e mi
fece entrare.
Dopo i cupi pannelli del corridoio, quella stanza mi parve di un fulgore abbagliante. La luce del sole si
riversava dall'enorme bovindo che occupava quasi un'intera parete.
Gli altri muri erano coperti dagli scaffali delle librerie.
Su un lato c'era una splendida scrivania col piano rivestito in pelle - sgombro, tranne che per un vaso di
crisantemi.
Se il loro profumo riempiva la stanza, era la vista che si godeva dalla finestra a dominarla. Si affacciava
su un prato digradante fino al ciglio della scogliera. Al di l, si scorgeva soltanto il mare, che si stendeva
fino all'orizzonte - guardando fuori dal bovindo, sembrava quasi di trovarsi sulla prua di una nave.
Era una visione che mozzava il fiato, e impiegai qualche momento per rendermi nuovamente conto di
quanto mi circondava. Poi la moglie di Wainwright parl.
"Leonard, c' David Hunter, un tuo vecchio collega. Ti ricordi di lui, vero?"
Si era spostata accanto a una poltrona in pelle dallo schienale alto. Non mi ero accorto che l fosse
seduto qualcuno - qualcuno che evidentemente stava ammirando il panorama offerto dal bovindo.
Attesi che Wainwright si alzasse. Quando capii che non l'avrebbe fatto, avanzai di qualche passo, finch
non riuscii a vedere oltre lo schienale e le alette del poggiatesta.
Non l'avrei riconosciuto.
Il gigante che ricordavo non esisteva pi. Wainwright sedeva ingobbito, con lo sguardo vacuo rivolto
all'enorme finestra. Sembrava che il suo corpo fosse collassato su se stesso, quasi che la carne e i
muscoli avessero subito una fortissima riduzione. I lineamenti aristocratici erano a malapena
riconoscibili: le guance apparivano scavate e gli occhi infossati nelle orbite, mentre la folta chioma si era
diradata e ingrigita.
La moglie di Wainwright si era voltata speranzosamente verso di me. Adesso l'ampio sorriso sembrava
fragile e diafano come i vetri del bovindo. Scioccato, mi ero fermato di colpo ma, dopo un attimo, mi
ero avvicinato sforzandomi di sorridere.
"Ciao, Leonard."
Era la prima volta che lo chiamavo con il nome di battesimo, ma in quel momento qualunque altro
appellativo mi sarebbe sembrato fuori luogo. Non gli tesi la mano, sapendo che sarebbe stato inutile.
"Il dottor Hunter  venuto a pranzo, tesoro," disse la moglie. "Carino, vero? Cos potrete parlare dei
tempi andati."
Come se si fosse infine reso conto della mia presenza, l'ex cattedratico volt adagio l'enorme capo
verso di me.
I suoi occhi annebbiati mi fissarono. Poi la bocca si mosse e, per un istante, pensai che avrebbe parlato.
Ma quel momento pass, e lui torn a guardare il mare.
"Gradisce una tazza di t, dottor Hunter?" disse la moglie.
"Il pranzo sar pronto tra una ventina di minuti."
Il mio sorriso si irrigid. "Volentieri. Posso aiutarla?"
"E davvero gentile, la ringrazio. Faremo in un momento, Leonard," soggiunse, dando un buffetto alla
mano del marito.
Nessun cenno di replica. Lanciai un ultimo sguardo alla figura immobile sulla poltrona, e seguii la
donna in corridoio.
"Mi dispiace, avrei dovuto avvertirla," disse, chiudendo la porta. "Quando ha telefonato, ho creduto che
fosse al corrente della situazione di Leonard."
"Non sapevo niente," replicai. "Che malattia ? Alzheimer?"
"I medici non hanno ancora formulato una diagnosi definitiva. Non avevo idea che esistessero cos
tanti tipi demenza senile, ma d'altra parte credo che i sintomi... In Leonard, l'evoluzione  stata molto
rapida, come accade spesso. Gli ultimi due anni sono stati... piuttosto difficili."
Potevo immaginarlo. "Mi dispiace."
"Oh, sono cose che capitano." Pronunci queste parole con una sorta di disinvoltura - era una
constatazione.
"Ho pensato che vedere un volto familiare potesse fargli bene. Le nostre figlie vivono lontano, e non
riceviamo molte visite. Di solito, sta meglio nella prima parte della giornata. E per questo che le ho
proposto di venire a pranzo. Pi tardi, le sue condizioni peggiorano. Sa cos' la sindrome del
tramonto?"
Risposi di s. Durante la mia esperienza di medico, mi erano capitati malati di demenza senile che
diventavano sempre pi agitati o confusi col passare delle ore. Le ragioni di tale cambiamento erano
tuttora ignote.
"Un'espressione cos bella per una cosa cos crudele," prosegu la moglie di Wainwright, "mi fa pensare
alla voglia di un cocktail in una sera d'estate."
D'un tratto, mi sentii un impostore. "Senta, signora Wainwright..."
"Jean. Mi chiami Jean, per favore."
"Jean..." inspirai profondamente. "Suo marito e io...
Be', in tutta sincerit, non sono affatto sicuro che sia felice di vedermi."
Lei sorrise. "S, talvolta Leonard  un po'... suscettibile.
Ma sono certa che apprezzer la sua compagnia. Anche in considerazione del fatto che si  sobbarcato
tutta quella strada."
"Ma, in verit, io sono venuto anche per un altro motivo.
Speravo di poter parlargli di un'indagine alla quale abbiamo lavorato insieme."
"Lo faccia, la prego. Sono sicura che ne sar felice. Talvolta  piuttosto lucido, soprattutto per quanto
riguarda alcuni.episodi del passato." Prima che potessi replicare, riapr la porta dello studio. "Fatevi una
bella chiacchierata mentre finisco di preparare il pranzo."
Non potevo certo rifiutare. Le rivolsi un sorriso fiacco e rientrai nello studio. La porta si chiuse alle mie
spalle, lasciandomi solo con Wainwright. Dio. La sua trasformazione era sconvolgente, ma non potei
fare a meno di ricordare la sfacciataggine con cui si era appropriato delle mie prime considerazioni
intorno alla fossa di Tina Williams.
All'epoca, avevo pensato fosse un comportamento dettato da una spudorata rivalit, ma adesso non ne
ero affatto sicuro. Forse gi allora aveva avvertito alcuni cedimenti delle sue capacit intellettive, e
tentava di nasconderli.
Non diede segno di essersi accorto della mia presenza.
Sedeva sulla poltrona, lo sguardo fisso sul mare al di l del vetro. Mi domandai se si rendesse conto di
cosa stava guardando.
Adesso sei qui. Rassegnati. Spostai la sedia dalla scrivania e mi accomodai di fronte a lui. Cercai
qualcosa da dire. Il senso della mia visita era scemato proprio come le sue facolt mentali, ma non
potevo restarmene semplicemente seduto l a osservarlo. Forse avevamo avuto alcuni screzi, ma non
avrei augurato una cosa del genere al mio peggior nemico.
"Rieccomi qui, Leonard. Sono David Hunter. Tempo fa, abbiamo lavorato insieme, nel Dartmoor. "
Nessuna reazione. Insistei.
"All'indagine sulle vittime di Jerome Monk. Con il commissario-capo Simms. Ricordi?"
Niente. Wainwright continu a fissare il mare: dai lineamenti appesantiti del suo volto non traspariva
alcun indizio riguardo al fatto che avesse sentito. Sospirai, e anch'io presi a guardare fuori dalla finestra.
La vista era spettacolare. Contro lo sfondo terso e azzurro del cielo volteggiavano i gabbiani, piccole
chiazze sopra le onde verde-turchese che avanzavano inesorabili. Qualunque tempo facesse, qualunque
cosa accadesse, ci sarebbero sempre stati. Il declino dell'archeologo era degno di piet, ma c'erano
luoghi assai peggiori in cui finire i propri giorni. li conosco.
Sollevai lo sguardo, sorpreso. L'imponente testa si era voltata verso di me. Gli occhi di Wainwright
erano fissi nei miei.
"S, bene," dissi. "David Hunter. L'an..."
"Calliph... Calli... Larve." La sua voce era grave e tonante come la ricordavo, anche se adesso risultava
pi roca, quasi non venisse usata che di rado.
"Larve," convenni.
"Marciume."
Non potei fare a meno di sorridere. Forse si riferiva all'habitat delle larve della mosca carnaria, ma ne
dubitavo.
Demenza o no, alcune sue opinioni non erano cambiate.
Adesso i suoi occhi guizzavano per la stanza, come se qualcosa avesse iniziato a risvegliarsi nella sua
mente. La sua ampia fronte si corrug: stava cercando di concentrarsi.
"Animale investito... "
Mi limitai ad annuire, non avendo idea di cosa intendesse.
Forse aveva cominciato a vaneggiare. Mi guard torvo-e batt la mano su un bracciolo della poltrona.
"No! Ascolta!"
Tent debolmente di alzarsi. Mi avvicinai subito.
"Va tutto bene, Leonard, calmati."
Mentre si sforzava disperatamente per tirarsi su, le sue braccia mi parvero sottili come piccoli rami. Dal
suo corpo promanava un odore di consunzione. Poi, quando mi afferr il polso, scoprii che la sua
stretta era ancora d'acciaio.
"Animale investito!" sibil, spruzzandomi il volto di saliva. "Animale investito!"
La porta dello studio si spalanc, e Jean Wainwright irruppe nella stanza. "Su, Leonard, basta con le
sciocchezze!"
"Dannata donna!"
"Avanti, Leonard, comportati bene! " Lo aiut a sedersi - con gesti premurosi, ma risoluti. "Cos'
successo? Gli ha detto qualcosa che l'ha turbato?"
"No, stavo solo..."
"Be', qualcosa deve aver scatenato una simile reazione.
Di solito, non  cos agitato." Mi guard fissamente, accarezzando i capelli del marito che cominciava a
calmarsi.
I suoi modi erano ancora cortesi, tuttavia era impossibile non notare una certa freddezza. "Mi spiace,
dottor Hunter, ma credo che sia meglio che se ne vada."
Esitai, ma non potevo oppormi. Lasciai Wainwright e la moglie nello studio, uscii e raggiunsi la mia
auto. In quella giornata splendidamente luminosa, il profumo dolciastro e quasi nauseabondo dei
crisantemi mi incalz mentre percorrevo il vialetto e mi allontanavo dalla casa.
Capitolo 14
Per ritornare a Exeter, non persi tempo con i panorami costieri. Avevo promesso a Sophie che sarei
passato a trovarla in ospedale, e speravo che ci mi permettesse di dimenticare la disastrosa visita a
Wainwright. Vedere l'archeologo ridotto in quelle condizioni era stato uno shock. Forse mi aveva
riconosciuto, e anche se non era nelle mie intenzioni provocare alcun turbamento, questo l'aveva fatto
agitare. Anni prima, mi ero impegnato a salvaguardare l'integrit fisica e morale di una persona con il
giuramento di Ippocrate.
Di sicuro, quel giorno non avevo rispettato quell'impegno.
La ricerca di un posto nel parcheggio dell'ospedale richiese pressappoco lo stesso tempo del viaggio da
Torbay.
Quando arrivai nel reparto di Sophie, vidi che intorno al suo letto era stato sistemato un paravento.
Rallentai il passo, immaginando che un dottore la stesse visitando; poi udii alcune voci incollerite che
provenivano da dietro di esso - percepibili nonostante il volume assai basso.
"Salve," dissi, titubante.
Le voci si interruppero. Dopo qualche attimo, il paravento venne scostato.
Al di l comparve una figura femminile: una versione leggermente alterata di Sophie. Aveva lo stesso
colore di capelli, la stessa forma del volto e gli stessi occhi. Sebbene i lineamenti provenissero
innegabilmente dalla medesima matrice, quelli della giovane che avevo di fronte apparivano pi marcati
e nel contempo pi morbidi. Ora, mentre mi fissava, rivelavano una certa irritazione.
"S?"
"Sono venuto a trovare Sophie," dissi. "Sono..."
"David!" La voce di Sophie risuon nell'ambiente. "E tutto a posto, Maria! "
La donna serr le labbra; poi si scost per lasciarmi passare. Sophie era seduta sul letto, con una valigia
aperta accanto a s. Per una ragione che non avrei saputo spiegare, il maglione e i jeans che indossava
non sembravano adatti a lei. Aveva ancora l'aria stanca, e sembrava che l'ecchimosi su un lato del viso
fosse diventata pi livida. Ciononostante mi parve che stesse decisamente meglio rispetto alla mia visita
precedente.
Mi rivolse un sorriso: lo reputai un moto di sollievo.
"Grazie per essere venuto, David. Lei  mia sorella, Maria."
Ora che potevo vederle una accanto all'altra, le differenze risultavano pi evidenti delle somiglianze. Mi
sembr che Maria fosse pi anziana di Sophie. A sedici anni, doveva essere stata di una bellezza
sconvolgente, ma quel tipo di avvenenza spesso scema inesorabilmente con l'avanzare dell'et. I geni
che avevano dotato Sophie di esili membra e di una struttura corporea ben proporzionata avevano
evidentemente eluso la sorella maggiore, e i lineamenti del suo volto si stavano gi cristallizzando in
pieghe che tradivano frustrazione e insofferenza. Forse con l'intenzione di fermare l'inevitabile declino,
indossava abiti costosi ed eleganti, e sfoggiava unghie perfettamente curate, affilate come lame.
Valutai se tenderle la mano, ma decisi rapidamente di soprassedere. Avevo capito che tra le sorelle
regnava una tensione fortissima, pronta a esplodere, investire e fulminare chiunque osasse entrare nei
loro spazi.
"David  un vecchio amico," disse Sophie, dopo un silenzio carico d'imbarazzo.
"Bene. Spero che riesca a farti ragionare."
Sophie parve a disagio. "Non adesso, Maria."
"E allora... quando? Non sei nelle condizioni di farti dimettere, e tantomeno di restare in quel posto da
sola! "
Sophie sospir enfaticamente. "Sto bene. E 'quel posto'  la mia casa."
"Dove qualcuno  riuscito a entrare e ad aggredirti! E ora vuoi tornare l? Non puoi semplicemente
ammettere di aver commesso un errore, andando a vivere in un cottage cos isolato? Scommetto che
non hai neanche pensato-al modo di arrivare laggi, non  cos?"
"Mi accompagna David," azzard prontamente Sophie.
Maria si volt verso di me. "Davvero? E resterai anche l con lei?"
Riuscii a dissimulare il mio stupore. Alle spalle della sorella, Sophie mi stava rivolgendo una tacita
supplica, per un po.
"David  un medico," disse Sophie, emendando la realt.
"Quindi, non c' nulla di cui preoccuparsi."
"Potevi dirmelo prima." Maria sospir, rinunciando con riluttanza alla propria irritazione. "Be', mi
sembra che stia sprecando il fiato. David, spero che tu abbia pi fortuna di me con Sophie. "
Reputai che la scelta meno rischiosa fosse quella di non aprir bocca, e cos mi limitai a sorridere. Adesso
fu Maria a porgermi la mano.
"A ogni modo,  stato un piacere conoscerti. Mi secca aver fatto la figura del despota. E solo che mi
preoccupo per lei."
"Figurati. E un impegno che grava sempre sulle sorelle maggiori."
Il sorriso di Maria svan di colpo. "Se hai bisogno di me, sai dove trovarmi," disse a Sophie, stizzita.
Si allontan a grandi passi; i tacchi delle sue scarpe ticchettarono sul pavimento del reparto. Mi voltai
verso Sophie, confuso. "Ho detto qualcosa di sbagliato?"
Lei si copr gli occhi. "Maria ha due anni meno di me."
Quella giornata stava andando letteralmente a catafascio.
"Oh, Dio. Dovrei scusarmi..."
Sophie stava ridendo. "Non preoccuparti. Si comporta come se fosse la sorella maggiore. L'ha sempre
fatto, ed  da l che nasce la met dei nostri problemi relazionali."
"E l'altra met?"
"Di quella, me ne assumo la piena responsabilit," disse, mentre la sua ilarit scemava. "Mi considera
irresponsabile e impulsiva. A essere sinceri,  difficile darle torto.
Di certo, siamo molto diverse. Lei adora organizzare cene, ha due figli incantevoli e una tata che se ne
occupa.
Io non sono una persona di quel tipo. Non ci piacciono neppure gli stessi vestiti. "
Abbass lo sguardo sul maglione e sui jeans che aveva indosso. Fu proprio in quel momento che capii
perch non mi erano sembrati adatti a lei: appartenevano alla sorella.
"E cos intendi firmare per essere dimessa," dissi.
"I medici preferirebbero che restassi per altre ventiquattro ore. Ma tutte le analisi sono negative, e io mi
sento bene. D'accordo, sono un po' stordita e continuo a non ricordare nulla dell'accaduto, ma per il
resto... Voglio tornare a casa."
"Hai subito un trauma cranico. Altre ventiquattro ore non..."
"Ho deciso di andare a casa," ribatt, in un tono che non ammetteva repliche. "Senti,  solo una
commozione cerebrale. Star tranquilla, promesso."
Lasciai perdere. Non spettava a me convincerla, e se i medici e la sorella non c'erano riusciti, dubitavo
di avere qualche chance.
"Scusa, non volevo sbottare," disse, imbarazzata. "E ti ringrazio per avermi coperto con Maria. Non
avrei dovuto costringerti in una posizione del genere, ma voleva che andassi a vivere per qualche tempo
da loro. Credimi, non sarebbe stata affatto una buona idea."
Non ne dubitavo. "E come farai ad arrivare a casa?"
"Prender un treno," disse, spensieratamente. "Non preoccuparti, la storia che ti saresti fermato da me
era a esclusivo beneficio di Maria. E non pretendo nemmeno che mi accompagni."
"Lo so. Ma lo far."
"Oh, no, non posso accettare! "
"Non ho scelta." Sorrisi. "L'ho promesso alla tua sorella maggiore."
Sophie dorm per gran parte del tragitto. Nonostante la sua spacconeria, non si era affatto ripresa in
modo soddisfacente, e aveva chiuso gli occhi ancor prima che lasciassimo il parcheggio dell'ospedale.
Ciondolava la testa, ma il suo respiro era perfettamente regolare, e il petto si alzava e si abbassava con il
ritmo lento e costante tipico del sonno profondo. Per non svegliarla, guidai con cautela.
C'era un gran numero di domande che volevo rivolgerle, ma potevano aspettare.
Mentre mi dirigevo verso il Dartmoor, con una donna che non vedevo da otto anni addormentata
accanto a me, mi sentii stranamente in pace con me stesso. Sapevo che si trattava di una sensazione
temporanea, di un'effimera tregua col mondo reale. Indubbiamente qualcosa turbava Sophie, e il suo
aggressore scorrazzava ancora libero l fuori.
Ma per affrontare tutti i problemi c'era il futuro - un futuro sempre pi prossimo. L, nel bozzolo
vibrante dell'abitacolo, con il paesaggio che sfrecciava oltre i finestrini e Sophie che respirava tranquilla
sul sedile accanto, provai un bizzarro senso di appagamento.
Era il tardo pomeriggio quando mi fermai davanti alla casa di Sophie. Spensi il motore, e il silenzio la
svegli.
"Dove siamo?" mi chiese, tirandosi su e sfregandosi le palpebre.
A casa.
"Dio, non mi dirai che ho dormito tutto il viaggio?"
"Era la cosa migliore che potessi fare. Come ti senti?"
Riflette per un momento, battendo le palpebre per scacciare il sonno. "Meglio."
Anche il suo aspetto lo testimoniava. Aveva un colorito normale, tranne che per quel livido scioccante.
Scendemmo dall'auto. Dopo il cemento e l'asfalto della citt, la fresca aria autunnale della campagna era
dolce e tonificante.
Il sole basso all'orizzonte gettava lunghe ombre nel giardino, simili a macchie in espansione. Osservai il
piccolo frutteto che la volta precedente mi era parso davvero sinistro. Alla luce del sole non era
particolarmente malvagio, anche se i vecchi meli nodosi sembravano sterili e morti.
Dietro di essi, alto quasi quanto la casa, c'era il cono rovesciato della fornace. Adesso la fatiscenza
appariva davvero evidente, e i muri che si stavano sgretolando sembravano sostenuti dal ponteggio
sghembo e rugginoso.
Poco distante, scorsi un mucchio di pali inutilizzati, ormai sommersi dalle erbacce: indubbiamente le
operazioni di restauro erano state sospese anni prima.
"Ecco la cosa di cui sono pi orgogliosa," disse Sophie, mentre aprivo il cancello. "E una fornace
vittoriana. Non ne sono rimaste molte."
"E ancora funzionante?"
"Pi o meno. Vieni, te la mostro."
"Un'altra volta," risposi. Non volevo che si stancasse.
Ma si era gi incamminata sul sentiero che conduceva alla costruzione. "L dentro c' l'intero
assortimento delle mie mercanzie. Voglio solo assicurarmi che tutto sia a posto."
La malconcia porta di legno cigol mentre la apriva.
"Non chiudi a chiave?" le domandai.
Sorrise. "Qui non siamo in citt. Inoltre, non credo che i ladri sarebbero interessati a questo genere di
oggetti.
Non esiste un gran mercato per i vasi artigianali. Sfortunatamente."
La seguii all'interno. Aleggiava l'odore umido e stantio del vecchio intonaco. L'ambiente era rischiarato
dalla luce proveniente dalle piccole finestre che si aprivano lungo la parete circolare. Al centro della
struttura c'era l'antico forno, con un gigantesco fumaiolo di mattoni che si prolungava oltre il soffitto a
cupola. Era circondato da un'impalcatura e, in alcuni punti, appariva sorretto da un'improvvisata
struttura di travicelli e puntelli arrugginiti.
"E sicuro?" le chiesi, guardando i mattoni sghembi.
"Abbastanza. Era gi cos quando ho comprato la fornace.
E un manufatto d'interesse architettonico e, quindi, non potrei sostituirlo nemmeno se volessi. In ogni
caso, non lo farei per nulla al mondo. Il mio progetto  quello di rimettere in funzione il forno
originale, ma dovr aspettare di avere i fondi necessari. E prevedo che questo non accadr in tempi
brevi."
Su un lato della fornace c'era un moderno forno elettrico, di dimensioni pi modeste, e una ruota da
vasaio inzaccherata d'argilla. Intorno erano disposti banchi da lavoro e scaffali, stipati di un
assortimento eterogeneo di vasi. Alcuni smaltati, altri di terracotta grezza. Ai miei occhi di profano
sembrarono autentici capolavori: forme organiche nelle quali confluivano elementi artistici e doti
funzionali. Con cautela, presi una grossa caraffa dalla sagoma fluente, come se si fosse sviluppata in
modo naturale.
Trasmetteva una sensazione di perfetto equilibrio, di linee levigate e sensuali.
"Non avevo idea che sapessi creare simili meraviglie," dissi, colpito.
"Oh, sono un ricettacolo di talenti nascosti," disse, facendo correre distrattamente una mano su una
grossa sfera di argilla secca che troneggiava su un tavolo ingombro di vasi non ancora finiti oppure
danneggiati. Sorrise imbarazzata. "Tra di essi, non posso annoverare la capacit di tenere in ordine le
cose, come avrai certamente notato. A ogni modo, spero che tu sappia custodire un segreto."
Mi lasci a interrogarmi su dove intendesse andare a parare e si avvicin alla parete arcuata del forno.
Dopo aver scalzato un mattone, infil una mano nella nicchia e ne estrasse qualcosa.
"Chiave di riserva!" esclam, mostrandomela. "Torna sempre comoda."
Fino a quel momento, non mi ero preoccupato delle condizioni della casa, ma la vista della chiave mi
ridest la memoria. Oh, diavolo.
"Aspetta, Sophie," dissi, affrettandomi a raggiungerla dopo che fu uscita dalla fornace. Ma ormai aveva
visto.
Si ferm di colpo sul vialetto.
"Oh, mio Dio!"
Eravamo arrivati mentre il sole calava, l'ombra del portico nascondeva i danni alla porta; inoltre la
nostra attenzione era rivolta alla fornace. Ora eravamo abbastanza vicini da notare il legno fracassato e
l'uscio che oscillava leggermente sui cardini.
Mi maledissi in silenzio. Idiota! Avresti dovuto pensarci!
La polizia aveva effettuato un timido tentativo di bloccare la porta, ma il corridoio appariva umido per
la pioggia portata dal vento, e una ridda di impronte infangate copriva i tappeti e le assi levigate del
pavimento. Si avvertiva un rancido odore ferino, come se fosse entrata una volpe o un altro animale
selvatico.
Sophie fiss sgomenta il contenuto dei cassetti e degli armadi sparso ovunque.
"Non  cos tremendo come sembra," dissi debolmente, maledicendomi per non aver previsto tutto ci.
Sarei dovuto venire qui, anzich perdere tempo a casa di Wainwright. "Pensavo che la polizia te l'avesse
detto."
Nessuna risposta. Mi resi conto che Sophie stava piangendo: le lacrime le rigavano il volto.
"Sophie, mi dispiace davvero..."
"Non  colpa tua." Si asciug furiosamente gli occhi.
"Grazie per avermi accompagnato, ma credo che ora faresti meglio ad andare."
"Lascia almeno che... "
"No! Va tutto bene. Sul serio. Voglio soltanto restare sola. Per favore..."
Vedevo chiaramente che era la mera forza di volont a impedirle di crollare. Detestavo l'idea di
abbandonarla in quelle condizioni, ma non la conoscevo abbastanza da azzardarmi ad agire in modo
diverso.
"Ti telefono domani. Se hai bisogno di qualcosa... "
"Okay. Grazie."
Pervaso da un senso di impotenza, mi avviai verso l'auto, strascicando i piedi sulle foglie morte che
coprivano il vialetto. Alle mie spalle, sentii la porta cigolare mentre Sophie cercava di chiuderla in
maniera accettabile.
Proseguii fino al cancello e mi fermai, poggiando una mano sul legno logorato dalle intemperie. Il cielo
stava scurendo sempre pi: il suo freddo e profondo blu era trafitto dalle prime stelle. I campi arati e i
boschi incominciavano a svanire nelle ombre che si allungavano, perdendo forma e identit. Tranne il
fruscio dei rami spogli, non si udiva alcun rumore - neppure un uccello o un animale a spezzare la
solitudine. Era un posto desolato e sperduto.
Mi voltai e tornai sui miei passi.
Pur avendola spinta con ogni sua forza, Sophie non era riuscita a chiudere perfettamente la porta a
causa dei cardini sghembi. La aprii e vidi Sophie seduta sul pavimento del corridoio. Col capo chino, si
stringeva le ginocchia al petto ed era scossa da violenti singhiozzi.
Senza dire una parola, mi accosciai accanto a lei. Sophie nascose il volto sul mio petto.
"Oh, Dio, ho tanta paura! Ho t-tanta p-paura... "
"Sssh, andr tutto bene," le dissi.
Speravo di aver ragione.
Riparai sommariamente la porta con gli attrezzi che mi diede Sophie. La serratura era inutilizzabile, ma
recuperai dalla dispensa un vecchio chiavistello in ferro. Anche se non poteva dirsi n bello n elegante
- era massiccio e solido -, avrebbe svolto il proprio compito fino all'intervento di un fabbro.
Insistetti perch Sophie prendesse un bagno, mentre rimettevo in ordine quella bolgia. Per lo pi i
danni erano superficiali: le sue cose erano state gettate ovunque, ma non avevano subito
danneggiamenti significativi. Dopo aver spazzato i pavimenti e aperto le finestre per liberare le stanze
da quel muschioso lezzo animalesco, non restava quasi pi traccia dell'irruzione.
Quando Sophie torn al pianterreno era ormai buio. Si era tolta gli indumenti della sorella per mettersi
un paio di jeans puliti e un maglione sformato. Aveva i capelli umidi, pettinati all'indietro. Anche se la
guancia appariva meno gonfia, il decorso dell'ecchimosi rivelava viola e gialli ancora pi intensi.
"Ho preparato un t. Spero che tu lo gradisca," dissi, quando entr in cucina, dove la stavo aspettando.
"S, grazie."
"Ho cercato di rimettere a posto ogni cosa, ma dovresti controllare che non manchi niente. Gioielli o
altri oggetti di valore." Lei annu, ma non parve molto interessata alla faccenda. "Come va la testa?"
Sophie si sedette al tavolo di pino con il piano coperto di segni e graffi, ripiegando disinvoltamente una
gamba sotto le proprie natiche. "Ho ancora male, ma non  forte come prima. Ho preso uno degli
antidolorifici che mi hanno dato in ospedale. "
Mentre allungava la mano per prendere la teiera, evit il mio sguardo. "E una tua creazione?" le chiesi.
Aveva una forma insolita, ma funzionale, con linee pulite ed eleganti.
"Una prova, che  rimasta un pezzo unico." Cal il silenzio.
L'unico rumore era il tintinnio del cucchiaino con cui Sophie mescolava insistentemente il t. Entrambi
lo fissammo mentre roteava nella tazza.
"Pensi di berlo... dopo?" dissi.
"Scusa." Pos il cucchiaino. "Senti, riguardo a quel che  successo prima... Di solito, non mi lascio
andare a quel modo."
"Non preoccuparti. So che  un brutto momento per te.
"In qualsiasi caso, a furia di piangerti addosso, devo averti rovinato il giaccone."
"Ti mander il conto della lavanderia."
"D'accordo."
Sospirai. "Sophie, stavo scherzando."
Rispose con una risatina, a disagio. "Tutto ci  davvero imbarazzante, eh?"
"Abbastanza," ammisi. "Ascolta, non devi sentirti obbligata a parlare, se non ti va. Si sta facendo tardi, e
tra poco dovrei mettermi in strada."
"Rientri stasera?" Parve sbalordita. "Non intendo permettere che ti sobbarchi quel viaggio. C' una
stanza per gli ospiti, qui."
"Sul serio, non  che..."
"Mi faresti un autentico favore." Mi rivolse un sorriso nervoso. "Inoltre l'hai promesso a Maria."
Si stava sforzando di apparire serena, ma non faticavo a scorgere le incrinature di quella sua calma
apparente.
Dopo ci che aveva passato, non potevo certo biasimarla perch si era lasciata attanagliare dalla paura.
"Mi fermer.
Ma soltanto se mi assicuri che ti fa piacere."
La tensione sembr abbandonarla, almeno in parte.
"Hai appetito? Non ho grandi provviste, in casa, ma posso improvvisare una cena. "
Quali che fossero i pensieri che travagliavano la mente di Sophie, evidentemente non era ancora pronta
a parlarne.
Comunque intendevo lasciarle tutto il tempo che le abbisognava, prima di affrontare il discorso. Ero
meno disponibile riguardo al cibo: non avevo mangiato niente dalla colazione.
Sorrisi. "Sto morendo di fame."
Nonostante le sue proteste, la costrinsi a restar seduta mentre preparavo una sorta di cena. Quando
aveva detto che in casa non c'era molto, non stava esagerando: riuscii a trovare alcune uova e una
confezione di cheddar, e improvvisai un'omelette. Nella cucina c'era solo un vecchio fornello elettrico
e, mentre la pietanza sfrigolava nella padella, tagliai qualche fetta da una forma di pane vecchio, la tostai
e la spalmai di burro.
"Dio, che profumino delizioso!" esclam Sophie.
Tuttavia si limit a piluccare. Mentre mangiavamo, la tensione crebbe nuovamente: fu un autentico
sollievo quando arrivammo alla fine del pasto.
"Andiamo in salotto," disse. "L potremo parlare meglio."
Era una stanza molto accogliente: due vecchi sof coperti da drappi, morbidi tappeti sulle assi levigate
del pavimento e una stufa a legna. Quando Sophie insistette per accenderla senza il mio aiuto non
obiettai alcunch: sapevo che si trattava dell'ennesima scusa per prender tempo.
Dopo aver appiccato il fuoco alla legna, si sedette sull'altro divano: eravamo uno di fronte all'altra,
separati da un basso tavolino. Le fiamme guizzavano nella stufa, effondendo nella stanza una fragranza
di abete bruciato.
Si trattava di un ambiente pi raccolto e rilassante della cucina, dove imperavano luci violente. Era la
prima volta che Sophie e io restavamo soli, e mi resi conto che ci conoscevamo assai poco. Tuttavia il
semplice fatto di trovarci seduti l tra bagliori del fuoco creava una strana intimit.
"Vuoi un brandy o qualche altro liquore?" mi chiese.
Avvertii il profumo di shampoo che promanava dai suoi capelli.
"No, grazie. Va bene cos."
Sophie si schiar la gola. "Senti, volevo dirti... Ho saputo della tua famiglia. Mi dispiace, davvero."
Mi limitai ad annuire. La legna scoppiettava nella stufa.
Sophie mi rivolse un sorriso nervoso, tormentandosi le dita.
"Non so da dove cominciare."
"Che ne dici di partire dal motivo per cui sei finita qui?
Un cambiamento estremo: da consulente investigativa comportamentale a vasaia. "
Sorrise di nuovo, imbarazzata. "S, concordo. Ma credo che ne avessi abbastanza. Vedere solo i lati
oscuri della vita, tutto quel dolore. E gli insuccessi. Dopo il fiasco con Monk, avevo perduto la fiducia
in me stessa: cominciavo a nutrire dei dubbi su ogni cosa che facevo. Arrivai al punto di non sopportare
neppure l'idea di alzarmi al mattino. E cos mollai tutto, prima che mi venisse un esaurimento nervoso."
Sophie si guard intorno, come se vedesse quella stanza per la prima volta.
"Sono qui da quattro... No, da cinque anni. Dio! La ceramica era sempre stata un mio pallino, cos
quando vidi questo posto in vendita, mi dissi: "Perch no?" Il Dartmoor mi era sempre piaciuto, e
volevo rifarmi una vita.
Capisci cosa intendo dire?"
S, lo capivo. E probabilmente meglio di quanto non immaginasse.
"Per prima cosa, bruciai i miei appunti," prosegu.
"Tutti. Di tutti i casi cui avevo lavorato. Finirono difilato nel fuoco. Tranne uno."
"Quello di Jerome Monk," dissi.
Sophie annu. "Ignoro il motivo per cui non lo bruciai insieme agli altri. Forse perch mi ero trasferita
qui, poco lontano da dove era accaduto tutto..." Serr le mani sul grembo, con una forza tale che le
nocche diventarono bianche. Per qualche istante, nella stanza si ud soltanto il crepitio delle fiamme
nella stufa. "Ti  mai capitato di ripensare a quella storia?"
"No, almeno finch Monk non  fuggito."
"Io ci penso spesso." Sophie abbass lo sguardo verso le mani intrecciate in grembo. "Ci  stata
concessa un'opportunit irripetibile per scoprire dov'erano sepolte Lindsey e Zoe Bennett, e l'abbiamo
sprecata."
Sospirai. "Non credo che sia stato uno dei momenti pi alti delle nostre rispettive carriere, ma sono
cose che succedono.
Abbiamo fatto del nostro meglio. Nessuno pu essere incolpato per il fallimento."
Sophie scosse rapidamente il capo, rabbuiandosi in volto.
"Avremmo dovuto impegnarci di pi. Io avrei dovuto fare di pi."
"Monk era venuto l con un piano preciso e, di sicuro, condurci alle tombe esulava da esso. Gli serviva
soltanto un pretesto per fuggire." E per poco non c' riuscito.
"Ecco,  proprio questo il punto. Io credo che volesse portarci alle fosse." Respinse con un gesto le mie
obiezioni, ancor prima che riuscissi a formularle. "D'accordo, la fuga rientrava nel suo piano. Forse ne
era anche l'elemento centrale. Ma non penso che fosse l'unica ragione per cui aveva accettato di aiutarci.
La sua reazione davanti alla fossa di Tina Williams non credo fosse simulata. Sono sicura che stesse
sinceramente tentando di ricordare! "
Mi guardava con aria seria e convinta, sforzandosi di persuadermi. Scelsi attentamente le parole.
"Jerome Monk conosceva quella brughiera meglio di chiunque altro. Era stato nascosto l per mesi,
sfuggendo alla cattura.
Se l'avesse voluto, avrebbe potuto condurci alle altre fosse in un baleno."
"Non necessariamente! Gi allora dissi che non sarebbe stata una faccenda molto semplice, poich era
passato un anno e, soprattutto, le aveva sepolte di notte. Inoltre, accade che le persone cancellino alcuni
episodi dalla propria memoria, senza volerlo. Possono essere ricordi dolorosi, oppure pu capitare che
il cervello risulti sovraccaricato, quando ha troppe informazioni da gestire e assimilare."
"Questo pu valere per una persona normale che si  infuriata e ha perso la testa, ma stiamo parlando
di Jerome Monk" obiettai. "Un serial-killer sociopatico, un predatore. Quell'uomo non possiede una
coscienza."
"E invece forse l'ha. Magari pi limitata," insistette testardamente.
"Non sto difendendo n lui n le sue azioni.
E violento e imprevedibile, d'accordo, ma non significa che non si possa stabilire un contatto. E per
questo che... "
Si interruppe, abbassando di nuovo lo sguardo sulle proprie mani. Da fuori giunse lo strido di una
civetta. "E per questo che...?" ripetei, in tono interrogativo.
"E per questo che... gli ho scritto."
"Hai scritto a Monk?"
Sophie sollev spavaldamente il mento. "Da quando mi sono trasferita qui. Gli scrivo una volta
all'anno, nell'anniversario della morte di Angela Carter. Non si sa quando ha ucciso le altre vittime, e
cos ho pensato... A ogni modo, gli spedisco una sola lettera all'anno, nella quale lo esorto a compiere
finalmente un'azione giusta. E gli offro il mio aiuto."
La fissai, atterrito. "Sophie, per l'amor del cielo! "
"Non mi ha mai risposto. Eppure mi basterebbe un punto di riferimento, un qualsiasi indizio riguardo
alla zona in cui le ha sepolte! Se ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a ricordare,  pi facile che si
rivolga a una persona che non ha alcun legame con la polizia! Cosa c' di male?"
Cristo. Mi sfregai le palpebre. "Hai indicato il tuo indirizzo sulle lettere?"
"Be', io... " Prese a cincischiarsi le mani. Poi annu, con aria colpevole. "Se non l'avessi fatto, come
avrebbe potuto rispondermi?"
"La polizia  al corrente di questa storia?"
"La polizia? No, io... Be', non pensavo che fosse importante..."
"Non pensavi fosse importante? Sophie, vieni aggredita il giorno dopo la fuga di uno stupratore
assassino e non credi che sia opportuno riferire alla polizia che gli hai scritto diverse lettere? "
"Ero in imbarazzo, capisci?" sbott. "E... s, comprendo di star passando per una stupida, ma almeno
ho tentato di fare qualcosa! Ogni volta che guardo la brughiera, non posso evitare di pensare che l,
chiss dove, sono ancora sepolte due ragazze, due sorelle!. E nessuno si preoccupa pi di cercarle!
Come credi che si senta la loro famiglia? Comunque so come mi sento io, quando penso che avremmo
potuto fare qualcosa per loro, e non ci siamo riusciti! "
La voce di Sophie tremava per l'emozione. Rammentai a me stesso che aveva passato giorni terribili.
Non era una situazione facile per lei.
"Devi raccontare ogni particolare alla polizia," dissi, dolcemente. "Se vuoi, posso chiamare Terry
Connors e...
"No!"
"Sophie, non hai scelta. Lo sai."
Mi immaginai che volesse ribattere, ma non accadde: la spavalderia di qualche momento prima
sembrava scomparsa.
Fiss le fiamme che guizzavano nella stufa.
"Ne parler alla polizia, ma a una condizione. Ti avevo chiamato per chiederti un favore. Riguardo a
questo, almeno, non  cambiato nulla."
Con la girandola di eventi dei giorni passati, mi ero quasi dimenticato del motivo che l'aveva spinta a
telefonarmi la domenica. "Cio?"
Sollev il capo. I bagliori del fuoco della stufa striarono il suo volto di luci e ombre, facendolo
assomigliare al manto di una tigre.
"Voglio che mi aiuti a trovare le fosse."
Capitolo 15
Il quartiere era un dedalo di villette bifamigliari del dopoguerra. Le case col bovindo che un tempo
avevano incarnato il decoro borghese apparivano in decadenza, malconce. Alcune erano state oggetto
di ristrutturazioni, e sfoggiavano impeccabili giardini d'inverno e finestre nuove, nonostante le crepe dei
vialetti e l'intonaco scrostato. Ma si trattava di eccezioni, di casi isolati di ottimismo in un quartiere che
aveva visto giorni migliori.
"Prendi la prima a sinistra," disse Sophie.
Nonostante la calma esteriore, si stava sforzando tremendamente per dissimulare il proprio nervosismo.
Non sapevo dove fossimo diretti, n lo scopo di quel viaggio: mi limitavo a seguire le sue indicazioni
mentre guidavo.
"Perch tutto questo mistero?" le avevo domandato.
"Nessun mistero. E meglio che tu sappia soltanto quando saremo arrivati."
Non avevo obiettato alcunch. Mi era sembrato pi semplice assecondarla, qualunque cosa avesse in
mente.
Sapevo che Sophie era testarda, ma la sua determinazione riguardo al ritrovamento dei corpi di Lindsey
e Zoe Bennett rasentava l'ossessione. La sera prima, avevo tentato di convincerla dell'inanit dei nostri
sforzi, del fatto che non potevamo sperare di riuscire laddove le ricerche su vasta scala della polizia
avevano fallito.
Fiato sprecato.
"Possiamo almeno provarci," aveva insistito.
"Sophie, non saprei da dove cominciare! Non siamo neppure sicuri che Monk abbia sepolto Zoe e
Lindsey nella stessa zona di Tina Williams. E, anche se l'avesse fatto, la localizzazione di una fossa
atteneva pi alla specializzazione di Wainwright che alla mia."
Avevo raccontato a Sophie delle condizioni in cui versava l'archeologo - comunque le probabilit che
volesse il suo aiuto erano assai scarse. Respinse le mie argomentazioni con un cenno.
"Wainwright non era in grado di spingere lo sguardo al di l del suo ego. Si dimostrava pi interessato a
difendere la propria reputazione che a qualsiasi altra cosa. Gi allora, tu eri abile e preparato quanto lui."
"E un'affermazione che mi lusinga. Ma anche se corrispondesse a verit, bisogna essere realisti. A
nessuno piace ammettere di aver fallito, tuttavia dobbiamo riconoscere che in quell'occasione abbiamo
fatto tutto il possibile."
"Non sono affatto d'accordo."
Mi ero massaggiato la sella del naso. "Sophie... "
"Senti, non sto dicendo che riusciremo sicuramente a trovarle - non da soli, per lo meno. Voglio
soltanto scoprire qualcosa che convinca la polizia a riprendere le ricerche!
Un giorno, ti chiedo soltanto questo. Concedimi un giorno - poi, se reputi che sia una perdita di tempo,
va' pure."
"Non vedo proprio come... "
"Un giorno. Per favore."
Avrei dovuto dirle di no. Era impossibile illudersi di arrivare a un qualche risultato in un solo giorno:
non dovevo alimentare le sue speranze. Avevo le parole di rifiuto a fior di labbra ma, nella tremolante
luce delle fiamme, potevo scorgere il disperato bisogno di aiuto che traspariva dal suo sguardo. Era
seduta e si tormentava le mani, in attesa della mia risposta. Stai commettendo un errore.
"Un giorno," avevo detto, quasi senza accorgermi.
Adesso me n'ero gi pentito. Il volto che quel mattino avevo incrociato nello specchio del bagno mi era
parso che appartenesse a una versione pi vecchia e stanca di me. Avevo dormito male, faticando per
prendere sonno: irrequieto, mi ero rigirato nell'angusto letto della camera per gli ospiti, sforzandomi di
non pensare a Sophie, sdraiata al di l della parete. Quando infine ero riuscito ad addormentarmi, il
riposo si era protratto per pochissimo tempo: mi ero risvegliato ansante, convinto che Monk stesse
facendo irruzione l. Ma la casa immersa nell'ombra era silenziosa, e l'unico suono proveniente
dall'esterno era lo strido di una civetta.
Prima della partenza per quel misterioso viaggio, avevo dato a Sophie il biglietto da visita con il numero
di cellulare di Terry. Mi aveva promesso che, se l'avessi aiutata nella ricerca delle fosse, avrebbe
raccontato alla polizia delle lettere inviate a Monk - immaginavo che avrebbe preferito parlare con lui,
invece che con uno sconosciuto.
Mentre telefonava, avevo finto di dover prendere qualcosa in camera, aspettando che il suo mormorio
cessasse, prima di scendere al pianterreno.
"Segreteria," mi aveva detto, restituendomi il biglietto da visita. "Gli ho lasciato un messaggio." Aveva
un'espressione di studiata indifferenza.
Avevo riposto il biglietto da visita nel portafogli, senza commentare. Se aveva davvero chiamato Terry,
il suo borbottio mi era parso troppo lungo per un semplice messaggio.
Probabilmente si era trattato di una conversazione.
Poich avevamo dovuto aspettare il fabbro per la riparazione della porta, eravamo riusciti a partire solo
nel primo pomeriggio. Fin dall'inizio del viaggio, nell'abitacolo aveva regnato un'atmosfera carica di
imbarazzo, che era andata aumentando man mano che ci avvicinavamo alla nostra misteriosa
destinazione. Sophie mi fece imboccare una strada senza uscita a doppia carreggiata.
"Fermati qui."
Spensi il motore. Villette bifamigliari fiancheggiavano entrambe i lati della via. Guardai Sophie, in
attesa. Replic alla mia occhiata con un sorriso forzato.
"Ancora un attimo di pazienza. Per favore."
Sei venuto fin qui... Chiusi l'auto e la seguii oltre il cancello in ferro battuto della casa pi vicina. Un
vialetto conduceva alla porta d'ingresso, dopo aver attraversato un prato e superato alcune aiuole fiorite.
Il nervosismo di Sophie si fece pi evidente mentre premeva il campanello di plastica. All'interno
risuon un'imitazione elettronica delle campane di Westminster e, un attimo dopo, la porta venne
aperta.
Fummo accolti da una donna sulla cinquantina, con lineamenti delicati e capelli biondi. Aveva l'aria tesa
e un sorriso forzato, simile a quello di Sophie.
"Ciao, Cath. Scusa, siamo arrivati pi tardi del previsto," disse Sophie.
La donna si port una mano alla bocca, dopo aver notato il livido sul volto di Sophie. "Non
preoccuparti.
Ma... cosa ti  successo? Stai bene?"
"S, s. Oh... sono solo scivolata in bagno," si affrett ad aggiungere. "Cath, ti presento il dottor David
Hunter.
David, lei  Cath Bennett."
Quel nome fu una doccia fredda. Bennett. Come Zoe e Lindsey. Ora capivo con chi aveva parlato
Sophie quel mattino, quando aveva finto di chiamare Terry.
Aveva voluto che incontrassi la madre delle gemelle assassinate.
La donna si volt verso di me, dispensandomi il solito sorriso nervoso.
Mormorai una frase di circostanza. Mentre entravamo, Sophie evit di incrociare il mio sguardo: a
giudicare dal rossore che si stava diffondendo sul suo viso, doveva aver compreso il livello della mia
irritazione. Mi rifiutavo di credere che avesse fatto una cosa del genere senza avvertirmi.
Non devi conoscere le famiglie. Mai. Era gi abbastanza difficile restare obiettivi, e un ulteriore fardello
emotivo... Sophie lo sapeva perfettamente, e ciononostante mi aveva condotto l.
Mi domandai che cos'altro stesse tacendomi.
Mentre percorrevamo il corridoio, mi sforzai di controllare le mie emozioni. Quella casa rivelava una
pulizia ossessiva: l'aria era dominata da un pungente odore di candeggina e deodorante per ambienti. Le
volute dell'aspirapolvere erano scolpite nella moquette fitta e spessa come cerchi in un campo di grano
color lilla.
La porta frusci su di essa, mentre Cath Bennett ci conduceva in un soggiorno immacolato. Il divano e
le poltrone erano posizionati con precisione chirurgica; il tavolino di vetro appariva lucido come uno
specchio. Sulla mensola del caminetto brillavano statuette e animali di ceramica - nemmeno un granello
di polvere.
Ovunque troneggiavano fotografie incorniciate delle gemelle morte.
"Prego, si accomodi," disse la donna, con una cortesia formale. "Mio marito  al lavoro e, comunque, 
piuttosto in difficolt quando si tratta di queste cose. Non riesce ancora a parlarne. Preferisci un t o un
caff, Sophie?"
Sophie continuava a evitare il mio sguardo. "Apprezzerei davvero una tazza di t."
"E lei, dottor Hunter, cosa gradisce?"
Riuscii in qualche modo a sorridere. "Una tazza di t anche per me, grazie."
Si allontan con passo rapido, lasciandoci in compagnia delle fotografie delle figlie assassinate. Le due
ragazze dai capelli scuri e dall'identica bellezza ci sorridevano da ogni angolo. Distolsi lo sguardo da
loro e fissai Sophie.
"Scusa. Ti prego, non essere arrabbiato," si affrett a dire. "Mi dispiace averti portato qui senza
avvertirti, ma sapevo che altrimenti non saresti venuto."
"S,  cos. Cosa diavolo ti  passato per la testa?"
"Volevo che tu rammentassi qual  la posta in gioco! "
"Credi che non lo sappia?" Mi imposi di mantenere la calma. "Sophie, questo  un errore enorme. Non
dovremmo essere qui. "
"Non possiamo andarcene adesso. Soltanto mezz'ora.
Ti prego."
Poich temevo di dire cose di cui mi sarei pentito, restai in silenzio finch Cath Bennett non torn.
Arriv con un vassoio su cui aveva sistemato il servizio da t. Teiera, tazzine, piattini, cucchiaini e un
cabaret di biscotti disposti con cura.
"Servitevi di latte e zucchero," disse, sedendosi sul divano.
"Dottor Hunter, Sophie mi ha detto che lei  un antropologo forense. Non so esattamente in cosa
consista il suo lavoro, tuttavia le sono molto grata per quello che sta facendo."
Quello che sta facendo? Sophie mi lanci un'occhiata di muta supplica. "David ha partecipato alle
prime ricerche nella brughiera otto anni fa," disse, frettolosamente.
"Dieci anni." Cath Bennett allung una mano per prendere un portaritratti sulla mensola del caminetto.
"Non riesco ad abituarmi all'idea di quanto tempo sia passato.
Quest'anno compirebbero ventisette anni. A maggio."
Mi porse la fotografia incorniciata. Seppur riluttante, la presi: avevo la sensazione di star accettando un
patto. Non era la foto ampiamente usata dai giornali - quella che avevo rivisto in rete qualche giorno
prima -, ma sembrava scattata pi o meno nel medesimo periodo. Non molto tempo prima che le due
diciassettenni venissero rapite e uccise da Jerome Monk, a meno di tre giorni di distanza l'una dall'altra.
Vi comparivano entrambe le sorelle: ridevano fianco a fianco, come riflessi identici. Esisteva comunque
una sottile differenza. Sebbene entrambe stessero ridendo, una guardava spavaldamente l'obiettivo, con
un'aria di sfida e la schiena inarcata, mentre la gemella mostrava un atteggiamento meno spigliato, col
capo leggermente chino e un'espressione vagamente imbarazzata.
"Avevano il colorito del padre," prosegu la madre.
"Zoe aveva preso da Alan anche altre cose. Sempre estroversa, fin da piccola. Ci dava un bel daffare, ve
lo posso assicurare. Lindsey era la gemella tranquilla. Si assomigliavano fisicamente, per erano come il
giorno e la notte per quanto riguarda tutto il resto. Se... "
Si interruppe. Il suo sorriso vacill.
"Be', non  proprio il caso di addentrarci nei 'se'. Lei ha incontrato Jerome Monk, vero?"
La domanda era rivolta a me. "S."
"Anch'io vorrei averlo incontrato. Mi sono sempre pentita di non essere andata al processo. Mi sarebbe
piaciuto piazzarmi di fronte a lui e guardarlo negli occhi.
A quanto mi hanno detto, per, non sarebbe servito a niente. E adesso  fuggito."
"Sono sicura che presto verr catturato," disse Sophie.
"Spero che lo ammazzino. So perfettamente che bisognerebbe perdonare e andare avanti, ma non ci
riesco.
Dopo quello che ha fatto, dopo tutte quelle malvagit, spero solo che soffra. Lei ha dei figli, dottor
Hunter?"
La domanda mi colse di sorpresa. Sentii il peso della fotografia tra le mie mani.
"No."
"Allora non pu capire che cosa si provi. Jerome Monk non ha soltanto assassinato le nostre figlie - di
Alan e mie -, ha ucciso il nostro futuro. Vedere Zoe e Lindsey sposate, avere dei nipoti... tutto distrutto.
E non abbiamo neppure una tomba sulla quale portare un fiore. Per lo meno i genitori di Tina Williams
l'hanno."
"Mi dispiace," dissi, piuttosto scontatamente.
"Non si crucci. So che otto anni fa si  davvero prodigato per trovarle. Inoltre le sono grata per ci che
far adesso.
Al pari di Alan. Lui... Be', non ama parlare di questa storia. Ecco perch ho chiesto a Sophie di
chiamarmi di giorno, quando  al lavoro. Nulla potr ridarci le nostre figlie, tuttavia sar un conforto
sapere che riposano in un posto sicuro."
Posai il portaritratti sul tavolino. Ma continuai a sentire su di me gli occhi delle gemelle morte: mi
fissavano da ogni fotografia di quella stanza triste e immacolata.
Mentre tornavamo nel Dartmoor, la distanza tra Sophie e me era quella di un enorme golfo ghiacciato.
Ero furibondo con lei, con Monk, con me stesso. E sotto la mia rabbia percepivo le ferite riaperte
inavvertitamente dalle parole della signora Bennett.
Lei ha dei figli? Allora non pu capire che cosa si provi.
Le vie e le case cedettero il posto alle strade di campagna, prima che Sophie rompesse il silenzio.
"Mi dispiace. D'accordo,  stata una pessima idea," disse d'un fiato. "Mi sono messa in contatto con lei
qualche mese fa e... Be', ho pensato che se l'avessi incontrata... "
Di certo, non ero dell'umore giusto per permetterle di cavarsela cos facilmente. "Cosa? Secondo te,
non sarei stato capace di dire di no?"
"Non ho mai raccontato che ti saresti impegnato per una ricerca. Ho soltanto detto che forse avresti
potuto aiutarci! E lei deve aver dato per scontato che... "
"Cosa ti aspettavi? Le sue figlie sono state uccise! Non passer giorno senza che attenda la notizia che le
hanno trovate! Alimentare scientemente le sue speranze  pura crudelt!"
"Stavo solo cercando di rendermi utile!" Sbott. "Mi dispiace, va bene?"
Ricacciai indietro la risposta irata che avevo a fior di labbra. L'auto slitt leggermente su un tratto
fangoso, mentre affrontavo una curva a velocit piuttosto elevata.
"Forse stai guidando troppo veloce," disse Sophie.
Ridussi la pressione sul pedale dell'acceleratore: a poco a poco, la velocit diminu. E insieme a essa
anche la rabbia. Avrei dovuto avere il buonsenso di non perdere le staffe mentre guidavo.
"Mi dispiace. Non avrei dovuto alzare la voce," dissi.
"E colpa mia." Sophie volse lo sguardo fuori dal finestrino, massaggiandosi la tempia. "Hai ragione, non
avrei dovuto condurti l. Pensavo che... Be', non importa."
"Hai mal di testa?"
"No." Lasci scivolare la mano in grembo. Ci stavamo avvicinando all'intersezione per Padbury.
"Prosegui dritto," disse, quando misi la freccia per svoltare.
"Non torniamo a casa?"
"Non ancora. Prima vorrei andare in un altro posto.
Non preoccuparti, non dobbiamo pi incontrare nessuno," soggiunse, quando le lanciai un'occhiataccia.
Avevo, dato per scontato che il tentativo di convincermi di Sophie si fosse concluso con la visita a Cath
Bennett.
Poi, quando oltrepassammo il terrapieno coperto dalla vegetazione che un tempo ospitava la vecchia
miniera di stagno, capii dove eravamo diretti.
A Black Tor.
Nel luogo dove era stata seppellita Tina Williams.
Svoltai nella stradina senza neppure domandarglielo.
Era come viaggiare all'indietro nel tempo. Superai il punto in cui l'agente mi aveva fermato otto anni
prima, e parcheggiai in fondo al viottolo in terra battuta che s'inoltrava nella brughiera verso la
formazione rocciosa. L'ultima volta che ero stato qui, l'intera area era un brulichio di roulotte, furgoni e
auto. Adesso, tranne qualche pecora in lontananza, la landa appariva deserta.
Spensi il motore. "E ora?"
Sophie mi rivolse un sorriso fiacco. "Pensavo che potessimo fare una passeggiata, magari."
Sospirai. "Sophie..."
"Voglio soltanto ritornare dove c'era la fossa. Tutto qui.
Niente sorprese. Promesso."
Rassegnato, scesi dall'auto. Una brezza gelida mi scompigli i capelli. L'aria era tonificante, con un vago
odore solforoso di torba. Mentre lasciavo vagare lo sguardo su un panorama che si era impresso nella
mia mente molti anni addietro, ebbi la sensazione che il passato si sovrapponesse al presente. La
brughiera - un patchwork invernale di ginestre, erica e felci morte - si stendeva per chilometri e
chilometri. Non c'erano corridoi di nastro segnaletico della polizia n tende blu della Scientifica in
lontananza.
Eppure la sentivo familiare, in modo quasi inquietante.
Ecco lo stesso disegno delle formazioni rocciose, le stesse colline e gli stessi avvallamenti ondulati. Gli
anni erano scivolati via, e mi pareva impossibile che fosse passato tutto quel tempo dall'ultima volta che
ero stato l.
E che fossero cambiate cos tante cose.
Accanto a me, Sophie teneva le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, mentre il suo sguardo
scrutava la brughiera. Anche se quella vista la atterriva, non lo mostrava.
"E una bella scarpinata. Sei sicura di farcela?" le domandai.
Il fatto di essere andato l aveva mitigato la mia arrabbiatura. Probabilmente era ci che aveva sperato
Sophie.
"Mi sento in forma," rispose, e sollev lo sguardo verso il cielo grigio. "Faremmo meglio ad affrettarci.
Presto annotter."
Aveva ragione: il pomeriggio stava gi sfumando in un fosco crepuscolo autunnale. Cominciava a
formarsi una rada nebbia, sollevandosi dalla brughiera come vapore dalla groppa di un cavallo. Prima di
chiudere l'auto, presi la torcia dal portaoggetti sotto il cruscotto. Avremmo dovuto essere di ritorno
prima del calar delle tenebre, ma mi era gi capitato di perdermi in una brughiera. Non era
un'esperienza che desiderassi ripetere.
Ci avviammo sul sentiero che conduceva a Black Tor.
Quando fummo a circa met strada, Sophie si ferm e si volt verso il pianoro alla nostra sinistra.
"Da qui partiva il corridoio di nastro segnaletico che conduceva alla fossa."
"Come puoi dirlo?" A quanto potevo vedere, non c'era nulla che distinguesse quel punto dal resto della
brughiera.
Sophie mi guard di sguincio, con un abbozzo di sorriso sulle labbra. "Cos'... non ti fidi di me?"
"No, no... Soltanto non riesco a capire come tu possa ricordarlo. A me sembra tutto uguale."
Si addoss a me, e pos delicatamente una mano sul mio braccio mentre indicava. Cercai di
concentrarmi su ci che stava dicendo. "Il trucco  memorizzare punti di riferimento che non possono
cambiare. Vedi quell'altro pinnacolo roccioso a circa tre chilometri da qui? Rispetto al sentiero e alla
nostra posizione attuale, disegna un angolo retto. E se poi guardi laggi... "
Si volt, avvicinandosi ulteriormente a me: fui pressoch obbligato a girare insieme a lei. "Il terreno
presenta una piccola fenditura. Se ci troviamo nel posto giusto, la sua estremit dovrebbe allinearsi con
quella collinetta sormontata da un masso. Vedi?"
Annuii, anche se non prestavo grande attenzione alle sue parole. Era ancora stretta a me. Ci
guardammo, e Sophie si scost dal volto una ciocca di capelli scompigliati dal vento. Poi si allontan.
"A ogni modo... questo costituisce un ovvio punto d'accesso al pianoro della brughiera," disse. "Un
lungo tratto del sentiero  fiancheggiato da una scarpatella piuttosto ripida: qui, invece, la discesa risulta
pi facile. Ti va di..."
"Okay."
Era un sollievo riprendere il cammino. Concentrati su quello che dovresti fare. In effetti, la china che
digradava dal sentiero era meno scoscesa in questo punto, ma la vegetazione appariva cresciuta a
dismisura rispetto a quanto ricordavo. Scesi scompostamente; poi mi voltai per aiutare Sophie. Lei
affront il pendio di corsa, rivolgendomi un sorriso imbarazzato mentre la sorreggevo affinch non
perdesse l'equilibrio.
"Sei sicura di riuscire a ritrovare la fossa senza una mappa?" le chiesi, mentre ci incamminavamo
faticosamente tra i grovigli d'erica.
"Sicurissima," rispose.
Il cammino era stancante. Anche dopo che l'erica ebbe ceduto il posto alle acuminate erbe di palude
risult pressoch impossibile vedere dove stessimo mettendo i piedi. Pi volte i miei scarponi si
impantanarono nel fango, urtarono una roccia o si scontrarono con un'insidia nascosta. Sophie appariva
sicura del cammino intrapreso, costeggiava le macchie di ginestre spinose e affrontava i tratti paludosi
come se stesse seguendo un sentiero invisibile. Mi ci volle qualche minuto per capire che non stava
semplicemente leggendo il paesaggio per orientarsi in base ai punti di riferimento.
"Sei venuta qui di recente, vero?" le domandai.
Si scost i capelli dagli occhi. "Un paio di volte."
"Perch?" Che cosa avrebbe potuto scoprire, dopo tutto quel tempo?
"Non lo so. Ho la sensazione che questo luogo abbia qualcosa di quasi... sacro. Visto quel che 
accaduto qui, visto che qualcuno  sepolto qui. Tu non avverti niente?"
S, avvertivo qualcosa. Ma era pi che altro una formicolante sensazione d'inquietudine. Forse qualcuno
ti sta osservando. Era una sciocchezza, tuttavia la consapevolezza del fatto che fossimo noi due soli,
lontani dalla strada, mi metteva a disagio. La luce stava svanendo, e le volute di bruma spettrale che si
levavano dal terreno nascondevano asperit e avvallamenti. Mi scoprii a lanciare occhiate preoccupate
alle macchie di ginestre e alle rocce pi vicine.
"Quanto manca?"
"Non molto. Anzi,  proprio..." Non termin la frase, guardando dritto davanti a s.
La brughiera era costellata di buche.
Erano rimaste celate dall'erba e dall'erica finch non arrivammo molto vicino. Ne contai una mezza
dozzina, ciascuna profonda circa cinquanta centimetri e larga il doppio. Apparivano scavate a caso,
senza un ordine o uno schema preciso, sterrate in modo approssimativo e circondate da blocchi di
torba.
Guardai Sophie. "Non avrai...?"
"No, certo che no! L'ultima volta che sono stata qui non c'erano!" La sua indignazione sembrava
sincera: no, era impossibile che questa fosse un'altra delle sue sorprese.
"Possono essere opera di un animale?"
Mi accosciai accanto a quella pi vicina. Era leggermente pi piccola delle altre, come se lo scavo fosse
stato abbandonato nel corso del lavoro. I bordi apparivano segnati da precisi tagli verticali, e un
lombrico tranciato a met si contorceva in fondo a essa. Mi parve quasi di udire la voce di Wainwright:
Lumbricus terrestris. Da essi possiamo apprendere una lezione importante: siamo noi umani a
complicarci la vita.
"Sono state scavate con una vanga," dissi, rialzandomi.
"Dov'era stata sepolta Tina Williams?"
"Proprio l," disse Sophie, indicando un punto preciso.
Quell'area era intatta: lo dimostravano l'erba e l'erica intonse che la coprivano. Le buche erano sparse
irregolarmente intorno a essa.
"Sei sicura?"
"S. Quando sono tornata qui per la prima volta, ho portato la mappa dell'Istituto Cartografico su cui
avevo segnato le coordinate. Poi non ne ho avuto pi bisogno."
Si avvicin a me. "E stato Monk, vero?"
Non risposi.
Entrambi sapevamo che esisteva solo una persona pronta a fare una cosa del genere. Nessuna buca era
abbastanza grande da poter essere considerata una fossa.
Sembravano pi dei rozzi tentativi di imitare lo scavo esplorativo di Wainwright che aveva portato al
ritrovamento della carogna del tasso.
"Non capisco perch mai Monk dovrebbe venire a scavare quaggi?" chiese Sophie, guardandosi
intorno, inquieta.
"Potrebbe cercare le tombe. Hai sempre detto che probabilmente era sincero quando sosteneva di non
ricordare dove fossero. Forse avevi ragione. "
La sua fronte si corrug. "Non intendevo questo. Non mi sorprende che dopo tutto questo tempo non
sia riuscito a trovarle, ammesso che stesse proprio dedicandosi alla loro ricerca. Ma che motivo avrebbe
di farlo?"
A questo non avevo pensato. Era gi capitato che un assassino dissotterrasse le proprie vittime, per poi
seppellirle di nuovo - in alcuni casi, anche pi di una volta.
Ma, di solito, un gesto dettato dal panico, oppure da un compulsivo bisogno di occultare le prove -
qualcosa che non si adattava minimamente al caso di Monk. Aveva confessato gli omicidi, tuttavia le
tombe di Lindsey e Zoe erano rimaste introvabili.
E, di-conseguenza, perch dissodare ora una vasta area di brughiera per cercarle?
Mi ritrovai a guardare il lombrico: si contorceva nell'ostinato tentativo di rintanarsi nel terreno. No,
c'erano alcuni elementi che non quadravano. Riflettei - e allora capii.
Anche quando sono mozzati, i vermi non restano a lungo in superficie. O si rifugiano nuovamente nella
terra, o vengono mangiati. Questo, invece, era ancora in superficie.
Inoltre la buca in cui si trovava era di dimensioni ridotte, rispetto alle altre, come se chi l'avesse scavata
avesse deciso di interrompere il lavoro, oppure...
"Dobbiamo andarcene da qui," dissi.
Sophie non si mosse. Stava fissando la brughiera. "David...?"
Seguii la direzione del suo sguardo. A meno di cento metri da noi si stagliava una figura immobile,
intenta a osservarci.
Sembrava comparsa dal nulla: nelle vicinanze non c'erano macchie di ginestre n rocce dietro cui
nascondersi.
Nella luce ormai morente era una semplice silhouette nella nebbiolina che si levava dal terreno. La sua
imponenza, per, aveva qualcosa di terribilmente familiare.
Sopra le spalle larghe troneggiava il pallido globo della testa.
Per un attimo, tutto parve fermarsi. Poi la figura avanz verso di noi. Presi Sophie per un braccio.
"Andiamo."
"Oh, Dio,  lui, non  vero?  Monk! "
"Avanti, cammina veloce."
Pi facile a dirsi che a farsi. L'erica si aggrappava ai nostri piedi come filo spinato, mentre bianchi viticci
di nebbia si stendevano come un'immensa ragnatela sulla brughiera che stava sprofondando
nell'oscurit. In un altro momento, avrei apprezzato quella visione. Ora pensavo che ogni passo
nascondesse un'insidia. Se uno di noi fosse caduto, o si fosse storto una caviglia...
Non pensarci... Strinsi pi forte il braccio di Sophie, trascinandola sul sentiero. Scorsi l'auto sulla
stradicciola: una minuscola macchia di colore che stava scomparendo nel crepuscolo. Sembrava cos
lontana che mi sentii mancare la terra sotto i piedi. Era forte la tentazione di abbandonare il sentiero e
tagliare attraverso la brughiera, per raggiungere direttamente il viottolo: di certo, era il tragitto pi breve,
ma avrebbe comportato dover arrancare tra l'erica e la melma. Ci sarebbe voluto ancora pi tempo: era
impensabile correre il rischio di venir sorpresi dalle tenebre a met del cammino.
Quando lanciai un'altra occhiata alle nostre spalle, sia io che Sophie eravamo gi senza fiato. La figura
era pi vicina: mi parve che la distanza da noi si riducesse a ogni passo. Non distrarti. Continua a
camminare. Mi voltai, concentrandomi sul sentiero. Sarebbe stato inutile telefonare per chiedere aiuto.
Anche se ci fosse stato campo, nessuno sarebbe potuto arrivare in tempo. Incespicammo su erbe di
palude simili a canne; gli scarponi si impantanavano nel fango e nell'acqua melmosa al di sotto di esso.
Quando azzardai un'altra occhiata al sentiero gi percorso, notai che la figura aveva smesso di seguirci.
Anzich tentare di raggiungerci prima che arrivassimo alla stradicciola, stava tagliando attraverso la
brughiera.
Per arrivare all'auto prima di noi.
Anche Sophie se n'era accorta. "David... ! " ansim.
"Lo so. Continua a camminare."
Il viottolo era ormai vicino ma, quando fossimo stati l, avremmo dovuto raggiungere la strada
principale. Il cammino della figura era assai pi breve. Stava avanzando sulla brughiera di buon passo,
senza fretta. Dio, non ce la faremo mai. Il percorso si fece pi ripido quando arrivammo al terrapieno
sopra il quale correva il viottolo: Sophie faticava visibilmente, cosicch dovetti aiutarla negli ultimi metri
della salita, aggrappandomi ai ciuffi d'erica.
Riuscimmo a guadagnare il fondo compatto del viottolo.
Avvertii un forte bruciore al petto, mentre mi apprestavo a trascinare Sophie in una corsa affannata.
"Su, andiamo!"
"Aspetta... Devo riprendere fiato..." disse, boccheggiante.
Aveva il volto cereo e madido di sudore. Era appena uscita dall'ospedale, e non avrebbe dovuto
affrontare un simile sforzo, ma non avevamo scelta.
"Dobbiamo fuggire di corsa," le dissi.
Stava scuotendo il capo, mi spinse via. "Non ce la faccio.
... Non ce la faccio... "
"Dai che ce la fai! " dissi, passandole un braccio sotto le ascelle e sospingendola.
Mentre ci dirigevamo verso l'auto, mi sentii cedere le gambe. La figura era a trenta o quaranta metri di
distanza, leggermente pi in basso rispetto a noi, e arrancava nella brughiera - aveva decisamente
rallentato l'andatura.
Ci trovavamo a pochi metri dall'auto, quando la testa pallida si era voltata nella nostra direzione.
L'individuo era immobile, poco lontano dal punto dove stavamo. Avvertii il suo sguardo fisso su di me,
mentre cercavo affannosamente le chiavi e aprivo la portiera. Sophie croll sul sedile, e io aggirai rapido
la macchina per raggiungere il posto di guida. Sapevo che la figura scura immersa nella bruma fino al
ginocchio non aveva ancora distolto gli occhi.
Poteva arrivare prima di noi. Perch si  fermato? Non ne avevo la minima idea, ma non mi importava.
Sbattei la portiera, misi in moto e pigiai sull'acceleratore. Mentre l'auto si allontanava rombando, guardai
nello specchietto retrovisore.
Ma la strada e la brughiera alle nostre spalle erano deserte.
Capitolo 16
Non rallentai per cinque chilometri. Soltanto quando ebbi la certezza che nessuno ci seguisse, cominciai
a rilassarmi.
L'adrenalina stava calando; mi sentivo spossato e madido di sudore, mentre moderavo la velocit fino a
rientrare nel limite segnalato.
"Siamo al sicuro?" domand Sophie, con il respiro ancora affannoso. Il pallore del suo volto faceva
risaltare enormemente il livido.
"S, credo di s. Poich non aveva un'auto nei paraggi, non pu certo inseguirci."
Lei chiuse gli occhi. "Mi viene da vomitare."
Accostai immediatamente. Sophie scese barcollando, ancora prima che l'auto fosse completamente
ferma. Attesi con il motore acceso, scrutando la brughiera. Nonostante le mie rassicurazioni, non
vedevo l'ora di allontanarmi da quel posto. Le tenebre stavano calando sul paesaggio, e il fruscio del
vento tra l'erica non faceva che ingigantire la desolazione. Era come se fossimo gli unici esseri viventi l.
Ma non era cos. Mentre aspettavo Sophie, controllai il cellulare e, con sollievo, vidi che aveva campo.
Digitai il numero di Terry, pregandolo tacitamente di rispondere.
Dopo un'infinit di squilli, proprio quando credevo che stesse per scattare la segreteria, udii la sua voce.
"Spero che sia importante." Strascicava le parole, come se fosse molto stanco o ubriaco. Ma mi
sembrava impossibile che un investigatore - persino un tipo come Terry - potesse decidere di sbronzarsi
nel pieno di un'indagine come questa.
"Siamo a Black Tor. Abbiamo... "
"Abbiamo"? Tu e chi?"
"E Sophie Keller. Ieri si  fatta dimettere dall'ospedale, e...
"Sophie Keller? Cosa ci fai l con lei?"
"Ha qualche importanza? Monk  qui: l'abbiamo appena visto!"
Questa frase colse nel segno. "Va' avanti."
Non mi dilungai, preoccupato dalla crescente oscurit.
"Quindi non l'avete visto da vicino?" domand Terry, al termine del mio racconto.
"Senti, ti sto dicendo che era Monk! Dovete venire qui immediatamente. Non ho visto nessuna auto,
quindi non pu essere lontano."
Sentii il fruscio della sua barba ispida mentre si passava una mano sul volto. "Va bene, provvedo."
"Dobbiamo aspettarvi nei paraggi?"
"Credo che ce la caveremo anche da soli," disse, in un tono carico di sarcasmo. "Se ho bisogno di voi,
so dove trovarvi. "
La linea cadde. Pervaso dalla consueta irritazione provocata dall'interazione con Terry, mi ficcai in tasca
il telefono e mi avvicinai a Sophie. Lei sorrise debolmente.
"Scusa. Un falso allarme."
"Come ti senti?"
"Ho la testa che mi pulsa, ma non  niente di grave. Hai chiamato la polizia?"
"Ho appena parlato con Terry Connors. Sta 'provvedendo'."
Allorch ud il nome di Terry, arricci le labbra - ma, per una volta, non lo critic. "Dobbiamo
aspettare qui?"
"Dice che non  il caso."
Ripensandoci, mi parve piuttosto strano. Mi sarei aspettato di dover restare l fino all'arrivo di
un'autopattuglia.
Provai un senso di delusione. In qualsiasi caso, mi rifiutavo di mettermi a discutere con Terry. Rivolsi lo
sguardo alla brughiera. L'ultima luce stava rapidamente svanendo, e la bruma sfocava i contorni delle
poche cose che si riuscivano a vedere. Sophie tremava: sapevo ci che pensava in quel momento.
Che Monk era ancora l fuori.
La cinsi con un braccio. "Andiamo. Ti riporto a casa."
Quando arrivammo a Padbury, la bruma si era trasformata in una nebbia fittissima. I fari erano
praticamente inutili: poich la loro luce si rifrangeva su quel velo bianco, mi ritrovai costretto a
procedere a passo d'uomo.
Non mi resi neppure conto di aver raggiunto il paesino fino a quando lo scuro profilo della chiesetta
non si stagli nella coltre come la tolda di una nave.
Mi fermai nella stradina attigua al giardino e spensi il motore. Inizi subito a raffreddarsi, e il ticchettio
del metallo ruppe quel silenzio che sembrava appartenere al fondo del mare. Quando ci avviammo sul
vialetto d'accesso, mi ritrovai a scrutare tutt'intorno con aria inquieta e a tendere le orecchie. La nebbia
ci avvolgeva, nascondendo alla nostra vista ogni cosa che si trovasse a pi di qualche metro di distanza.
"Dovresti far installare dei lampioncini," dissi, mentre la struttura conica della fornace emergeva dalla
coltre grigia, torreggiando sui rami spettrali del frutteto.
"Non penso che siano granch utili," replic Sophie, infilando la mano nella borsa per prendere le
chiavi di casa. Quando colse l'ironia delle sue stesse parole, esit.
"In simili circostanze, almeno."
Stavolta la porta appariva intatta; la serratura installata quella mattina dal fabbro mostrava una
robustezza rassicurante.
Quando Sophie entr e accese la luce del corridoio, la casa si present esattamente come l'avevamo
lasciata.
Fu solo allora che mi resi conto di quanto fossi teso.
A giudicare dal profondo sospiro che trasse dopo aver chiuso con il nuovo chiavistello, anche Sophie
doveva essersi trovata in una condizione analoga.
"Come ti senti?" le chiesi, mentre si sfilava il cappotto, esausta.
"Ho visto giorni migliori." Il suo sorriso non era affatto convincente. "Ascolta, riguardo a quello che 
successo prima con Cath Bennett... Be', mi dispiace,  stata un'idea avventata."
Dopo quel che era appena accaduto, non mi sembrava pi cos importante. "Lascia perdere. A ogni
modo, avevi ragione. Monk non si sarebbe messo a scavare tutte quelle fosse, se non avesse avuto una
buona ragione per farlo.
L intorno dev'esserci almeno un'altra tomba. La polizia dovr riprendere le ricerche."
Mi guard come se l'idea non l'avesse neppure sfiorata.
"Dici davvero?"
"Penso che non abbiano altra scelta. E come se Monk avesse detto dove cercare. E ci che volevi, no?"
"S, certo." Appariva perplessa. "Dio, ho davvero bisogno di bere qualcosa."
Anch'io, ma avrei dovuto aspettare. "Credo che stanotte sarebbe meglio dormire altrove. "
Sophie era seduta sulle scale, intenta a slacciarsi gli scarponi infangati. Si ferm per sollevare lo sguardo
verso di me: aveva un'espressione dura. "No."
"Sarebbe opportuno che prendessi una stanza in un albergo..."
"Io non intendo muovermi."
"Qui sei gi stata aggredita una volta, e non sappiamo ancora da chi. Se fosse stato Monk... "
"Se fosse stato Monk... sarei morta. Lo sai perfettamente.
Se vuoi andartene, fa' pure. Io non scappo!"
Rimasi a fissarla, stupito. Da dove arriva questa rabbia?
Sophie sospir.
"Scusa. Non meriti di essere trattato cos. E solo che...
Sono spaventata e confusa, e questa  casa mia! Se me ne vado adesso, non mi sentir mai pi al sicuro
tra queste mura. Capisci?"
La capivo. Ma non significava che fossi d'accordo con lei: comunque era inutile mettersi a discutere. "S,
credo di si."
"Grazie." Si avvicin e mi abbracci. La tenni stretta per un istante: avvertii la tiepida pressione delle
sue forme, prima che si scostasse. "Scusami, se talvolta mi comporto da rompiscatole. In qualsiasi caso,
ti sono grata per tutto ci che stai facendo. E se decidessi di andartene, non ti biasimerei. "
Se volevo approfittarne, era un'occasione perfetta. In quel momento, avrei potuto mollare tutto, tornare
a Londra e lasciare che fossero Sophie e la polizia a sbrigare l'intera faccenda.
Ma non era questo che volevo. Le radici di ci che stava accadendo - qualcosa che ignoravo -
affondavano negli eventi che avevo vissuto otto anni prima, e che ancora mi coinvolgevano.
Indirizzai un sorriso a Sophie. "Non volevi bere qualcosa?"
Quella sera, cucinammo insieme le costolette d'agnello che teneva nel congelatore, accompagnandole
con un contorno di patate novelle e piselli surgelati. Non poteva certo dirsi un piatto di alta cucina, ma
era un pasto semplice e gustoso. Sophie recuper una bottiglia di vino, e mi invit a stapparla mentre
scongelava le costolette.
"A Padbury non abbondano le enoteche," si scus, riempiendo due calici.
"Sar perfetta," replicai. E, in effetti, fu cos. L'alcol stemper gli ultimi imbarazzi e, quando Sophie
propose di non occuparsi dei piatti sino al mattino dopo, non protestai.
Andammo in soggiorno, portandoci dietro quel che restava del vino. Misi alcuni ceppi nella stufa e
accesi il fuoco con gli sterpi e i vecchi quotidiani che trovai in un cesto di vimini. Cominci a cavartela
egregiamente in queste operazioni.
Ben presto, vivaci fiamme presero a danzare al di l del pannello di vetro annerito dal fumo, spingendo
il freddo fuori dalla stanza. Sophie e io ci sedemmo alle due estremit del divano. Non parlammo - ma
in quel silenzio non c'era traccia di disagio. Bevvi un sorso di vino, la guardai di nascosto. Stava
sonnecchiando, con le gambe ripiegate sul divano e la testa reclinata all'indietro che lasciava intravedere
la snella linea della sua gola. Aveva il volto tranquillo e rilassato; la luce del fuoco smorzava i colori del
livido - adesso l'ecchimosi poteva essere scambiata con un'ombra. Mi dissi che gli anni passati dal
nostro ultimo incontro erano stati assai clementi con lei.
Anche se non possedeva una bellezza convenzionale, i suoi lineamenti marcati potevano far girare la
testa a pi di un uomo. Erano ancora davvero gradevoli dopo otto anni. E probabilmente lo sarebbero
stati anche dopo diciotto.
Il respiro di Sophie aveva il ritmo lento e costante del sonno profondo, mentre reggeva il bicchiere
quasi vuoto tra le dita. Era sceso verso il grembo, fermandosi tra i seni. Mi dispiaceva disturbarla, ma
stava cominciando a scivolare gi dal divano e si spostava a ogni respiro.
"Sophie..." dissi, dolcemente. Non rispose. "Sophie?"
Pian piano, usc dal sopore e mi guard con occhi vacui, prima di battere le palpebre e risvegliarsi
completamente.
"Scusa," disse, rizzandosi a sedere. "Ti prego, dimmi che non ho sbavato."
"Solo un pochettino."
Sorrise, e fece il gesto di scacciare quel commento.
"Scemo."
"Perch non vai a letto?"
"Come padrona di casa non sono un granch, vero?" disse, pronta a seguire il mio consiglio senza
protestare.
Si alz e, quando vacill malferma, mi pos una mano sulla spalla. "Accidenti."
"Piano. Con calma," le dissi, alzandomi per sostenerla.
"Ti senti bene?"
"Solo un po' stanca, credo. Devo essermi alzata troppo in fretta."
Era ancora aggrappata a me. Le tenevo le mani sulla vita e avvertivo il calore del suo corpo.
Rimanemmo immobili entrambi. Guardai i suoi occhi grandi e neri. Un sorriso le illuminava il viso.
"Be'..." disse. E in quel momento uno schianto provenne dalla finestra: qualcosa l'aveva colpita.
Ci separammo con un balzo. Mi precipitai verso le pesanti tende e le aprii di scatto. Mi aspettavo quasi
di scorgere il volto da incubo di Monk che mi fissava, ma la finestra era intatta. Al di l del vetro, vidi
soltanto un'amorfa coltre di nebbia biancastra.
"Cos' stato?" domand Sophie, un passo dietro di me.
"Probabilmente niente."
Una frase sciocca, soprattutto in considerazione del fatto che il mio cuore batteva all'impazzata. Monk
non pu averci seguito fin qui. Oppure s? Ma non era necessario pedinarci. Sophie aveva scritto il
proprio indirizzo sulle lettere.
"Tu resta qui," dissi.
"Non vorrai uscirei"
"Solo per dare un'occhiata." L'alternativa era rimanere barricati in casa per tutta la notte, attanagliati
dalla paura, a domandarsi cos'avesse colpito il vetro. Se non era accaduto niente di pericoloso,
avremmo potuto rilassarci.
Se era Monk...
Allora non avrebbe fatto alcuna differenza.
Presi il pesante attizzatoio appoggiato accanto alla stufa e mi diressi verso il corridoio. Sophie corse in
cucina e torn con una torcia a forma di lanterna.
"Chiudi a chiave la porta, appena esco," le ordinai, prendendo la pila.
"David, aspetta..." disse.
Ma stavo gi facendo scorrere il chiavistello per uscire.
Non c'era nulla da vedere - soltanto la nebbia. L'aria era umida, pervasa dall'odore di terriccio e foglie
marce.
Era una notte gelida. Rabbrividii, pentendomi di non aver preso il giaccone. Accesi la torcia. La nebbia
ne assorbiva la luce, ma davanti a me si spandeva una flebile luminescenza. Rasentando il muro della
casa, mi avviai verso la finestra del soggiorno. Pensai che l'attizzatoio fosse un'arma piuttosto
inoffensiva: probabilmente non era stata una grande idea. Cosa farai se c' qualcuno l? E se quel
qualcuno  Monk?
Ma ormai era troppo tardi per rimediare. Scorsi un chiarore offuscato: era la luce proveniente dalla
finestra del soggiorno. Affrettai il passo, ansioso di togliermi ogni dubbio. Fu in quell'attimo che
qualcosa si mosse sul terreno di fronte a me.
Indietreggiai, incespicando. Poi sollevai rapidamente l'attizzatoio mentre allungavo la mano con la
lanterna davanti a me. Ci fu un altro movimento improvviso, e le ombre cedettero il campo alla luce.
Illuminato dal fascio della lanterna, un uccello mi fissava, battendo le palpebre.
Abbassai l'attizzatoio, sentendomi uno sciocco. La bestiola aveva un aspetto spettrale, con il capo quasi
bianco.
Stava acquattata tra l'erba sotto la finestra e teneva le ali in una posizione innaturale. Gli occhi
iridescenti e alieni si chiusero lentamente in un altro battito delle palpebre, ma non fece alcun tentativo
di muoversi.
"E un barbagianni," disse Sophie, alle mie spalle.
Trasalii: non l'avevo sentita avvicinarsi. "Credevo che dovessi aspettare in casa."
"Non l'ho mai detto." Sophie aveva avuto pi buon senso di me, e si era messa il cappotto. Si
accovacci vicino all'uccello ferito. "E stato fortunato, il vetro non si  rotto. Povera bestiola. La nebbia
deve averlo confuso.
Secondo te, cosa dovremmo fare?"
"Probabilmente  solo stordito," dissi. L'uccello guardava dritto davanti a s, deciso a ignorarci o
frastornato al punto di non preoccuparsi per la nostra presenza. "Sarebbe meglio lasciarlo dov'."
"Ma dobbiamo fare qualcosa! "
"Se inizia ad agitarsi e a battere le ali, potremmo fargli del male." Comunque, ferito o no, quell'uccello
era pur sempre un predatore, con artigli e becco piuttosto affilati.
"Non intendo lasciarlo qui fuori," disse Sophie, in un tono che cominciavo a conoscere fin troppo
bene. Sospirai.
"Hai una coperta?"
Il barbagianni batt le ali mentre lo coprivo cautamente con il vecchio asciugamano che Sophie aveva
trovato, ma presto si tranquillizz. Sophie propose di lasciarlo nella fornace con la porta aperta, in
modo che potesse volar via non appena si fosse ripreso.
"Non sei preoccupata per eventuali danni alle tue ceramiche?" le chiesi.
"Sono assicurata. E, comunque,  un barbagianni, in grado di vedere al buio."
Mentre lo trasportavo nella fornace, l'uccello si rivel sorprendentemente leggero e fragile - avvertii il
rapido battito del suo cuore sotto le mie dita. L'interno della fornace era umido, pervaso da un odore di
muffa e vecchi mattoni. I miei passi echeggiarono nel locale. Posai il barbagianni sul pavimento e
sollevai l'asciugamano. Non avevamo acceso la luce, e il piumaggio quasi candido riluceva nell'oscurit.
"Dici che se la caver?" mi domand Sophie, mentre tornavamo verso la casa.
"Per stanotte, abbiamo fatto il possibile. Se domattina sar ancora qui, chiameremo un veterinario."
Sprangai la porta d'ingresso, e la tirai con tutte le mie forze per accertarmi che fosse ben chiusa. Sophie
rabbrivid e si sfreg le braccia.
"Dio, sono congelata!"
Era molto vicina. Mi guardava. Sarebbe stato un gesto perfettamente naturale prenderla tra le braccia.
"E tardi," dissi. "Per oggi, direi basta. Tu va' pure di sopra, io metto a posto qui."
Lei batt le palpebre, poi annu. "S. Be'... buonanotte.
Attesi che salisse, poi feci il giro delle stanze, spegnendo rabbiosamente le luci. Mi dissi che avevo fatto
la cosa pi giusta. Sophie era spaventata e vulnerabile, e la situazione era gi abbastanza complicata.
In qualsiasi caso, non sapevo con certezza se la mia rabbia dipendesse da ci che non era accaduto o dal
fatto che non avevo permesso che succedesse.
Giacqui nel letto sveglio, ad ascoltare il silenzio notturno della casa e a pensare a Sophie. Riuscii infine
ad addormentarmi, ma mi svegliai poco dopo a causa di un rumore proveniente dall'esterno: un grido
acuto - forse di un predatore, forse della preda. Tuttavia non si ripet e, avvinto dal sonno, me ne
dimenticai.
Capitolo 17
Il mattino dopo, mi svegliai presto. Sophie dormiva, e scesi con passo felpato al pianterreno della casa
fredda e silenziosa. Mentre la luce cominciava a diffondersi nel cielo, mi preparai una tazza di t e
ripensai al giorno prima.
Di solito, avrei acceso la radio o sarei andato a vedere le notizie sul web. Ma non volevo disturbare la
mia ospite, e la casa non disponeva di una connessione wi-fi.
E cos sorseggiai il mio t bollente al tavolo della cucina e guardai il giorno rischiararsi lentamente.
Allorch udii gli schiamazzi mattutini degli uccelli, mi rammentai del barbagianni. Dopo essermi messo
il giaccone e.gli scarponi, uscii. La nebbia si era alzata, ma permaneva una leggera foschia, un misto di
piovischio e bruma.
Mentre camminavo sull'erba umida del prato, notai i rami dei meli velati di brina, al pari delle ragnatele,
che rilucevano di minuscoli filamenti argentati.
Sulla finestra del soggiorno, nel punto in cui il barbagianni si era schiantato, campeggiava una macchia;
ma l'unica traccia reale dell'uccello era costituita da alcune pallide e delicate piume sul pavimento
polveroso della fornace. Forse erano la testimonianza dell'impatto contro il vetro, trasportata fin l
durante le nostre operazioni di soccorso. Ma esisteva un'altra spiegazione per la loro presenza - assai
meno fausta. Da quelle parti non mancavano le volpi. Con la porta della fornace aperta, il predatore
ferito poteva essere diventato una preda.
Feci un giro nella fornace. Il ponteggio e i puntelli alle pareti erano l da cos tanto tempo che
sembravano una propaggine della struttura sviluppatasi in modo naturale.
Le giunzioni di alcuni tratti di muratura erano state riempite di malta qualche anno addietro - o forse
qualche decennio. Ma la maggior parte delle pareti era stata abbandonata al suo destino di
sgretolamento, e immaginai che il mattone sconnesso dove Sophie teneva la chiave fosse solo uno degli
innumerevoli elementi traballanti.
Ristrutturare la fornace sarebbe stato un lavoro considerevole e assai dispendioso - rimetterla in
funzione, poi...
Avrebbe dovuto vendere miriadi di vasi.
In qualsiasi caso, il talento di Sophie appariva evidente anche ai miei occhi di profano. Le terrine, le
stoviglie e i vasi ammonticchiati sugli scaffali possedevano un enorme fascino, nonostante la loro
semplicit. Feci correre la mano su un cumulo di argilla dura che troneggiava sopra il banco di lavoro.
Anche se si trattava soltanto di scarti della lavorazione compattati e lasciati seccare, avrebbero potuto
essere un'opera d'arte astratta.
Con la mano, battei alcuni colpetti sulla "scultura" e tornai in casa.
Sophie non si era ancora alzata: un'ottima scelta, visto che aveva bisogno di riposare. Affamato, meditai
se prepararmi la colazione ma, infine, decisi di aspettarla. Ero solo un ospite, e non sapevo se avrebbe
apprezzato il fatto che mi comportassi come se fossi a casa mia.
Dovetti attendere la tarda mattinata per sentirla muoversi al piano di sopra. Quando scese, avevo gi
messo il bricco sul fuoco e c'era una tazza di t ad aspettarla.
"Buongiorno," le dissi, porgendogliela. "Non so se preferisci incominciare la giornata con il t o con il
caff."
Aveva gli occhi stanchi e annebbiati, e sembrava piuttosto stonata. Indossava un maglione troppo
grande sopra i jeans, e aveva i capelli pettinati all'indietro, ancora umidi per la doccia. "Un t  perfetto.
Mi riservo la botta della caffeina per quando comincio a lavorare. Dormito bene?"
"S," mentii. "Tu come ti senti?"
"Mi fa ancora male la guancia, ma per il resto  tutto a posto."
"Inizi a ricordare qualcosa di ci che ti  accaduto?"
"Come? Oh... No, no, ancora un vuoto assoluto." Si avvicin al frigorifero. "Notizie del barbagianni? E
sempre l?"
"No, sono andato a dare un'occhiata. Sparito."
Sorrise. "Visto? Te l'avevo detto che non avrebbe avuto problemi nella fornace. "
Non accennai alle piume sul pavimento, n al grido che mi sembrava di ricordare di aver udito la notte
prima. Se Sophie desiderava un lieto fine, non avrei rovinato le sue aspettative.
"Mi spiace, non ho pane per i toast, ma posso offrirti uova e bacon," disse, aprendo il frigo. "Ti
piacciono strapazzate?"
Risposi che erano perfette. "Pensavo di partire prima di pranzo," annunciai, mentre rompeva le uova in
una grossa ciotola.
Lei si blocc, poi riprese a sbattere le uova. "Te ne vai?"
"Be', credo di aver esaurito i miei compiti. Adesso che Monk si  messo a scavare nella brughiera, la
polizia dovr riprendere le ricerche di Zoe e Lindsey."
Mi stupiva che gli investigatori non ci avessero ancora contattati. Anche se non avevano catturato
Monk dopo il nostro avvistamento, mi sarei aspettato che ci chiamassero per redigere un rapporto.
"Penso che tu abbia ragione. Inoltre non c' nulla che ti trattenga qui, giusto?"
Era voltata di spalle. Si udiva lo sfrigolio della padella sul fuoco. Il silenzio si prolung, facendosi
sempre pi greve.
"Posso fermarmi ancora un po'. Se pensi di non volere star qui da sola, intendo dire."
"Soltanto perch qualcuno mi ha aggredito?" Lasci scivolare qualche fetta di bacon in padella, e il
grasso sibil rabbiosamente. "Credo che finir per abituarmi all'idea. D'altronde, non  che abbia molte
scelte, no?"
"Probabilmente era solo un ladro, come ha detto la polizia.
Si  trattato di un'aggressione scatenata dal panico."
"Be', ora mi sento molto pi tranquilla." Infilz il bacon con una forchetta e lo rivolt con un gesto
rabbioso: sembrava che tutta la colpa fosse sua. "Una volta, mi reputavo al sicuro qui. Anche se  un
posto isolato, non ho mai avuto la sensazione di correre un qualche pericolo, come mi accadeva in citt.
Ma questo  un problema mio, non tuo."
"Ascolta, lo so come ti senti... "
"No, non puoi capire."
Esitai. Non smaniavo per affrontare quell'argomento, ma sapevo che se Sophie non fosse stata attenta,
l'aggressione sarebbe diventata un trauma dal quale non si sarebbe mai ripresa.
"In realt, ti capisco, eccome. L'anno scorso, sono stato accoltellato per aver lavorato a un caso."
Sophie si volt verso di me. "Stai scherzando, vero?"
Le raccontai delle indagini a Runa, e di come Grace Strachan si fosse presentata alla mia porta qualche
mese dopo, tornando da quello che supponevo fosse il mondo dei morti per aggredirmi e ferirmi con
un coltello.
"E non l'hanno mai presa?" domand Sophie, con gli occhi sbarrati. "E ancora l fuori?"
"Da qualche parte. La polizia ritiene che abbia lasciato il paese subito dopo avermi accoltellato. Il
fratello e lei erano ricchi, e probabilmente disponevano di conti bancari sconosciuti a tutti. Potrebbe
essere in Sudamerica o chiss dove."
" terribile!"
Mi strinsi nelle spalle. "Ma forse esiste un lato positivo: poich probabilmente pensa che io sia morto,
non ha motivo di riprovarci."
Non appena ebbi pronunciato quelle parole, avvertii il turbamento della superstizione. Non sfidare la
Provvidenza.
Sophie aveva tolto la padella dal fornello. Abbass lo sguardo sulla pietanza, a disagio. "Era qualcosa
che ignoravo.
E adesso ti ho trascinato in questa storia."
"Non mi hai assolutamente trascinato in niente. E l'unico motivo per cui te ne parlo  che tutti gli indizi
riguardo alla tua disavventura sembrano indicare che si sia trattato di un episodio isolato. Chiunque ti
abbia aggredito, non voleva davvero farti del male, altrimenti... Be', non te la saresti cavata con una
frattura allo zigomo."
"Forse hai ragione." Riflett pensierosa, ma un'ombra velava ancora i suoi occhi. Scomparve
all'improvviso. Rimise la padella sul fuoco e mi indirizz un sorriso malizioso.
"Bando alle ciance, facciamo colazione. Poi, prima di andartene, mi mostrerai la tua cicatrice."
Ma il suo buon umore non dur a lungo. Scivol di nuovo in una sorta di turbamento, cincischiando
apaticamente il cibo nel piatto. Mi offrii di aiutarla a sparecchiare ma, quando declin la proposta, evitai
di insistere.
Avevo l'impressione che volesse restare da sola, e cos lasciai la cucina per andare a fare una doccia e
preparare i bagagli.
Mi chiesi se si fosse appena resa conto del fatto che ora non avrebbe partecipato alle ricerche. Per
qualche ragione, il ritrovamento delle fosse di Zoe e Lindsey Bennett era diventata una crociata
personale per Sophie - adesso, per, non lavorava pi per la polizia. In effetti, il suo coinvolgimento
nelle indagini poteva dirsi concluso con la scoperta delle buche scavate da Monk a Black Tor. Gli
investigatori avrebbero gestito autonomamente le operazioni, e lei sarebbe stata soltanto una spettatrice.
Fino a quel momento, forse non aveva ancora pensato a queste eventualit, n alle sue reazioni.
Non  mai facile cedere il testimone.
Portai la mia sacca al pianterreno. Quando entrai in cucina, la radio era accesa. Sophie era in piedi
davanti al lavandino, immobile, con le mani immerse nell'acqua.
"C' qualcosa che...?" cominciai a dire.
"Sssh!" Mi zitt con un rapido cenno del capo. Prestai attenzione alla voce proveniente dall'apparecchio
radiofonico.
"... la polizia non ha reso nota la loro identit, anche se ha confermato che la morte presenta alcuni lati
poco chiari.
Altre notizie... "
Sophie era sbiancata. "Hai sentito?"
"Solo l'ultima parte."
"C' stato un omicidio. Non hanno detto chi sia la vittima, ma  accaduto a Torbay. Vicino a Sharkham
Point.
Non  dove..."
Annuii - e compresi che non sarei partito.
Tutto era accaduto dove abitava Wainwright.
Capitolo 18
Sharkham Point distava da Padbury meno di un'ora d'auto. Sophie aveva insistito per accompagnarmi, e
io non avevo sprecato troppe energie nel vano tentativo di dissuaderla. Ero ansioso quanto lei di
scoprire l'identit della vittima. Avevo telefonato subito a Terry, ma non mi aveva risposto. Era
qualcosa che non mi sorprendeva: probabilmente si trovava gi sulla scena del delitto. Mi dissi che forse
Wainwright non c'entrava. Gli omicidi sono accadimenti quotidiani, proprio come le coincidenze.
Io, per, non riuscivo a togliermelo dalla mente.
Due giorni prima, quando mi ero recato a Torbay, nel cielo azzurro splendeva un sole autunnale.
Adesso grigie nuvole rendevano il paesaggio tetro e incolore. I campi che fiancheggiavano la strada
mostravano distese di stoppie disordinate o solchi d'aratro fangosi, mentre le foglie morte che si
ostinavano a resistere sugli alberi spogli conferivano loro l'aspetto cencioso degli spaventapasseri.
Durante il viaggio, Sophie e io scambiammo soltanto poche parole. Lei se ne stava sprofondata nel
sedile e guardava fuori dal finestrino, immersa nei propri pensieri - esattamente come me. Si riscosse
solo quando raggiungemmo la costa e comparve il mare, che si gonfiava in lontananza al di l delle
scogliere. Sapevo a cosa stava pensando: in un modo o nell'altro, presto avremmo saputo.
Poi superammo un cartello che indicava Sharkham Point. Poco pi avanti, scorgemmo un luna-park
stroboscopico di luci blu sulla strada.
Sophie si port la mano alla gola. "Oh, Dio. E quella la casa di Wainwright?"
Avvertii un groppo allo stomaco. "S."
L'accesso alla via era sbarrato da un nastro segnaletico che sbatteva al vento. Al di l, le auto e i furgoni
della polizia erano parcheggiati accanto al cancello, insieme a qualche camioncino della stampa e delle
televisioni. Sul vialetto che conduceva alla casa sostava un'ambulanza ma, poich aveva la sirena e i
lampeggianti spenti, era facile dedurre che non ci fosse pi alcuna urgenza.
Parcheggiai a poca distanza dal nastro segnaletico.
"Cosa facciamo?" chiese Sophie. Sembrava che la sua consueta sicurezza l'avesse abbandonata.
"Visto che siamo venuti fin qui, non ha senso tornare indietro adesso," risposi, scendendo dall'auto.
Dalle scogliere a strapiombo sul mare spirava un vento gelido. Portava con s un debole profumo
salmastro, avvelenato dai gas di scarico delle auto. Udii il rumore di un generatore che scoppiettava nei
paraggi. Un poliziotto con un giubbotto catarifrangente giallo ci sbarr il passo quando ci avvicinammo.
"La strada  chiusa."
"Lo so. Sono David Hunter. L'ispettore Connors  qui?"
Ci squadr per qualche secondo, poi parl nella ricetrasmittente.
"C' un certo David Hunter che chiede del... "
"Dell'ispettore Terry Connors," ripetei, quando mi guard per avere conferma.
Ripet il nome e attese. Il silenzio parve prolungarsi oltremisura; poi una voce gracchiante disse
qualcosa. L'agente abbass la ricetrasmittente.
"Mi dispiace."
Ancora prima che potessi replicare, Sophie parl.
"Questo significa che non c', oppure che non vuole riceverci?"
Il poliziotto la osserv, impassibile. "Vuol dire che ve ne dovete andare. "
"Chi  stato ucciso? Il professor Wainwright, o sua moglie?"
"Siete dei parenti?"
"No, ma..."
"Allora lo apprenderete dai giornali. Ve lo chiedo per l'ultima volta: tornate alla vostra auto."
"Andiamo, Sophie," dissi, prendendola per il braccio.
Avevo una discreta conoscenza della prassi della polizia e sapevo che qualsiasi nostro sforzo sarebbe
stato inutile.
Lei si liber della mia presa, affrontando l'agente. "Io non mi muovo di qui, finch non sapr ci che 
successo!
Ignoro quale sarebbe stato l'epilogo dell'alterco, sennonch in quel momento ci fu un improvviso
trambusto davanti alla casa. Un gruppo di agenti si avvi lungo il vialetto. Alla loro testa c'era un uomo
che indossava un berretto con visiera e una grigia ed elegante uniforme, elementi che indicavano la sua
posizione al vertice della gerarchia. I capelli e i baffi erano di un grigio pi scuro.
Quella divisa era nuova, mentre l'azzurro glaciale dei suoi occhi appariva identico a quello di otto anni
prima, e anche i lineamenti privi di rughe non sembravano quasi invecchiati.
Simms non ci degn di uno sguardo mentre procedeva a grandi passi verso una BMW nera priva di
contrassegni.
Qualcun altro, invece, rivolse la propria attenzione alle nostre persone. Infatti un tizio del suo
entourage ci stava fissando: era di mezza et, sovrappeso e con segni di incipiente calvizie. Solo quando
notai la dentatura sporgente, mi resi conto che si trattava di Roper.
Si affrett a parlare con il suo superiore. Simms si ferm, e i suoi occhi chiari si voltarono verso di noi.
Ci siamo, pensai, mentre si avvicinava. Roper lo seguiva come un cagnolino da compagnia.
L'agente che ci aveva bloccati scatt sull'attenti. "Signore, stavo proprio... "
Simms non gli bad. Per un attimo, il suo sguardo si pos su Sophie, senza mostrare alcun interesse e
senza indicare di averla riconosciuta, prima di fissarmi di nuovo.
Aveva sempre avuto un'aria arrogante, ma adesso...
Le sue mostrine lo identificavano come vicedirigente superiore, una carica che pochi ufficiali della
squadra investigativa avevano raggiunto. Non ne fui sorpreso. Se c'era un uomo nato per portare
l'uniforme, questi era Simms.
Anche Roper sembrava cavarsela bene. Gli abiti sgualciti risultavano sostituiti da un completo di ottima
sartoria, e i denti chiazzati di nicotina erano stati sottoposti a un trattamento sbiancante. Aveva anche
guadagnato qualche chilo, per lo meno al di sopra della vita. Se la parte superiore del corpo aveva
l'aspetto pasciuto di chi indulge nel cibo e nei beveraggi, i pantaloni a vita bassa apparivano decisamente
troppo larghi per quelle gambe magre come stecchi.
Entrambi i poliziotti non sembravano felici di vederci.
In una mano, Simms stringeva un paio di guanti di pelle nera, che batteva con impazienza contro la
gamba.
"E il dottor Hunter, vero?" disse. "Be', posso chiederle come mai si trova qui?"
Sophie non mi diede la possibilit di rispondere. "Cos' successo? Chi  stato ucciso?"
Simms la studi per un attimo; poi si volt di nuovo verso di me, ignorandola deliberatamente. "Le ho
chiesto che cosa ci fa da queste parti."
"Abbiamo udito dell'omicidio. Poich il professor Wainwright abita qui, la signorina Keller e io
volevamo sapere se lui e sua moglie stavano bene."
"E in che modo ci vi riguarda?"
Vicedirigente o no, il suo atteggiamento cominciava a darmi sui nervi. "Perch pensavo che il delitto
potesse essere opera di Monk. "
A disagio, Roper lanci un'occhiata a Simms. L'espressione del vicedirigente superiore non mut: il suo
sguardo era sempre glaciale.
"Fatelo passare," disse, rivolto all'agente.
Mentre mi chinavo sotto il nastro segnaletico, mi sforzai di nascondere il mio stupore. Sophie si
apprest a seguirmi.
"Solo il dottor Hunter," precis Simms.
Il poliziotto le sbarr la strada. "Oh, andiamo! protest Sophie.
"Il dottor Hunter  un consulente della polizia." Lo sguardo di Simms indugi freddamente sulla sua
guancia livida. "A quanto mi risulta, lei non lo  pi."
Sophie si prepar a discutere. "Ci vediamo all'auto," mi affrettai a dirle, sapendo che Simms sarebbe
stato irremovibile.
Sophie mi scocc un'occhiata furibonda; poi mi strapp di mano le chiavi della macchina e si allontan
a grandi passi.
Il vicedirigente superiore stava gi tornando verso la casa: le suole delle lucidissime scarpe nere
cricchiavano sulla ghiaia del vialetto. Roper mi affianc, mettendosi al passo. Il vento gli scompigliava i
radi capelli. Esagerava tuttora con il dopobarba, anche se ora doveva essere un prodotto molto pi
costoso.
"Sta diventando una bella rimpatriata, eh?" Il suo ghigno assomigliava tremendamente a un tic nervoso.
Accenn col capo a Sophie. "Non sembra molto contenta.
Cosa le  capitato? Parlo del viso... "
Mi sorprese che non lo sapesse. Ma d'altro canto ignoravo se lavorasse ancora con Terry. "Qualcuno ha
fatto irruzione in casa sua e l'ha aggredita."
"Adesso far installare delle serrature pi robuste.
Ma... quando  successo?"
"Quattro giorni fa."
Il ghigno abbandon il suo volto quando riusc a collegare gli eventi: era accaduto subito dopo la fuga
di Monk.
"Hanno catturato il responsabile?"
Avevo quasi dimenticato l'avvertimento - o la minaccia - di Terry, secondo cui anch'io potevo essere un
sospettato.
Non era un pensiero confortante. "Non ancora. Non ricorda pressoch niente dell'accaduto."
" stata violentata?"
"No."
"Derubata?"
"Nemmeno."
Roper sbuff, divertito. "Una fortuna sfacciata, eh?"
Cambiai argomento. "Quando Simms  diventato vicedirigente superiore?"
"Dev'essere stato... Oh, quattro o cinque anni fa. Pi o meno quando sono stato promosso ispettore."
Mentre pronunciava queste parole, mi lanci un'occhiata di sguincio. Roper? Ispettore? Non avrei mai
immaginato che potesse diventare neppure sergente. A quanto pareva, attaccarsi al carro di Simms non
aveva nociuto alla sua carriera.
"Congratulazioni," dissi. "Chi si occupa del caso?"
"Steve Naysmith. Un tipo ambizioso. Ha ottenuto i galloni di commissario-capo da circa un anno." Dal
tono di Roper emergeva chiaramente che non approvava quella promozione. Un punto a favore di
Naysmith, pensai.
"Comunque Simms ha deciso di interessarsi personalmente del caso. Il commissario-capo dovr
riferirgli ogni dettaglio delle indagini."
Chiss i salti di gioia del povero Naysmith. D'altronde, Simms era un amico di Wainwright. Era
impossibile che non si interessasse dell'inchiesta.
Soprattutto se Monk era il principale sospettato.
"Allora hai sentito di..." cominci a dire Roper, ma non riusc a terminare la frase. Simms si era fermato
davanti all'ingresso della casa, dove era stato sistemato un tavolo da campo con alcune scatole di
indumenti protettivi.
"Non avevo mai pensato di dover rifare una cosa simile," disse, irritato, strappando l'involucro di una
tuta.
"Non c' molto tempo. Tra poco ho una conferenza stampa."
Esistono cose immutabili. Non sapevo perch Simms avesse deciso quel sopralluogo, ma dubitavo che
fosse a mio esclusivo beneficio. Dopo che ebbe indossato goffamente la tuta, mi sembr ancor pi a
disagio di otto anni prima - e, all'improvviso, capii perch. I suoi lineamenti erano cos scialbi che
soltanto l'uniforme conferiva loro un certo temperamento. Che l'indumento protettivo annullava,
conferendogli un'aria insignificante.
"Ha ancora bisogno di me, signore?" domand Roper.
Simms non lo degn di uno sguardo mentre si allacciava la cintura e indossava le soprascarpe. "Per ora,
no.
Ma aspetta nei paraggi finch il dottor Hunter e io non avremo terminato."
Senza accertarsi che fossi pronto, Simms entr.
La signorile tranquillit della casa che ricordavo era stata distrutta. Alcuni agenti della Scientifica in tuta
bianca stavano smontando e riponendo le attrezzature, ma le prove del loro lavoro erano ovunque.
Ogni superficie appariva coperta da un sottile strato di polvere per le impronte, come se la casa fosse
rimasta chiusa per anni e il tempo vi avesse steso sopra il proprio velo. I vetri di una finestra erano
sparsi sul parquet, mischiati al terriccio proveniente dal vaso di una pianta che era stato rovesciato.
Negli ambienti regnava ancora il profumo dei crisantemi ma, al di sotto di esso, si coglieva un vago
lezzo di feci e sangue rappreso - la persistente essenza della morte violenta.
"Il criminale ha forzato la porta della cucina," mi spieg Simms, costeggiando una linea di impronte
infangate che un agente della Scientifica stava fotografando. "Come pu vedere, non ha neppure
tentato di nascondere le proprie tracce. Abbiamo trovato anche diverse macchie di catarro, attraverso le
quali dovremmo riuscire a ottenere il DNA dell'assassino."
"Catarro?"
"Sembra che l'uomo abbia sputato sul pavimento," disse, in tono di constatazione. Simms mi precedette
nel corridoio, bloccandomi la visuale. Poi si scost - e io vidi Leonard Wainwright.
La morte aveva conferito un aspetto patetico all'archeologo forense. Con indosso un pigiama e un
vecchio accappatoio a strisce, giaceva rannicchiato in fondo alle scale, tra i resti in frantumi di una
vetrina. Il pavimento e la sua pelle rivelavano la presenza di sangue secco e annerito, colato dai tagli
provocati dai cocci. Ma la quantit era chiaramente insufficiente per avanzare l'ipotesi di una morte per
dissanguamento. Il volto dell'ex cattedratico era seminascosto da un viluppo di capelli grigi, attraverso il
quale si scorgevano le fessure degli occhi spiritati. La testa era voltata di lato, con un'angolazione
inconcepibile,  appariva quasi poggiata sulla spalla. Frattura del collo, pensai meccanicamente. Quasi
per caso, mi ritrovai a guardare i suoi piedi nudi: erano giallastri e callosi, e le caviglie che sporgevano
dai pantaloni del pigiama erano quelle di un vecchio, magre e glabre.
Wainwright avrebbe detestato l'idea che qualcuno lo vedesse cos.
Non mi ero aspettato di trovare ancora l il corpo. Ho una certa dimestichezza con le scene del crimine
e le morti violente, ma questa mi risultava totalmente avulsa: quarantott'ore prima stavo parlando con
Wainwright, e la vista del suo cadavere sul pavimento del corridoio mi aveva colto impreparato.
Inginocchiata accanto alla vittima c'era una figura minuta, con indosso una tuta troppo larga: mentre
leggeva la temperatura su un termometro, canticchiava soprappensiero una melodia vivace e familiare -
un brano di Gilbert e Sullivan, credo, ma non avrei saputo indicarne il titolo. Le mani guantate di
bianco erano piccole quanto quelle di un bambino; sebbene il volto fosse completamente celato dal
cappuccio e dalla mascherina, riconobbi immediatamente la mezzaluna dorata degli occhiali.
"Ho quasi finito," disse Pirie, senza alzare lo sguardo.
Fui sorpreso di vederlo. Immaginavo che il medico legale fosse in pensione da anni. "George, ti ricordi
del dottor Hunter?" gli domand Simms.
Il medico legale sollev il capo. Le fitte sopracciglia si arcuavano come grigie zampe di ragno sopra gli
occhiali; il suo sguardo conservava la vivacit e l'intelligenza di otto anni prima.
"Certamente. E davvero un piacere rivederla, dottor Hunter. Anche se non immaginavo che fosse
necessaria la sua collaborazione in questo caso."
"Non  qui in veste ufficiale," gli spieg Simms.
"Ah. A ogni modo, se fosse disposto a darmi una mano, la ringrazierei di cuore. Ricordo che mi ha
usato la medesima gentilezza, quando ci siamo conosciuti. Sarei felice di poter restituirle il favore."
"Magari capiter." Apprezzavo la cortesia professionale, ma le autopsie esulavano dalla mia disciplina.
"Avrei immaginato che, a quest'ora, il corpo fosse gi all'obitorio.
Simms fissava il cadavere dell'amico, impassibile. "Abbiamo dovuto attendere che il dottor Pirie
terminasse un altro esame. Volevo che a occuparsi di questo caso fosse qualcuno che conoscevo."
"E la moglie di Wainwright?" chiesi. Non c'era traccia di Jean Wainwright, e il notiziario aveva parlato
di una sola vittima.
"E stata ricoverata in ospedale. Speriamo che superi lo shock. Comunque non era nel pieno possesso
delle sue facolt mentali gi prima di questo orrore."
"Quindi non ha riportato nessuna ferita?"
"No, soltanto quella di aver assistito all'omicidio del marito. A scoprire lo scempio  stata la domestica,
stamane, quando  entrata in casa. Jean era in... stato confusionale.
Per il momento, non  riuscita a raccontarci molto.
Ma spero che, in seguito, sar in grado di rispondere alle nostre domande."
"Quindi non ha detto chi  stato?"
"Non ancora."
Non credevo che sussistessero molti dubbi al riguardo.
Prima Sophie, adesso Wainwright. Dopo tutto, forse Terry aveva ragione...
"Ha scoperto qualcosa?" domandai a Pirie.
Il medico legale riflett - il termometro sospeso sembrava la bacchetta di un direttore d'orchestra. "Solo
prime impressioni. La temperatura del cadavere, l'algor e il rigor mortis sembrano indicare che il
decesso risale a un periodo compreso tra otto e dodici ore fa. E ci collocherebbe il momento della
morte tra la una e le cinque di stamattina. Immagino che abbia notato la frattura del collo, e per ora
questa mi sembra la causa pi probabile del decesso."
Ripensai a come Monk aveva ammazzato il cane poliziotto otto anni prima, nella brughiera. Ignoravo se
fosse molto pi difficile spezzare il collo di un uomo - ma nutrivo seri dubbi in proposito.
"Per provocare una simile morte ci vuole un'energia enorme, vero?" dissi.
"Oh, indubbiamente. Per rompere deliberatamente il collo a un adulto  necessaria una forza
immensa... "
"Ti ringrazio, George. Non ti disturberemo oltre," disse Simms. "Per favore, tienimi informato."
"Certo." Non potei scorgere l'espressione di Pirie dietro la mascherina. "Arrivederci, dottor Hunter. E
se dovesse cambiare idea, consideri sempre valida la mia proposta."
Lo ringraziai. Simms si era gi avviato lungo il corridoio.
Appena fummo all'aperto, cominci a sfilarsi la tuta: la sua uniforme scura ne emerse come un insetto
dalla pupa.
"Ci sono altri testimoni, oltre a Jean Wainwright?" domandai, incominciando a spogliarmi.
"Sfortunatamente no. Ma sono fiducioso sul fatto che presto sar in grado di fornirci una descrizione
dettagliata dell'accaduto."
"Sembra opera di Monk, non le pare?"
Con uno schiocco, Simms si liber dei guanti chirurgici e li lasci cadere in un bidone di plastica, pieno
a met degli indumenti usati dagli uomini della Scientifica. " tutto da dimostrare. Comunque le sarei
grato se, a questo punto delle indagini, non si perdesse in troppe supposizioni."
"Ma ha sentito le parole di Pirie riguardo alla forza dell'assassino. E gli sputi sul pavimento sembrano
un segno di disprezzo. Chi altri potrebbe essere?"
"Non lo so. Al momento, per, non esistono prove certe del coinvolgimento di Jerome Monk. " Dalla
voce di Simms traspariva una rabbia soffocata a stento. "Spero che Jean Wainwright si riprenda presto e
possa dirci cos' accaduto. Finch non l'avr fatto, intendo evitare inutili allarmismi. Non voglio che la
stampa incominci a diffondere notizie prive di fondamento:  l'ultima cosa di cui ho bisogno."
"Non potrebbero certo dirsi totalmente infondate, visto che Wainwright aveva collaborato attivamente
alla ricerca delle fosse. Non passer molto tempo prima che i giornalisti colleghino le due vicende."
"Spero che allora Monk sia gi stato arrestato. Di conseguenza, fino a quel momento, in mancanza di
prove inoppugnabili, continuer a trattare questo caso come qualsiasi altra indagine per omicidio."
Fu allora che capii. Per un individuo particolarmente attento alle pubbliche relazioni come Simms era
gi abbastanza negativo che Monk fosse fuggito. Di certo, si sarebbe battuto con ogni sua forza perch
non trapelasse la notizia che l'evaso stava mettendo in atto una sorta di vendetta, soprattutto contro
gente che Simms conosceva di persona. Era il genere di pubblicit che un ambizioso vicedirigente
superiore doveva evitare a qualsiasi costo.
Ero talmente immerso in questi pensieri che la domanda successiva mi colse di sorpresa. "Jean
Wainwright mi .ha chiamato due giorni fa," disse Simms. "Mi ha detto che lei era andato a trovarli, e
che Leonard si  agitato molto. Le spiacerebbe spiegarmi il motivo?"
Avrei dovuto aspettarmi che la moglie di Wainwright lo informasse della mia visita. "Volevo parlare con
Wainwright di Monk. Non ero al corrente della sua malattia.
Se lo..."
"Jerome Monk appartiene a una faccenda che non la riguarda, dottor Hunter. E adesso mi ha messo
nella posizione imbarazzante di doverle chiedere dove si trovava questa stanotte tra la una e le cinque."
L'avevo previsto. "Ero a letto, a casa di Sophie Keller.
E... no, non pu farsi garante della mia parola. Quanto a Jerome Monk, dopo quello che  successo ieri,
credo proprio che mi riguardi, che le piaccia o no."
"Di cosa diavolo sta parlando?"
"Di cosa sto parlando? Di quando Monk ha inseguito Sophie e me nella brughiera, raggiungendoci
quasi."
Simms mi guard come se fossi impazzito. Mi tolsi i guanti e li gettai nel bidone. "Oh, andiamo, Terry
Connors gliel'avr detto di sicuro! "
Simms appariva pietrificato. L'unica traccia d'emozione sul suo volto da museo delle cere erano le
labbra serrate.
"Non parlo con Terry Connors da molto tempo. E non partecipa n a questa n ad altre indagini. E
stato sospeso dal servizio alcuni mesi fa."
Capitolo 19
Mentre guidavo verso Black Tor cominci a piovere.
Gli scrosci d'acqua erano cos intensi che i tergicristalli faticavano a pulire il parabrezza. Sebbene non
fosse pomeriggio inoltrato come quando Sophie e io eravamo andati l il giorno prima, mentre
oltrepassavo l'impianto minerario sommerso dalla vegetazione il cielo inizi a scurirsi, al punto da dare
l'impressione che stesse scendendo la notte.
Accanto a me, adesso, non sedeva la mia amica, bens Roper, da cui promanava un odore di dopobarba
e cipolle.
Anche lui era scontento di questa situazione, ma Simms non ci aveva lasciato scelta: sarebbe stato
l'ispettore, e non il commissario Naysmith, il mio referente diretto, lasciando cos intendere che i suoi
rapporti con quest'ultimo non erano particolarmente buoni. Sophie era rimasta a casa di Wainwright
per fornire la propria deposizione. Almeno cos credevo: prima di partire, non avevo avuto modo di
parlarle. Il vicedirigente superiore mi aveva restituito le chiavi dell'auto, informandomi seccamente del
fatto che un'agente l'avrebbe riaccompagnata a casa; poi un corteo di macchine si era avviato verso il
Dartmoor.
Davanti a noi, i fanali posteriori della BMW nera di Simms apparivano velati da una lurida foschia di
spruzzi sollevati dagli pneumatici. La conferenza-stampa era stata rimandata, affinch il vicedirigente
superiore potesse venire qui. Aveva preteso di conoscere tutta la storia, dal momento in cui Terry si era
presentato alla mia porta la mattina della fuga di Monk. Non avevo taciuto nulla, neppure le lettere che
Sophie aveva scritto a Monk.
Mentre gliene parlavo, mi ero sentito un Giuda, immaginando che forse non me l'avrebbe perdonato.
Ma non mi restava altra scelta. C'era stato un omicidio.
Non era pi tempo di custodire segreti.
Gli occhi azzurri di Simms avevano mostrato un'improvvisa vitalit soltanto mentre gli raccontavo delle
buche trovate il giorno prima nella brughiera. Poi, quando avevo parlato del successivo inseguimento,
era sbottato.
"Tutto questo  successo ventiquattro ore fa, e io ne vengo a conoscenza solo adesso! Dio santo!"
Non potevo dargli torto. Mi stavo ancora sforzando per assimilare le novit. Terry non soltanto era
stato sospeso, ma aveva perso anche il grado di ispettore. Simms mi aveva detto che era tornato a
essere un sergente l'anno prima.
Terry, a che diavolo di gioco stai giocando? Nel portafogli, avevo ancora il suo biglietto da visita:
Ispettore Terry Connors. Ecco spiegato perch mi avesse detto di chiamarlo sul cellulare, anzich in
ufficio. Non ci sono mai, aveva commentato.
Riguardo a questo, almeno non era un mentitore.
In un certo senso, potevo capire che mi avesse nascosto la sospensione e la perdita del grado: era
sempre stato tremendamente orgoglioso. Tuttavia risultava imperdonabile il fatto che avesse sprecato
l'opportunit di catturare Monk, per sostenere la sua messinscena. In conseguenza di ci, una persona
aveva perso la vita, e il suo assassino era ancora latitante.
Ma era impossibile tornare indietro.
Accanto a me, Roper soffoc uno sbadiglio. Senza molto successo. "Scusa," borbott, scoprendo i
denti da ratto in un ghigno imbarazzato. La brughiera era flagellata dall'acqua. "Piove che Dio la manda,
eh? Non potevi portarci da queste parti in una giornata di sole?"
"La prossima volta, cercher di applicarmi di pi."
"Bella questa," disse, reprimendo una risata. Guard le gocce di pioggia che si schiantavano sul
parabrezza e sospir. "Dannato Connors. Questa volta si  proprio fottuto. E ha fottuto anche noi."
Sapevo riconoscere un invito. "Simms mi ha detto che  stato degradato."
"Quell'idiota si  fatto beccare a correggere un fascicolo d'indagine." Scosse il capo, disgustato. "Non
era neppure qualcosa di importante. Aveva semplicemente confuso le date. Se l'avesse ammesso, si
sarebbe preso un cazziatone, e la storia sarebbe finita l. Ma il genietto della Polizia Metropolitana
londinese non poteva riconoscere di aver commesso un errore. "
Non tent neppure di nascondere la sua soddisfazione.
"E la sospensione?" domandai.
Roper si succhi i denti, come se stesse valutando l'opportunit di raccontarmi anche quella faccenda.
"Ha molestato un'agente."
"Cos'ha fatto?"
"No, no... Nessuna violenza. Grazie a Dio, non l'ha stuprata o cose del genere. Era solo troppo
arrabbiato per accettare un rifiuto. Tipico di Connors: credeva di essere un dio sceso in terra. Non
riusciva a tenere la patta chiusa. "
Mi accorsi di star stringendo il volante. No, non ci riusciva proprio. Ma il passato era morto e sepolto.
Mi imposi di allentare la presa.
"Era ubriaco?"
"Ubriaco? E alcolizzato! Sono anni che non  pi sobrio!
Non mi fraintendere: non c' niente di male in un paio di birre, sono il primo a riconoscerlo." Si batt
un colpetto sullo stomaco rigonfio. "Ma c' chi le regge, e chi no. Connors appartiene alla seconda
schiera. Aveva i giorni contati ancor prima di venir degradato, e da allora non ha fatto che scendere la
china."
Ripensai a quando avevo chiamato Terry per dirgli di Monk. In fin dei conti, l'impressione che fosse
alticcio non era sbagliata.
"Cosa gli succeder?"
"Se  fortunato, lo cacceranno dalla polizia. Sempre che non vengano rilevati comportamenti che
configurino delle accuse penali. Interferenze nelle indagini, ostacolo alla giustizia..." Roper scosse il
capo, ostentando un rammarico manifestamente ipocrita. "Che spreco. Se avessi avuto le sue
opportunit, non le avrei gettate alle ortiche, ci puoi giurare."
Mi lanci un'occhiata obliqua. "E strano che tu non ne sappia niente. Credevo che foste amici."
"Ci siamo persi di vista."
"Se fossi in te, lo lascerei perdere." Tacque e ricominci a succhiarsi i denti. Non appena se ne accorse,
smise, imbarazzato. "Raccontami qualcos'altro sull'aggressione a Sophie Keller."
Ripercorsi gli avvenimenti, mentre Roper mi ascoltava con le mani intrecciate sulla pancia. Stavo
cominciando a rivedere il mio giudizio su di lui. Terry l'aveva sempre guardato con sufficienza,
trattandolo come il leccapiedi di Simms. Ammesso che ci fosse vero, non era comunque uno sciocco.
"E allora la polizia locale pensa che sia stato un ladro, eh?" disse.
"Proprio cos."
"Probabilmente i colleghi non sbagliano. Una single che vive sola in una casa sperduta. Be', sembra che
sia andata a cercarsela. Hai detto che fa vasi e altre terraglie?"
Sorrise furbescamente, scuotendo la testa. "Bene, bene."
A quel punto, ci ritrovammo senza argomenti di conversazione.
Ma eravamo quasi a Black Tor. Quando arrivammo, nello slargo del viottolo c'erano gi un furgoncino
per il trasporto dei cani poliziotto e diverse auto, parcheggiate poco distante dal luogo in cui mi ero
fermato il giorno prima. Intorno a esse, si muovevano agenti in borghese e poliziotti con l'uniforme
della squadra di investigazioni criminali; molti avevano i baveri alzati per ripararsi dalla pioggia.
Nessuno appariva contento, e tantissimi tiravano rabbiose boccate dalle sigarette, come se la loro vita
dipendesse dal fumo.
Ma non appena Simms scese dall'auto, infilandosi un pesante cappotto, si affrettarono a gettarle sul
terreno e a schiacciarle sotto le suole. Un agente in borghese si avvicin per parlargli.
"Quello  Naysmith, il commissario-capo," bisbigli Roper, mentre ci dirigevamo verso di loro.
Magro e ossuto, Naysmith aveva poco pi di quarant'anni e un'aria intelligente. Mi lanci un'occhiata,
ma Simms non si prese il disturbo di presentarci. Non ero abbastanza vicino da udire la loro
conversazione ma, prima di allontanarsi, il commissario-capo si produsse in un risoluto cenno
d'assenso. Adesso il gruppo di poliziotti era impegnato nei preparativi per le ricerche nella brughiera.
Un latrato si perse nell'aria quando un agente allacci il guinzaglio alla pettorina di un pastore tedesco
che aveva fatto scendere dal furgone.
Sperai che avesse pi fortuna dell'animale di otto anni prima.
Poich Roper era andato a parlare con un gruppetto di poliziotti in borghese, ero rimasto solo: provai
un senso di esclusione mentre la pioggia sgocciolava dal cappuccio della mia giacca.
"Ne  passato di tempo, dottor Hunter."
Mi voltai verso l'uomo corpulento che si era avvicinato.
Indossava un giubbotto impermeabile catarifrangente, e dovetti sbirciare sotto il cappuccio prima di
riconoscere Lucas, il responsabile delle operazioni di ricerca di otto anni prima. Non era mai stato
magro, e il tempo trascorso gli aveva regalato un naso e delle guance rubizze che testimoniavano un
lavoro all'aria aperta o un'ipertensione arteriosa; gli ispidi capelli grigi erano diventati prematuramente
bianchi, e contrastavano ancora di pi con le sopracciglia nere.
La sua stretta di mano risult vigorosa come in passato, e i suoi occhi si socchiusero con la cordialit
che ricordavo.
"Non sapevo che ti era stata affidata anche questa operazione," dissi, contento di incontrare un volto
amichevole.
"Per espiare i miei peccati. Devo ammettere che sarei stato felice di non dover pi posare gli occhi su
questo posto dimenticato da Dio." Il suo sguardo vag sulla brughiera. "Ho saputo di Wainwright.
Brutta storia."
Annuii. Mi era impossibile commentare.
"Prima rimettiamo quel bastardo dietro le sbarre, meglio . A quanto mi  stato detto, tu e Sophie
Keller vi siete imbattuti in lui, ieri."
Quel ricordo cominciava gi ad apparirmi irreale. "S, credo di s. Ma non l'abbiamo visto da molto
vicino."
"Se fosse accaduto, probabilmente adesso non saresti qui. E neppure lei." Lasci che le parole
producessero il loro effetto; poi sorrise. "Come sta Sophie?"
"Abbastanza bene." Non era il momento di scendere nei dettagli.
"Mi  stato detto che ha mollato la professione per mettersi a fare vasi. Un'ottima scelta. Io vado in
pensione l'anno prossimo." Guard torvo il cielo piovoso. "Non posso dire di avvertire tristezza o
rammarico. Sto diventando troppo vecchio per questo gioco. E il lavoro  molto diverso da quando ho
cominciato. Ormai  tutto scartoffie e burocrazia. A proposito... "
Spinse lo sguardo oltre le mie spalle, quando risuon la voce asciutta di Simms.
"Se  pronto, dottor Hunter... "
Il vicedirigente superiore aveva indossato un paio di stivali di gomma nuovi, alti fino allo stinco: anche
se le calosce apparivano ridicole sotto l'elegante soprabito e l'uniforme, non tutti erano cos fortunati da
avere calzature adatte a quei terreni. Vidi Roper che si guardava sconsolato le scarpe dalla suola sottile,
mentre ci avviavamo sul sentiero fangoso. L'agente con il cane poliziotto - un uomo dal volto arcigno
con la testa rasata - camminava qualche passo pi avanti, allungando il guinzaglio del pastore tedesco
che fiutava alacremente il terreno.
"La pioggia complicher il nostro lavoro?" chiesi.
Mi rispose senza staccare gli occhi dal cane. "No, a meno che piova a catinelle. I problemi ci
arriveranno dalla torba: assorbe l'acqua come una spugna e, se il terreno  troppo melmoso, rende
impossibile la percezione dell'odore."
"Ma... stiamo andando in un pantano."
Mi lanci un'occhiata in tralice, come se stessi mettendo in dubbio l'abilit del suo cane. "Non si
preoccupi. Se c' una traccia, lui la fiuter."
Attendemmo in gruppo che l'agente e il cane battessero il tratto di brughiera in cui, a quanto mi
sembrava di ricordare, Monk si era fermato a osservarci mentre ci allontanavamo in auto. Non venne
scoperto nulla, e Naysmith fin per richiamarli. Forse fu soltanto un moto della mia immaginazione, ma
mi parve di essere oggetto di diverse occhiate gelide. Mentre proseguivamo lungo il sentiero, mi ritrovai
a chiedermi se la nostra reazione del giorno precedente non fosse stata eccessiva.
Dio, ti prego, non voglio far perdere tempo a tutta questa gente.
La pioggia offuscava e scuriva la tozza torre di Black Tor in lontananza, rendendo la formazione
rocciosa perfettamente degna del proprio nome. Lasciammo il sentiero pi o meno nel medesimo
punto in cui io e Sophie ce n'eravamo allontanati il giorno precedente, e ci inoltrammo nella brughiera.
Anche se Lucas aveva una bussola e una mappa, il suo senso dell'orientamento appariva assai inferiore a
quello di Sophie, o forse adesso l'area si era trasformata in un unico acquitrino e il cammino risultava
molto pi difficoltoso. Guardavo con impazienza davanti a me, in cerca di una qualche traccia delle
buche. Ma la brughiera pareva intatta, un tetro mare di colori invernali che sembrava schernirmi.
Poi, proprio com'era accaduto il giorno prima, l'erica e l'erba intorno a noi apparvero improvvisamente
butterate di crateri melmosi.
Provai un sollievo irrazionale: stavo quasi cominciando a credere che non li avremmo mai ritrovati.
Tutti si fermarono.
Si udiva soltanto il ticchettio e lo sgocciolio della pioggia sui nostri indumenti. La voce di un poliziotto
squarci il silenzio.
"Da queste parti, hanno talpe piuttosto grosse, eh?"
Nessuno rise. Naysmith indic all'agente col cane di avvicinarsi. Il pastore tedesco tirava come un
forsennato, facendo tendere il guinzaglio; muoveva il tartufo rasente il terreno. Inizi a fiutare una
traccia quasi subito.
"Ha trovato qualcosa," grid l'agente. Ma, subito il cane cambi direzione, cominciando a zigzagare tra
le buche.
"La traccia  ovunque."
"Che qualcuno sia stato qui l'ho capito. Ma vorrei sapere dov' andato," sbott Simms.
L'agente con il cane rivolse a Naysmith un'occhiata imbarazzata.
Il commissario-capo annu. "Bisogna trovare una traccia che porti lontano da qui."
Mentre l'agente si spostava, Simms raggiunse la prima buca. "Dottor Hunter,  in grado di dirci se qui 
stato sepolto qualcosa?"
Le fosse erano decisamente troppo piccole per contenere un corpo ma, in qualsiasi caso, non avrei
saputo dargli una risposta. "No. Comunque sarebbe opportuno ispezionarle con un cane da cadavere.
Alcune sono poco profonde, quindi non si pu escludere l'eventualit che lo scavo sia stato
abbandonato."
"Be', le altre tombe dovrebbero essere nei paraggi,"
Naysmith si era accosciato davanti a una delle buche.
"L'ultima volta, abbiamo cercato qua intorno senza trovare nulla," disse Roper. "Forse aveva seppellito
dei soldi, o qualcosa di prezioso. Mi sembra un'ipotesi pi ragionevole:  piuttosto strano voler
dissotterrare cadaveri rimasti sepolti per dieci anni."
Non era un vaneggiamento, tuttavia Simms respinse recisamente l'idea. "Monk non avrebbe mai
seppellito del denaro. Per una simile azione  necessario pianificare in anticipo le mosse, e il nostro
amico non ragiona affatto in quel modo. No, voleva trovare le gemelle Bennett. Dottor Hunter, in che
zona si trovava Monk quando l'avete visto per la prima volta?"
Lasciai vagare lo sguardo sulla brughiera. Senza la bruma, il paesaggio sembrava diverso, e non c'erano
elementi di riferimento che mi aiutassero a individuare il punto in cui avevo visto la sua figura. In quel
frangente, sarebbe stata pi utile Sophie ma, nella sua infinita saggezza, Simms le aveva imposto di
restare a casa di Wainwright.
Ciononostante ero abbastanza sicuro quando dissi: "L, a un centinaio di metri."
La pioggia gocciolava dall'orlo del cappello di Simms mentre guardava con aria dubbiosa quel tratto di
brughiera perfettamente identico al terreno circostante. Non c'era nulla, laggi - n una roccia n una
macchia di ginestre abbastanza grande da nascondere una persona corpulenta come Monk.
"Non pu essere semplicemente apparso dal nulla. Da dove arrivava? "
"Quando l'abbiamo visto, era immobile. Non so dirle altro."
Le dita guantate di Simms tamburellarono sulla sua coscia - sembrava un gatto inquieto che batte la
coda.
"Venga con il cane," disse al conduttore, e cominci a camminare.
Mentre ci inoltravamo, la brughiera si fece pi paludosa, costellata di chiazze di viscido fango nero e di
pozze d'acqua oleosa. Fummo costretti ad aggirare diversi punti troppo melmosi da attraversare; Roper
seguitava a borbottare ogniqualvolta scivolava sul terreno con le sue scarpe da citt. Per due volte, il
cane parve fiutare una traccia ma, in entrambe le occasioni, il conduttore scosse il capo dopo aver
permesso all'animale di allontanarsi per seguirla.
Fu solo quando ci avvicinammo al punto in cui avevo avvistato Monk che mi sovvenne un ricordo.
Seguivamo esattamente il percorso di otto anni prima, allorch il prigioniero ci stava - forse -
conducendo alle altre tombe, prima che la scoperta del tumulo con il tasso ci bloccasse.
Riflettei sul fatto di accennare alla faccenda, ma desistetti: Simms sembrava gi abbastanza scettico.
Non tirare troppo la corda.
Mi fermai e mi guardai intorno, tentando di stimare la distanza percorsa.
."Allora?" mi sollecit Simms.
"Da qualche parte in questo punto, ma  difficile dire con esattezza dove." Mi sentivo a disagio: avevo
gli sguardi dell'intero gruppo su di me. "L, credo."
Quel tratto di brughiera era pressoch identico a ogni altro. Erba ed erica, che ondeggiavano
leggermente sotto la forte pioggia. Non c'era traccia del passaggio di qualcuno.
"Ha detto che vi ha inseguito. In che direzione  andato?" domand Simms.
Cercai di visualizzare la scena ma, da questa prospettiva, risultava piuttosto difficile. "All'inizio, ci ha
seguito verso la pista; poi ha cercato di tagliarci la strada, passando per la brughiera."
Naysmith rivolse un cenno all'agente con il cane. "Vedi se riesci a fargli scovare una traccia."
Il poliziotto cominci a vagare con il cane, nel tentativo di rintracciare il percorso seguito da Monk.
L'operazione incontr subito delle difficolt: le zampe del pastore tedesco sprofondavano nel fango
nero. Uggiolando, l'animale si dibatt mentre il conduttore lo sollevava dalla mota; rest di nuovo
impantanato qualche momento dopo, quando riprese la ricerca.
"E troppo zuppo, qui," grid, poggiando il pastore tedesco su un tratto di terreno pi compatto. "E un
pantano."
"Continui a farlo cercare," gli disse Simms.
L'espressione dell'agente non lasciava dubbi su cosa pensasse al riguardo. Le zampe del cane
affondavano nel fango morbido, e l'animale seguitava a impantanarsi. Dovette venir recuperato diverse
volte - sia il pastore tedesco sia il conduttore erano senza fiato, inzaccherati da capo a piedi.
Quando si ritrov a procedere su un fondo pi compatto, l'animale parve trovare una traccia. Drizz le
orecchie e cominci a seguirla, ma subito uggiol e si ritrasse.
"Cosa c' adesso?" sbott Simms, mentre il cane starnutiva e cercava di pulirsi il tartufo con una zampa.
"Ammoniaca," disse l'agente, con aria disgustata, dopo aver annusato il terreno. Quell'acre odore
tremendamente fastidioso per gli esseri umani doveva essere un autentico tormento per il sensibilissimo
olfatto di un cane.
Carezz l'animale, lanciando a Simms un'occhiata carica di rimprovero. "In parte  stato lavato via dalla
pioggia, comunque qualcuno ci stava aspettando. Qui abbiamo finito."
Simms parve voler insistere, ma Naysmith intervenne.
"Presto sar buio. Possiamo tornare domani con altri cani, organizzando una ricerca metodica. Per
stasera, non  possibile continuare. "
Sostenne lo sguardo del vicedirigente superiore che lo fissava torvo. Le dita di Simms tamburellarono
nervosamente sulla coscia, prima che facesse un riluttante cenno d'assenso.
"Va bene. Ma, domani, per prima cosa... "
Quaggi.
Il grido proveniva da Lucas. Mentre il cane arrancava nel fango, il coordinatore delle ricerche aveva
preso a gironzolare per conto proprio. Adesso si trovava accanto a un rialzo nel terreno, con lo sguardo
rivolto verso qualcosa dall'altra parte. Gli stivali in gomma di Simms sbattevano contro le sue gambe
mentre si dirigeva l, seguito dall'intero gruppo.
- Il terreno digradava al di l della montagnola - era pi alta di quanto non fosse sembrata inizialmente.
Il lato nascosto appariva coperto da una grossa macchia di ginestre spinose, tranne nei punti in cui le
rocce sporgevano dalla vegetazione come teste pelate.
In un'area caratterizzata da diversi cespugli ravvicinati c'era un'apertura nera, larga poco meno di un
metro.
"Cristo... cos', una caverna?" disse Naysmith.
Lucas stava esaminando la carta topografica. "Non ci sono caverne in questa zona della brughiera. Si
aprono tutte pi a sud, dove la roccia  calcarea... Per esempio, quelle di Buckfastleigh. Da queste parti,
domina il granito."
Ripieg la carta. "No,  una galleria d'accesso."
"Cosa?" disse Simms.
"Un'entrata della vecchia miniera. Fino a cent'anni fa, questa era un'area di estrazione dello stagno. Si
trattava di attivit minerarie piuttosto modeste, in ogni caso. La maggior parte dei tunnel sono stati
riempiti con materiali di riporto o chiusi. Alcuni, per, sono ancora percorribili."
Pensai alla noria coperta dalle erbacce e agli impianti minerari nei pressi della diramazione per Black
Tor. Li avevo considerati una parte integrante del paesaggio della brughiera. Ci ero passato davanti
molte volte, senza quasi badare a essi.
Non avevo mai pensato cosa potesse nascondersi sotto la superficie.
Naysmith si sporse nell'apertura. "Sembra profonda.
Qualcuno ha una torcia?" Ci furono borbottii e scambi di sguardi. "Oh, per l'amor del cielo, qualcuno
deve pur averla portata!"
"Io ho questa." Con un certo imbarazzo, un agente del reparto investigativo gli porse una penna con
luce incorporata.
Naysmith la afferr, scuotendo il capo, contrariato. La punt verso l'apertura e sbirci all'interno. La
sua voce echeggi.
"Non riesco a vedere granch. Sembra una galleria piuttosto lunga."
"Portate il cane," disse Simms.
Con un'espressione di disappunto, l'agente fece avanzare il cane. Aveva la pettorina coperta di fango
nero e alcune volute di vapore si sollevavano dalla lingua penzoloni - comunque sembrava essersi
ripreso dopo aver annusato l'ammoniaca. Appena si avvicin all'apertura drizz di scatto le orecchie.
Fiut attento le pietre che la circondavano, poi si lanci verso l'accesso della galleria.
Rasp con le zampe quando l'agente lo tir indietro.
"Bravo, bravissimo." Lo carezz affettuosamente mentre alzava lo sguardo verso Simms. "Non ci sono
dubbi.
O  uscito o  entrato da qui. O entrambe le cose."
Cal il silenzio mentre tutti si rendevano conto delle implicazioni. Alla fine fu Roper a parlare.
"Be', adesso sappiamo per quale motivo Monk voleva venire qui otto anni fa. E perch  cos difficile
scovarlo."
L'ispettore aveva scoperto i denti in un ghigno che pareva quasi un ringhio. "Quel bastardo si 
rintanato sottoterra."
Capitolo 20
Quando parcheggiai nella stradina, le luci della casa di Sophie erano accese. Spensi il motore e rimasi
seduto al buio, a godermi quei pochi momenti di pace e silenzio.
Durante il viaggio, aveva smesso di piovere, ma le strade erano ancora disseminate di pozzanghere che
gli pneumatici attraversavano sollevando miriadi di spruzzi.
Reclinai il capo sul poggiatesta: prima di entrare, volevo assaporare qualche istante di tranquillit. Ero
quasi obbligato a far ritorno l. Non avevo un'alternativa reale, visto che le mie cose erano ancora in
quella casa - dopo aver appreso dell'omicidio a Sharkham Point, quando ci eravamo precipitati laggi,
non avevo preso la mia sacca.
Comunque intendevo anche verificare lo stato di salute di Sophie: le avevo parlato per l'ultima volta di
fronte alla casa di Wainwright.
Da allora erano successe molte cose.
Nella brughiera, mentre tornavamo alle auto, Lucas mi aveva parlato ancora delle miniere. Naysmith
aveva piazzato un paio di agenti vicino all'ingresso della galleria nell'evenienza - assai poco probabile -
che Monk decidesse di servirsi nuovamente di quel cunicolo. La zona centrale del Dartmoor pullula di
vestigia di vecchie miniere.
Non tutte le gallerie sono sopravvissute, e quelle percorribili non possono essere considerate sicure
nemmeno per gli speleologi. Spesso le entrate di quelle accessibili sono chiuse da cancelli o sbarre
d'acciaio, tuttavia ne esistono alcune con l'accesso soltanto nascosto dalla brughiera, coperto dalla
vegetazione e invisibile a occhi che non sanno dove e cosa cercare.
A quanto pareva, gli occhi di Monk sapevano.
"Eravamo a conoscenza delle miniere abbandonate, ma non le abbiamo mai considerate realisticamente
un rifugio," mi spieg Lucas. "Monk era un solitario che trascorreva molto tempo nella brughiera ma, a
quanto ne sapevamo, non aveva alcuna esperienza speleologica.
E, credimi, quelle cave sono posti terrificanti. A meno di non avere piena coscienza di ci che stai
facendo, non vai laggi.
"E cos non vennero controllate?"
"Facemmo una ricognizione... sommaria. Perlustrammo quelle pi grandi dopo la scomparsa delle
ragazze, nell'eventualit che Monk vi avesse abbandonato i cadaveri.
Comunque non ci inoltrammo in profondit; in seguito, portammo soltanto i cani a fiutare all'imbocco
delle gallerie. Non trovarono mai nulla, e cos interrompemmo le ricerche." L'uomo sbuff. "Se Monk
le ha usate, solo Dio sa dov' adesso. Alcune di queste miniere sono state scavate pi di duecento anni
fa, e non sono disposto a scommettere sul fatto che le carte topografiche mostrino tutti i vecchi accessi.
Quel criminale potrebbe imboccare un cunicolo e riapparire ovunque."
Un pensiero spaventoso. "Ci sono delle miniere vicino a Padbury?"
"Padbury?"
"Dove abita Sophie."
."Aspetta che verifico." Lucas spieg la carta, tracciando un percorso con il dito tozzo. "Nei paraggi
non c' niente. La miniera pi vicina  quella di Cutter's Wheal, a circa cinque chilometri di distanza, ma
 stata chiusa."
Ne fui sollevato. Dopo l'omicidio di Wainwright, comunque nulla poteva dirsi ovvio, scontato.
Attraverso il finestrino dell'auto parcheggiata, osservai la casa di Sophie, circondata da chilometri di
boschi e campi.
Un cottage isolato nelle campagne era davvero un'ottima residenza, a patto che non ci fosse un
assassino psicopatico in libert.
Scesi dall'auto, la chiusi, spinsi il cancello cigolante e mi avviai lungo il vialetto. Dopo la pioggia, l'aria
era fresca, e profumava di terriccio ed erba umida. Ora la luce della finestra migliorava decisamente la
visibilit, anche se rendeva pi scura la sagoma della fornace. Mi fermai davanti alla porta e trassi un
profondo respiro, prima di bussare.
Per alcuni momenti, non accadde nulla ma, proprio quando stavo per battere di nuovo, sentii il rumore
del chiavistello che veniva tirato. La porta si apr di una spanna, bloccata dalla catenella appena
installata, e Sophie mi guard attraverso lo spiraglio. Non disse nulla.
L'uscio venne prontamente richiuso e, dopo che risuon il tintinnio della catena che veniva sfilata, si
spalanc definitivamente.
Senza dire una parola, Sophie torn in corridoio. Mentre chiudevo e sprangavo la porta, mi giunse un
rumore di verdure tagliate a pezzetti dalla cucina. Non promette niente di buono. Mi tolsi gli scarponi
infangati e appesi la giacca, e mi diressi l.
Quando entrai, mi dava le spalle, e aveva il volto nascosto dai folti capelli. Titubante, guardai la lama del
coltello abbattersi sul tagliere.
"Simms ha detto che qualcuno ti avrebbe riaccompagnato a casa," dissi.
Sophie rispose senza voltarsi. "E cos  stato. Un paio d'ore fa."
"Com' andata? Con la deposizione, intendo."
"Come puoi immaginare."
Il profilo della sua schiena appariva rigido e inflessibile.
Vers le carote affettate in una padella e cominci a tagliare le patate.
Inspirai profondamente. "Senti, mi dispiace. Ho raccontato a Simms delle tue lettere a Monk: non
avevo scelta.
Lo so.
Pronunci queste parole con una sorta di indifferenza: mi ero irrigidito in previsione di una reazione
assai peggiore.
"Non sapevo come l'avresti presa."
"Gliel'avevo gi detto di mia sponte. Non sono completamente idiota; sapevo di non poter tener
segreta una simile faccenda. Gli ho persino stampato delle copie dai file nel computer."
"Quindi non  un problema?"
"Perch dovrebbe esserlo? Non esiste nessuna legge che vieta di scrivere a qualcuno. Nemmeno a
Monk."
Non si volt verso di me. Il coltello si sollevava e si abbassava sul tagliere in uno staccato di colpi. "E
allora cosa c' che non va?"
"Cosa c' che non vai" Sbatt il coltello sul tagliere.
"Mi hanno portato via come una criminale!. Nessuno mi diceva niente! Non sapevo neppure che te
n'eri andato.
Sono stata in balia degli eventi, finch una poliziotta con la faccia da strega non mi ha detto che mi
avrebbe riaccompagnato a casa! Mi sono sentita inutile!. "
"Mi dispiace."
Sophie sospir e scosse il capo. "Lascia perdere, so che non  colpa tua. Prima lo shock dell'assassinio
di Wainwright, e poi... Poi mi sono vista sbattere la porta in faccia. Per la prima volta ho dovuto
prendere coscienza della realt: non sono pi una consulente della polizia.
Sono una cittadina qualsiasi, ora... E stato insopportabile sentirmi esclusa! "
Mi rivolse un sorriso imbarazzato.
"Scusa. Non dovrei sfogare il mio malumore su di te."
"Non preoccuparti. E stata una pessima giornata per tutti."
"Lo so, ma tu non c'entri proprio niente."
Mi pos una mano sul braccio, e all'improvviso tra noi aleggi uno strano fluido. Svan non appena
Sophie scost le dita, voltandosi rapidamente verso il piano di lavoro. "Allora, cos' successo dopo che
ci siamo separati?"
Le raccontai di Wainwright e della galleria che avevamo scoperto. "La polizia ha deciso di chiedere
l'intervento di una squadra di speleologi, ma Lucas dubita fortemente che troveremo Monk. Dopo
l'avvistamento di ieri, deve aver capito che avremmo trovato la miniera." Quella, almeno. A quanto
aveva detto il coordinatore delle ricerche, ne poteva utilizzare molte altre.
"E cos stava cercando di arrivare laggi, quando ha tentato la fuga nella brughiera. Se fosse riuscito a
raggiungere quell'ingresso, non l'avremmo pi preso." Sembrava piccata.
"Dio, ho davvero fatto la figura dell'idiota, eh?"
"Non potevi saperlo. Ma c' anche qualcos'altro," dissi, e le raccontai di Terry.
"E stato sospeso!" Sophie appariva sbalordita. "Non avevo idea..."
"Non esiste una ragione per cui avresti dovuto saperlo.
A quanto pare, neppure lui riesce a guardare in faccia la realt. Ha alcuni problemi con l'alcol e la
carriera stroncata.
Simms ci ha chiesto di informare Roper qualora si mettesse in contatto con noi ma, dopo quel che 
accaduto a Wainwright, dubito che ne abbia il coraggio."
"Non credi che..."
"Cosa?"
"Niente. Non importa."
Comunque io avevo intuito ci che si apprestava a dire.
"Ti stai domandando se Terry sia in qualche modo legato all'omicidio di Wainwright?"
"So che  una sciocchezza, ma... in considerazione di tutto ci che ha fatto... " Sembrava spaventata.
"Mi sembra piuttosto improbabile. Terry ha abbandonato la retta via, ma  impossibile che abbia un
qualche motivo per compiere un atto simile. E comunque, anche se Simms non ha intenzione di
ammetterlo finch non sar costretto a farlo, secondo me l'omicidio  opera di Monk. "
Ne set davvero sicuro? Ormai non potevo pi fingere di ignorare chi fosse Terry e di quali azioni fosse
capace.
Tuttavia i particolari brutali della morte di Wainwright - a cominciare dagli sputi sprezzanti sul
pavimento indicavano che l'omicidio era stato compiuto da un detenuto.
E questo faceva emergere un'altra questione.
Trassi un profondo respiro. "Credo che dovresti riflettere di nuovo sull'eventualit di andare a vivere da
un'altra parte, almeno sino alla fine di questa vicenda."
La bocca di Sophie disegn una smorfia ostinata. "Ne abbiamo gi parlato."
"Prima che Wainwright venisse ucciso, per."
"Non siamo sicuri che sia stato Monk. E anche se l'assassino fosse lui, quale motivo avrebbe per
colpirmi?
Non gli ho fatto niente, io."
Un motivo non  indispensabile: sei una donna attraente.
Per essere un'esperta comportamentale, si dimostrava piuttosto ottusa, quando le faceva comodo.
"Wainwright aveva un'unica colpa: l'aveva insultato otto anni fa, e adesso  morto," replicai,
sforzandomi tremendamente per non perdere la pazienza. "Non sappiamo quali sono le ragioni che
spingono Monk ad agire, ora. Forse ha ragione Terry, quando afferma che intende vendicarsi di tutti i
partecipanti alle operazioni di ricerca delle fosse di otto anni fa. Ma anche se cos non fosse, hai attirato
la sua attenzione con le lettere. E sbagliato che tu corra un simile rischio."
Era ancora impaurita: lo notavo chiaramente. Ma aveva alzato il mento in una posa che ormai sapevo
riconoscere: un gesto di sfida.
"E una decisione che spetta a me."
"Sophie..."
"So badare a me stessa: l'ho detto anche alla polizia, questo pomeriggio. Comunque, nessuno ti chiede
di restare."
Dio, talvolta era davvero esasperante! Ero quasi tentato di andarmene. Avevo la sacca gi pronta e non
nutrivo alcuna illusione riguardo alle mie possibilit di resistere a Monk, se fosse capitato l. Ma sapevo
che non l'avrei lasciata sola. Non per la sua bellezza, e neppure perch ero perfettamente consapevole
della scintilla che era scaturita dai nostri corpi. No, le mie ragioni erano molto pi semplici.
Bisogna poter convivere con la propria coscienza.
Sospirai. "Io non vado da nessuna parte."
Lei mi sorrise stancamente. "Grazie."
"Promettimi almeno che rifletterai su quell'ipotesi."
"Te lo prometto," disse. E io mi trovai costretto ad accontentarmi di quelle tre parole.
Per cena mangiammo verdure al curry, una pietanza improvvisata con gli ultimi rimasugli della dispensa
e del frigo di Sophie. Durante il pasto, l'atmosfera fu mogia.
Ero fin troppo consapevole di quanto fossimo isolati laggi e credo che, nonostante la spavalderia
esibita, anche Sophie ne fosse turbata. Gli ultimi giorni l'avevano obbligata a pagare un pesante tributo
alla vita. Insisteva sul fatto che il suo mal di testa fosse imputabile soltanto alla tensione ma, in realt,
appariva sfinita. Quando le dissi che mi sarei occupato di rassettare la cucina, dimodoch potesse
coricarsi, quasi non protest.
"Se sei sicuro che non ti pesi... Se vuoi un liquore, serviti pure. In soggiorno, trovi del brandy e del
whisky."
Anch'io ero stanco, ma sapevo che, se fossi andato a letto subito, non sarei riuscito a prender sonno:
avrei teso l'orecchio per qualunque scricchiolio o rumore sordo di quella vecchia casa. Dopo che Sophie
ebbe raggiunto la sua camera, lavai e asciugai i piatti; poi mi spostai in soggiorno in cerca di qualcosa da
bere. Il whisky era dozzinale, ma il brandy eccellente: si trattava di una bottiglia quasi intatta di
armagnac invecchiato quindici anni.
Me ne versai una dose generosa, infilai un ceppo nella stufa e mi lasciai cadere sul divano. Riflettei
sull'opportunit di accendere la televisione per guardare un telegiornale - dubitavo che riferissero
particolari dell'indagine che non conoscessi; inoltre la giornata era stata gi abbastanza deprimente.
Cos rimasi seduto immerso nel silenzio, contemplando la stufa e ascoltando lo scoppiettio attutito del
fuoco.
Anche se Sophie era di sopra, la sua presenza riempiva la stanza. Le ceramiche sul tavolino, alcuni vasi
sul pavimento, i mobili in pino grezzo e i tappeti possedevano e rivelavano il suo inconfondibile stile
sobrio ed elegante.
Sui cuscini mi parve di cogliere una fievole traccia del suo profumo. Sorseggiai l'armagnac,
scervellandomi di nuovo sulla sua testardaggine...
Fui destato dallo squillo del telefono. Mi rizzai di scatto, riuscendo a malapena ad agguantare il
bicchiere vuoto che mi era scivolato dal petto. L'apparecchio era poggiato su un cassettone. Lo afferrai
prima che potesse squillare di nuovo, e diedi un'occhiata all'orologio. Le due e mezzo.
Una telefonata a quell'ora non prometteva niente di buono.
"Pronto?" Nessuna risposta. "Pronto? Chi parla?"
Silenzio. Va' al diavolo!, pensai, irritato, e mi apprestai a riagganciare. Proprio allora udii un rumore
all'altro capo della linea. Adenoideo e affaticato, il sibilo di un respiro.
All'improvviso, ebbi la certezza che fosse Monk.
Mi si rizzarono i peli degli avambracci. Ritrovai la voce.
"Cosa vuoi?"
Niente. Soltanto l'ansimare del respiro. Che si prolung per alcuni momenti. Poi si ud un debole clic e
la comunicazione venne interrotta.
Mi accorsi di aver trattenuto il fiato. Abbassai la cornetta.
La casa era silenziosa: avevo risposto al telefono prima che lo squillo svegliasse Sophie. Corsi in cucina:
frugai nei cassetti in cerca di una penna e di un foglio e trascrissi il numero da cui era arrivata la
telefonata.
Dal prefisso sembrava un numero di quella zona. Rimasi a fissare il pezzo di carta, afflosciandomi
lentamente per il calo dell'adrenalina. Era inutile chiamare la polizia, almeno per il momento. Non
avevo nessuna prova che fosse Monk, e una telefonata anonima non avrebbe certo impressionato gli
inquirenti.
Io, per, ero sicuro.
Mi accertai che la porta dell'ingresso fosse davvero sprangata; poi passai di stanza in stanza per
controllare le finestre. Apparivano vecchie e fragili. I telai di legno non avrebbero offerto una grande
resistenza: comunque se qualcuno avesse cercato di entrare, avrei udito il rumore.
Tornai in soggiorno e attizzai le braci nella stufa; quindi vi misi sopra della legna minuta e un ceppo.
Mentre le fiamme lo avvolgevano, chiusi lo sportello e posai l'attizzatoio vicino a me.
Mi sedetti sul divano ad attendere la mattina.
Capitolo 21
Sebbene mi fosse stato imposto da Simms, Roper non sarebbe mai stato il mio primo referente tra gli
investigatori.
Non avevo per il numero di cellulare di Naysmith, e dubitavo che il commissario-capo trascorresse
molto tempo alla scrivania, durante una simile indagine.
Attesi fino a un'ora ragionevole, poi chiamai l'ispettore.
Com'era prevedibile, part immediatamente la segreteria telefonica. Lasciai un breve messaggio,
spiegando l'accaduto e comunicando il numero di casa di Sophie - non intendevo affidarmi alla scarsa
ricezione del cellulare.
Provai comunque a contattare anche Naysmith, e mi trovai a ripetere il messaggio a un altro
risponditore automatico.
Dopo aver espletato queste incombenze, mi cimentai nel tentativo di alzarmi. Nonostante la risoluta
intenzione di restare sveglio, mi ero addormentato sul divano mentre cominciava a spandersi nell'aria il
coro mattutino degli uccelli: quel breve sonno scomodo mi aveva lasciato intontito e con il collo
indolenzito. Evitando di svegliare Sophie, rimasi sotto la doccia bollente finch non iniziai a sentirmi
meglio - in un qualche modo, pi umano.
Quando scesi al pianterreno, Sophie era in cucina, avvolta in un pesante accappatoio. "Buongiorno.
Stamane dovremo accontentarci dei soli cereali. Pi tardi, devo assolutamente andare a fare la spesa."
"I cereali andranno benissimo."
Si sfreg le palpebre. "Dio, mi sento un relitto. Scommetto che ne ho anche l'aspetto."
Stavo pensando proprio il contrario. Pure scarmigliata e insonnolita, con indosso un accappatoio
troppo largo, aveva un elegante portamento felino. Mi sorprese a guardarla.
"Be'?" disse, con un sorriso.
Il penetrante squillo del telefono mi richiam alla realt, come una secchiata d'acqua gelida.
Maledizione. Avrei voluto raccontare a Sophie della telefonata anonima, prima che Roper o Naysmith
chiamassero.
"Forse  per me," mi affrettai a dire, ma lei aveva gi risposto.
"S... Ah." Fece una smorfia di disgusto e, muovendo le labbra, scand silenziosamente il nome di
Roper. "S,  qui. Solo un secondo."
Mi porse la cornetta, con uno sguardo interrogativo. A disagio per la sua presenza, dissi all'ispettore
della telefonata ricevuta nel cuore della notte.
"Cosa ti fa credere che fosse Monk?" mi domand la voce all'altro capo della linea.
"Innanzitutto il fatto che non abbia parlato. Di solito, la gente si scusa quando gli capita di chiamare il
numero sbagliato, e..." Mi interruppi, lanciando un'occhiata a Sophie.
"E...?" mi sollecit Roper.
Oh, dannazione. Sentivo gli occhi di Sophie fissi su di me. "E solo un'impressione, ma mi  parso...
sorpreso.
Come se si aspettasse che rispondesse un'altra persona."
"Hai intuito tutto questo da una telefonata muta?"
Non era difficile cogliere il suo scetticismo. Ma, mentre aspettavo che facesse giorno, avevo avuto un
tempo sufficientemente lungo per riflettere sulla faccenda "Come puoi affermare che ci fosse un uomo
all'altro capo della linea?"
"Il respiro suonava troppo profondo, per essere quello di una donna. Inoltre era sibilante, come se quel
tizio fosse asmatico o senza fiato."
"Ansimava, eh? Sei sicuro che non fosse soltanto un maniaco?"
Avevo stretto la mano sulla cornetta. "Prima della fuga, Monk aveva accusato i sintomi di un infarto.
Forse non ha semplicemente finto di essere malato."
Mi riusciva difficile credere che quel criminale fosse riuscito a scappare durante un attacco cardiaco,
tuttavia i medici della prigione dovevano certo aver riscontrato delle anomalie nel suo stato di salute.
Dalla cornetta mi giunse uno strano rumore: mentre rifletteva, Roper si picchiettava i denti con una
penna.
"Credo che sia opportuno controllare il numero da cui proveniva la chiamata," disse. "Aspetta. Vengo l
e raccolgo personalmente la tua deposizione. "
"Non disturbarti," replicai, avvertendo un nodo allo stomaco.
Roper proruppe nella solita risatina nasale. "Oh, nessun disturbo, Hunter. Il vicedirigente superiore
vuole che tenga d'occhio te e la signorina Keller."
Un concetto che poteva essere interpretato in due modi, considerai, mentre riagganciavo. Sophie mi
stava fissando torva, con i pugni sui fianchi.
"Monk ha telefonato qui, stanotte? E tu non mi hai detto niente?"
"E accaduto nel cuore della notte. Non volevo svegliarti."
"Non credi che mi avrebbe fatto piacere saperlo?"
Dopo quella lunga nottata sul divano, anch'io ebbi uno scatto d'ira: "Perfetto! Se telefona di nuovo, gli
chiedo di attendere in linea mentre vengo a chiamarti! "
"Hai capito benissimo a cosa mi sto riferendo! Questa  casa mia! Non ho bisogno di protezione! "
"Non era affatto... " Mi trattenni: era inutile litigare. "Senti, mi dispiace. Stavo per dirtelo, quando
Roper ha chiamato.
Ed  solo una mia supposizione che fosse Monk."
"Dio." Si pass le mani tra i capelli, turbata. "Non poteva essere Terry Connors?"
"Non credo. Se era Terry, perch non ha detto niente?"
"Pensi che i suoi comportamenti muovano sempre da ragioni logiche e comprensibili?" disse
fiaccamente, massaggiandosi una tempia. Si sforz di sorridere. "Terry Connors o Jerome Monk.
Abbiamo soltanto l'imbarazzo della scelta."
"Ma... c' un'altra splendida notizia. Pi tardi, Roper verr qui."
Sophie mi fiss, poi scoppi a ridere. "Bene. Allora, per penitenza, dovrai preparare la colazione."
Roper arriv in tarda mattinata. Eravamo nella fornace, poich Sophie si era intestardita sul fatto di
dover lavorare.
"Sono giorni che non combino niente. Entro la fine del mese, devo evadere l'ordine di un ristorante."
Guardai Sophie che metteva in moto la ruota da vasaio.
Indossava una tuta maschile, sbiadita e chiazzata d'argilla. Aveva mani forti e abili, e lavorava con una
tale destrezza che l'argilla pareva mutare forma di propria spontanea volont.
"Vuoi provare?" mi domand.
"No, grazie."
"Codardo."
Pareggi i bordi del piatto che stava modellando e gett gli avanzi d'argilla sopra la grande palla formata
da residui che troneggiava sul banco di lavoro.
"E quella cos'?" le chiesi.
"Questa?" Ridacchi imbarazzata, spalmando con un pollice i rimasugli d'argilla sulla superficie
tondeggiante.
"Niente. Soltanto una cattiva abitudine. Una volta, buttavo gli avanzi in un bidone; poi mi sono
impigrita. E quella forma ha cominciato a crescere. In qualsiasi caso, mi piace. E indefinita, e cambia in
continuazione. Ma forse  terapeutica."
Le assest una pesante manata, e si pul le mani con uno strofinaccio appeso a un palo del ponteggio.
"Adesso devo impegnarmi davvero."
Capii l'antifona e la lasciai al suo lavoro. Tornai in giardino, sul quale era sospeso un sottile velo di
bruma. Passando attraverso il prato, mi diressi verso il piccolo frutteto di meli. Gli alberi erano vecchi e
nodosi, probabilmente coevi alla casa. Un paio di frutti vizzi pendevano dai rami spogli, simili ad
addobbi natalizi trascurati, dimenticati e abbandonati. Al di sotto, l'erba era costellata di mele abbattute
dal vento; l, l'aria odorava del profumo dolciastro di sidro generato dalla loro decomposizione.
Il silenzio fu spezzato dal rombo lontano del motore di un'auto. Attesi che comparisse, mentre
quell'ingannevole rumore proveniente dalla nebbia si faceva pi forte.
Uno sprazzo di grigio saett oltre la siepe della stradina e, poco dopo, la macchina si ferm accanto al
cancello.
Ne scese Roper, divincolandosi dalla cintura di sicurezza con un grugnito. "Temevo di non arrivare
mai," borbott, aprendo il cancello. "Non  facile trovare questo posto, eh?"
"Credevo che fossi originario della zona."
Scopr i denti in un sorriso di circostanza, mentre i suoi occhi stavano gi studiando la casa e l'ambiente
circostante, senza lasciarsi sfuggire alcun particolare. "Relativamente, Hunter. Dov' la signorina Keller?
O dovrei chiamarla Trask?"
Ignorai la frecciata. "Nella fornace."
Guard con aria scettica il ponteggio rugginoso che sporgeva dall'antica struttura di mattoni. "E
sicuro?"
"Basta non starnutire."
Ci avviammo verso l'entrata, ma Sophie ne usc prima che la raggiungessimo, pulendosi le mani con
uno straccio.
"Buongiorno, signorina Keller," disse Roper, spingendo lo sguardo oltre di lei, verso l'interno della
fornace.
"Un laboratorio davvero affascinante."
Sophie chiuse subito la porta malconcia, impedendogli di curiosare. "In questo momento, sono
occupata. Ma lei deve parlare solo con David, giusto?"
"A dire il vero, con tutti e due." Un sogghigno balen sul volto di Roper. "Ci sono stati alcuni sviluppi
della situazione."
Capii che la visita non riguardava soltanto la telefonata.
"Cos' successo?"
L'ispettore parve a disagio. "La moglie di Wainwright ci ha fornito una descrizione dell'uomo che ha
ucciso suo marito.  Monk."
"Non me ne vado! "
Con indosso ancora la tuta da lavoro, Sophie era in piedi in cucina: teneva le braccia incrociate sul
petto, simili a un cancello sbarrato. Accanto, tre tazze vuote attendevano l'acqua del bollitore che
cominciava a raffreddarsi.
Dubitavo che sarebbero state riempite ma, in quel momento, era l'ultimo dei nostri problemi.
Roper aveva l'espressione risoluta di chi sta per perdere la pazienza. "Sar solo per qualche giorno.
Potr tornare a casa non appena Monk sar di nuovo dietro le sbarre."
"L'ultima volta, ci sono voluti tre mesi prima che lo catturaste," replic Sophie. "Se credete che metta in
standby la mia vita finch non l'avrete preso, vi sbagliate! "
L'ispettore avrebbe volentieri strangolato con le proprie mani quella donna testarda. Per una volta, non
potevo biasimarlo. Quando Jean Wainwright si era minimamente riavuta dallo shock aveva trovato la
forza di raccontare ci che era accaduto. Era stata svegliata nel cuore della notte da un gran fracasso
all'interno della casa. Il marito e lei dormivano in camere separate - immaginai che avesse rivelato
malvolentieri quel particolare della loro vita privata. Credendo che Leonard stesse vagando per la casa,
come accadeva a molte persone affette da demenza senile, si era infilata una vestaglia precipitandosi
verso l'ingresso. Appena accesa la luce sul pianerottolo, aveva visto il marito riverso ai piedi delle scale
tra i resti in frantumi della vetrina.
Su di lui incombeva Monk.
Era svenuta. Non aveva ancora ripreso i sensi, quando era arrivata la domestica. Le analisi preliminari
della Scientifica avevano confermato il suo racconto. Le impronte di Monk erano ovunque, e il DNA
ricavato dagli sputi sul pavimento corrispondeva a quello dell'evaso.
Era impossibile non considerarli un chiaro segno di disprezzo.
Monk non aveva neppure tentato di nascondere le proprie tracce.
Ormai aveva superato simili preoccupazioni.
Nulla di tutto questo avrebbe riguardato Sophie, se non fosse stato per la telefonata notturna.
Proveniva da una solitaria cabina alla periferia di Princetown, una cittadina circondata da ampie
brughiere. L sorgeva la prigione del Dartmoor, dove Monk aveva scontato i primi anni della condanna.
Ma forse questa era solo una coincidenza: infatti esisteva una ragione pi convincente per cui poteva
aver scelto quel luogo.
Poco distante c'era una vecchia miniera di stagno.
Dopo averla esplorata, gli speleologi avevano riferito che era stata allagata e resa impraticabile dalle
recenti piogge, proprio come la miniera di Black Tor. Nonostante ci, si ripromettevano di effettuare
una nuova ispezione.
"Non mi stupirebbe che quel bastardo avesse telefonato da l di proposito, in modo da farci perdere
tempo.
Visto che ci ha convinto con l'inganno a portarlo nella brughiera a cercare le fosse, non  stupido come
sembra," disse Roper. "In qualsiasi caso, non esistono molte miniere in cui pu nascondersi - e ora che
conosciamo il suo gioco, non ha pi speranze. La sua cattura  soltanto una questione di tempo. Ma c'
un interrogativo che ci assilla: quanti danni pu fare prima che ci avvenga?"
Ecco il vero motivo della sua visita. Dopo quel che era capitato a Wainwright, il suo tentativo di
mettersi in contatto con Sophie veniva considerato molto allarmante. Al punto che Simms le aveva
proposto di trasferirsi in una residenza protetta - ma forse sarebbe stato pi corretto dire "ordinato".
La conversazione aveva cominciato a degenerare proprio in quel momento.
"Non le proponiamo una simile soluzione per un nostro sfizio," insist Roper. "E per il suo bene."
"Vi ringrazio ma, se permettete, so decidere da sola cos' meglio per me. Non ho intenzione di andare
in una sudicia residenza protetta per colpa di una... Di una stupida telefonata. Oltretutto non siete
neppure sicuri che fosse Monk! Questa  casa mia!
"Ci non ha impedito a qualcuno di entrarvi e aggredirla qualche giorno fa." Nel rivolgerle la domanda
successiva, Roper inarc sarcasticamente le sopracciglia.
"Immagino che non ricordi ancora nulla al riguardo, o sbaglio?"
Sophie si era portata istintivamente una mano al livido.
La abbass. "Pensa che non ve l'avrei detto? A ogni modo, Monk non c'entra niente. La polizia locale
ha detto che si  trattato soltanto di un furto con scasso."
"S,  cos. Ma mi pare che non abbia denunciato la sparizione di alcunch, vero?"
Sophie apr la bocca, poi la richiuse. "Solo qualche soldo e alcuni gioielli di bigiotteria che avevo lasciato
in giro.
Non mi sembrava che ne valesse la pena."
Era una novit: non aveva mai accennato alla scomparsa di niente. Roper rimase a fissarla per qualche
istante.
"Senti, tesoro..."
"Non sono il tuo 'tesoro'. E non me ne vado! Non potete pretendere che molli tutto: ho un'attivit
commerciale da gestire!"
"Avresti dovuto pensarci prima di scegliere un assassino e stupratore come amico di penna," sbott
Roper.
"Per un tipo come Monk,  praticamente un invito. Gi che c'eri, potevi scrivere 'RSVP' alla fine di ogni
lettera."
Sophie mise le braccia conserte, serrando le labbra.
"Non ho intenzione di scappare e di nascondermi! "
Roper mi fiss e sospir, come se intendesse dirmi: Che fare? "Ha ragione," commentai, rivolto a
Sophie. "Non deve essere necessariamente una residenza protetta. Come ti ho gi detto, potremmo
andare per alcuni giorni in albergo. Oppure potresti trasferirti da tua sorella... "
Fu un errore. "Oh, no! Neanche per sogno! "
"Sarebbe solo per qualche... "
"No, preferirei affrontare Monk! " Si volt verso Roper.
"Mi spiace che abbia dovuto sobbarcarsi un viaggio inutile.
Ora, se non le dispiace, devo assolutamente rimettermi al lavoro."
Usc sbattendo la porta. Roper rimase a fissare l'uscio.
"Be', il discorso  chiuso."
"Non c' qualcos'altro che potresti fare?" gli chiesi.
Si mordicchi il labbro, contrariato. "Potrei segnalare una probabile emergenza, ma dubito che
servirebbe. Anche se  stata preallertata, un'autopattuglia impiegherebbe un tempo piuttosto lungo per
arrivare sin qui."
"Non puoi farle assegnare una scorta?"
"La polizia non  un'azienda che fornisce servizi di sicurezza. Le  stata offerta una residenza protetta,
ma se vuole nascondere la testa nella sabbia  soltanto affar suo." Si alz, scuotendo il capo. "Il
vicedirigente non sar affatto contento."
Certo che no. Specialmente se Monk ammazza qualcun altro. "Ma lo sar ancor meno se accadranno
fatti da titoli cubitali come quello di Wainwright."
Roper mi lanci un'occhiata penetrante. "Sono certo che ne terr conto, Hunter."
Lo accompagnai fuori, restando a guardarlo mentre si allontanava. Rientrai, presi il giaccone e andai alla
fornace.
Prima di aprire la porta, udii il ronzio della ruota del vasaio. Sophie era seduta dietro di essa, intenta a
plasmare una grossa ciotola.
"Non ho intenzione di cambiare idea," disse, senza alzare lo sguardo.
"Lo sp. Volevo solo accertarmi che non ci fossero problemi."
"Sto bene." La ciotola aveva una forma irregolare, ma lei non sembrava preoccupata.
"Non avevi mai accennato alla sparizione di soldi e gioielli."
"Non era niente di prezioso. Non valeva la pena di parlarne."
Attesi. Lei rimase concentrata sul lavoro. "Se c' qualcos'altro che mi devi dire... "
"Vorrei solo stare un po' da sola. Va bene?"
La ciotola aveva preso a oscillare e a sformarsi. Era ormai irrecuperabile, ma Sophie insistette a
ritoccarla, come se intendesse disperatamente salvarla. Non sapendo cos'altro dire, uscii. L'aria umida e
nebbiosa mi aggred alla gola, mentre tornavo verso la casa.
La testardaggine di Sophie mi risultava incomprensibile.
Ma, d'altronde, non la conoscevo veramente. E allora perch resti qui? Solo per lei? S, in qualche modo
era cos.
Ma c'era anche un'altra ragione, che mi aveva pungolato fin da quando avevo appreso della fuga di
Monk - o magari da prima. Una ragione rimasta in sonno per otto anni: dai giorni dalla ricerca
infruttuosa nella brughiera.
Volevo delle risposte.
Avevo appena raggiunto la casa quando la suoneria del cellulare mi avvert dell'arrivo di un messaggio.
Anche se in quella zona la ricezione era pessima, soggetta ai capricci del tempo e della geologia, una
comunicazione era riuscita ad arrivare. Un sms conciso e senza convenevoli.
Trencherman's Arms, ore 14.
Il mittente era Terry.
Capitolo 22
La nebbia si dirad mentre mi avvicinavo all'altura su cui sorge Oldwych ma, quasi a voler compensare
quel miglioramento, l'acquerugiola cedette il posto a una pioggia battente. Era il solito, monotono
rovescio che dava l'impressione di poter protrarsi all'infinito, e che faceva apparire la brughiera morta e
desolata, sotto un cielo piattamente grigio.
Nel parcheggio del Trencherman's c'era solo un'auto.
Non sapevo se fosse quella dell'uomo che mi aspettava, tuttavia la carrozzeria malconcia e l'abitacolo
disseminato di cartacce mi portarono a dubitarne. Anche se la Mitsubishi gialla non doveva essere che
un lontano ricordo, Terry si era dimostrato sempre puntiglioso riguardo all'aspetto della propria
macchina - almeno quanto sul proprio.
Quando entrai nel pub e vidi che era l'unico cliente, capii che quell'auto gli apparteneva. Si era seduto a
un tavolo d'angolo, appartato. Aveva gli abiti sgualciti e frusti, e anche dall'estremit opposta del locale
notai una barbetta trascurata sul suo mento. Fissava il boccale di birra mezzo vuoto con un'espressione
vacua e sconosciuta, che mai avrei associato a Terry.
Un'espressione prostrata, abbattuta.
Quando mi scorse, svan. Mentre mi avvicinavo, raddrizz le spalle. Quindi si sistem sulla sedia e mi
osserv con un'aria che ricordava la sua antica arroganza.
"Non ero sicuro che saresti venuto."
La tentazione di non andare l era stata forte. Il buon senso mi diceva di informare Roper, o di ignorare
Terry.
Avevo preso in considerazione entrambe le opzioni, ma i suoi guai erano di natura disciplinare, non
criminale, e il fatto di avvertire subito Simms mi risultava insopportabile.
Inoltre volevo sapere ci che aveva da dirmi.
Presi una sedia e mi accomodai di fronte a lui. Dall'altra parte del tavolo, mi giunse un lezzo di sudore e
alcol non metabolizzato. "Perch mi volevi vedere?"
"Non bevi niente?"
"Mi trattengo solo un momento."
Avevo detto a Sophie che sarei andato a fare la spesa.
Ero stato di parola: lungo la strada mi ero fermato in un negozietto e avevo acquistato delle provviste.
Non mi piaceva l'idea di lasciarla sola a casa ma, dopo la visita di Roper, entrambi avevamo bisogno di
passare un po' di tempo da soli. Comunque non avevo intenzione di trattenermi fuori pi del
necessario.
"Mi sembra di aver gi sentito qualcosa di analogo."
Terry mi guard con aria indagatrice. "Hai detto a qualcuno dove andavi?"
"No."
"E... cosa mi racconti di Sophie?" domand, con un ghigno feroce. "Non venire a raccontarmi che non
ti sei sistemato alla grande. Una spalla amica e via discorrendo.
Oppure pretendi ancora di fingere che siete soltanto buoni amici?"
"Terry, perch non mi dici per quale motivo hai chiesto di incontrarmi?"
"Qualcosa di pi che amici, eh? Non c' voluto molto."
Mi alzai per andarmene. Lui sollev entrambe le mani.
"Va bene, va bene. Cristo, stavo solo scherzando! "
Mi sedetti di nuovo. "O mi dici cosa sta succedendo, o me ne vado."
"Va bene." Si scol ci che restava della birra e pos il boccale. "Ho saputo di Wainwright. Monk non
scherza, eh?"
"Come fai a sapere che  stato lui?" Al notiziario dell'ora di pranzo non avevano accennato al fatto che
il principale indiziato fosse Monk e, di conseguenza, avevo immaginato che Simms stesse ancora
prendendo tempo.
"Nel medesimo modo in cui ho appreso che si nasconde nelle miniere. Mi  rimasto ancora qualche
amico nella polizia," rispose Terry, amaramente. "Credo che tu abbia parlato con Simms."
"Mi ha detto che sei stato sospeso."
"Ti ha detto anche il motivo?"
"No, ma ha provveduto Roper."
L'affermazione provoc un sorriso stizzito. "Ci avrei scommesso. Quel bastardo ipocrita... "
"Mi ha raccontato che hai molestato un'agente."
"Non l'ho molestata: ci stavamo soltanto divertendo.
Okay, okay... forse mi ero bevuto qualche birra di troppo ma, puoi esserne sicuro, in quei momenti non
era affatto "infastidita". Finch qualcuno non le ha spiegato che avevo 'violato' i suoi diritti. I suoi
diritti. Cristo."
Ma le scuse di Terry non mi interessavano affatto. "Mi hai lasciato credere che partecipavi ancora alle
indagini.
E hai fatto altrettanto con Sophie, persino dopo l'aggressione.
Perch?"
Allung una mano verso il boccale; poi si ricord che era vuoto. Lo strinse ugualmente, come se quella
presa lo facesse sentire pi a suo agio. "E difficile da spiegare."
"Provaci."
Corrug la fronte, continuando a fissare il boccale. "Ho rovinato tutto. Il mio matrimonio, la mia
famiglia, la mia carriera. Il lavoro, le opportunit di un tempo...  andato tutto in fumo. L'ultima azione
della quale posso essere orgoglioso  il placcaggio di Monk nella brughiera. Ricordi?"
Con quella rievocazione, un sorriso affior sulle sue labbra.
Non dur molto.
"Quando  fuggito... Be', mi sono ritornate alla mente moltissime cose. Sospeso o no, sono ancora un
poliziotto.
Non potevo restarmene semplicemente a casa, ad ascoltare i servizi dei notiziari. E poi so come
funziona il cervello di Simms. Deve la sua fama alla cattura di Monk, e non vuole certo che qualcosa
macchi la sua splendida livrea. Di sicuro, ha elaborato una strategia con determinate priorit."
"Stai insinuando che non gliene frega niente di sbattere Monk in gattabuia?" Anche se Simms non mi
era simpatico, un'accusa del genere mi sembrava piuttosto incredibile.
"No. Dico soltanto che star pensando principalmente al modo di coprirsi le spalle. Soprattutto ora che
Wainwright  stato ucciso. Il suo assassinio scatener un putiferio, e puoi scommettere che Simms si
prodigher in ogni maniera per mettere a tacere l'intera faccenda. Magari giustificher le sue manovre
con l'esigenza di evitare che i media interferiscano con l'indagine ma, come sai, quelle sono solo
fregnacce da PR. "
Aveva centrato l'argomento: le sue affermazioni non si discostavano troppo da ci che mi aveva detto
Simms.
Terry fece un sorriso sghembo.
"Hai gi avuto modo di parlare di questa faccenda con lui? Se  cos, sai che ho ragione. Wainwright e
Simms erano amici, nella misura in cui un paio di bastardi come loro possono considerare un rapporto
d'amicizia. Di sicuro, la gente non potr pi stimare un alto funzionario di polizia che non  stato in
grado di proteggere un vecchio amico. Ma soprattutto comincer a chiedersi perch Wainwright fosse
un bersaglio di Monk."
"Forse si ricorder del modo in cui l'ha trattato." Simili bestie dovrebbero stare in gabbia! "Anche tu hai
detto che potrebbe nutrire rancore verso tutti coloro che hanno partecipato alle ricerche. O sei
inventato anche quello?"
"No, ma dev'esserci qualcosa di pi. Monk  uno stupratore, e ha trascorso gli ultimi otto anni dietro le
sbarre.
Credi seriamente che non abbia per la testa qualcosa di pi importante che uccidere un vecchio
archeologo rimbambito che ha ferito i suoi sentimenti?"
"E allora perch l'ha ammazzato?"
"Per colpire Simms." Terry si protese, accalorandosi.
"Rifletti! Simms non si  limitato a sbattere Monk dietro le sbarre, ne ha fatto una crociata personale.
Be', adesso le parti si sono invertite - ma Monk sa che, con una scorta a proteggerlo, non riuscir mai ad
avvicinare Simms. E cos sta cercando di umiliarlo, colpendo bersagli facili come Wainwright: vuole
infangare e distruggere la sua reputazione, prima di venir catturato.
E perfettamente conscio del fatto che non riotterr mai la libert, soprattutto dopo aver ammazzato
quell'altro detenuto all'inizio di quest'anno, e quindi cos'ha da perdere?"
Mi sembr che questa teoria possedesse una certa logica, per quanto perversa. Anch'io mi ero
domandato se Monk non avesse ucciso Wainwright in una sorta di faida.
Tuttavia c'era qualcosa che non mi convinceva.
"Perch mi stai raccontando tutto questo? Cosa posso fare,io?"
"Innanzitutto devi portare Sophie lontano da l. Io non sono mai stato a casa sua, ma immagino che sia
piuttosto isolata." Questo significa minimizzare, pensai mentre proseguiva. "Adesso che Monk ha
ucciso Wainwright, il dado  tratto. In un modo o nell'altro, questa storia finir nel giro di pochi giorni
ma, prima dell'epilogo, quel pazzo colpir altre persone. Portala in un posto sicuro, fino a quando
Monk non sar di nuovo dietro le sbarre.
O sottoterra."
"Ci ho provato, ma  inutile. Non so se dipenda dal fatto che non vuole lasciare la sua casa e il suo
lavoro, o semplicemente dalla sua testardaggine."
"Il suo lavoro?" Terry mostr un'espressione sbalordita, come se apprendesse solo ora quella notizia.
"Ah, s, certo. I suoi maledetti vasi."
"Simms ha mandato Roper per convincerla a trasferirsi in una residenza protetta, ma lei non ha voluto
accettare quella soluzione. Io ho chiesto di farle assegnare una scorta, ma credo che non le verr
accordata."
Terry sembrava ascoltare distrattamente; poi arricci le labbra in una smorfia sprezzante.
"Probabilmente Simms ha gi dovuto vincere mille scrupoli personali, prima di offrirle la residenza
protetta. E un politico:  troppo preoccupato dell'impressione che possono trasmettere alcune
situazioni. Concedere una scorta significa ammettere la pericolosit di Monk. Vuol dire esporsi
all'accusa di non aver preso alcun provvedimento prima che Wainwright venisse ucciso. Per quanto lo
riguarda, questa non  pi una caccia all'uomo, bens un contenimento dei danni.
Adesso pu soltanto spacciare l'omicidio per un episodio isolato, e sperare che Monk venga bloccato
prima che ammazzi qualcun altro."
Sembrava uno scenario plausibile ma, d'altronde, Terry era un maestro nel dipingere simili eventualit.
"Perch non me l'hai detto fin dall'inizio? Perch tanti giri di parole?"
"Cosa? Pensi che avrei avuto il coraggio di presentarmi alla tua porta dopo essere stato degradato a
sergente? Per me, era gi abbastanza duro rivederti. Inoltre non sapevo come si sarebbe sviluppata
l'intera faccenda, ma volevo avvisarti. Credevo di doverti almeno questo." Terry abbass gli occhi sul
boccale. "Ho fatto troppi errori. Non voglio commetterne un altro. "
Lev lo sguardo su di me, quasi sfidandomi a dubitare delle sue parole. Lo conoscevo da troppo tempo
per lasciarmi abbindolare cos facilmente.
"Se ci tieni tanto alla cattura di Monk, perch non hai detto a nessuno che l'abbiamo visto nella
brughiera? Se avessi informato Naysmith o Roper, avrebbero potuto intervenire immediatamente. E
magari questa storia sarebbe gi finita."
"E stato un errore, lo ammetto. Credevo che stessi esagerando.
E forse avevo anche bevuto troppo." Sospir. "Chiamo Dio a testimone: me ne sono pentito quasi
subito."
Scossi la testa. "Bella scenetta, Terry."
"Cosa intendi dire?"
"Non stai facendo tutto questo perch sei preoccupato per Sophie. Affatto. Non so cosa vuoi ma, di
certo, Simms non  l'unico ad avere le proprie priorit."
Cerc di cavarsela con una risata. "Cristo, sei proprio uno stronzo sospettoso. Su, dammi almeno una
possibilit.
Tutti meritano una seconda chance. Persino io."
No, non tutti la meritano. A meno che non se la siano guadagnata. Non dissi nulla, limitandomi a
fissarlo. La sua espressione non mut: solo gli angoli del viso divennero pi spigolosi. Fece un sorriso
tirato.
"Allora  cos, eh? Credevo che ti fossi ormai liberato di quel vecchio rancore. A quanto pare, mi
sbagliavo."
Non avevo intenzione di sprecare altro tempo, addentrandomi in una discussione. Ero andato l in
cerca di risposte, tuttavia risultava evidente che non le avrei ottenute.
Spinsi indietro la sedia e mi avviai verso la porta.
Ma Terry non aveva ancora finito.
"Porta i miei saluti a Sophie! " mi grid. "Non lasciarti abbindolare dal trucco della vulnerabilit. L'ha
usato anche con me! "
Fuori faceva freddo e pioveva, tuttavia me ne accorsi a malapena. Attraversai il parcheggio deserto e
aprii l'auto.
Accesi il motore e partii: mi allontanai dal paese senza sapere dove fossi diretto. Quando incontrai una
stradina, la imboccai. Poco pi avanti, scorsi un cancello seminascosto dalla vegetazione: si apriva su un
campo dove alcuni pony del Dartmoor brucavano sotto la pioggia. Accostai e mi fermai.
Sophie e Terry?
Tra loro non c'era mai stata neppure simpatia. Durante le ricerche, avevano scambiato pochissime frasi:
si erano dovuti sforzare per dare una parvenza di cortesia ai quei brevi scambi.
E perch, secondo te? Perch tra loro non c'era nulla?
Ebbi l'impressione che il mondo fosse impercettibilmente mutato. Reputavo perfettamente inutile dire
a me stesso che Terry mentiva. Nella sua voce era risuonato un tono di beffardo trionfo, come se
avesse atteso a lungo quel momento. Il passato di Sophie non mi riguardava.
Non avevo alcun diritto di giudicarla - e ancor meno di essere geloso. Ma non era cos semplice. Ci
muovevamo nel cuore di un'indagine per omicidio, e quelle parole non arrivavano da una persona
qualsiasi.
Ma da Terry Connors.
Uno dei pony si era avvicinato al cancello di fianco all'auto: aveva i fianchi prominenti ed era
tremendamente inzaccherato. Infil il capo tra le sbarre, fissandomi con i suoi occhi scuri, incuriositi.
Sulla fronte aveva una stella bianca, leggermente scentrata. Mi ricordava qualcosa di vagamente
familiare: d'un tratto, mi resi conto che la macchia era pi o meno nella stessa posizione della rientranza
nel cranio di Monk.
Piantala di rimuginare. Ci sono cose pi importanti cui pensare. Misi in moto e ripartii. Ero arrivato l
senza seguire una direzione precisa, e cos dovetti aspettare la vista di un cartello per capire dove mi
trovassi. Mi ero allontanato da Padbury, e dovetti ripassare da Oldwych per prendere la strada giusta.
Quando superai il pub, non guardai nemmeno se l'auto di Terry fosse ancora nel parcheggio.
La bruma riprese ad addensarsi mentre mi lasciavo alle spalle la brughiera. Presto divenne una nebbia
densa, che mi guastava la visuale come una cataratta, costringendomi a rallentare. Quando arrivai a casa
di Sophie, le tenebre del crepuscolo si stavano infittendo, e le finestre splendevano come fari
nell'oscurit.
Nella stradina c'era un'altra auto, parcheggiata dietro quella di Sophie.
Lasciando la spesa nel bagagliaio, mi precipitai verso la casa e provai ad aprire la porta. Era chiusa.
Bussai forte e attesi, tendendo l'orecchio per udire qualsiasi rumore proveniente dall'interno. Sentii il
chiavistello che scorreva; poi la porta si apr.
"C' un'altra macchina nel... " Mi interruppi. Vidi la catenella che fermava l'uscio e il volto di un uomo
che mi fissava attraverso lo spiraglio.
"E la mia. Posso esserle utile?" disse.
Prima che avessi il tempo di rispondere, da dietro lo sconosciuto mi giunse la voce di Sophie. "E tutto a
posto, Nick. Fallo entrare."
L'uomo guard oltre le mie spalle, scrutando il vialetto e il giardino; poi chiuse la porta e tolse la
catenella. La riapr e fece un passo indietro. Era un individuo atletico, di poco pi di trent'anni, con
indosso un paio di jeans e una felpa sbiadita. Mentre varcavo la soglia, non stacc gli occhi dal giardino.
Appena fui entrato, richiuse l'uscio e fece scorrere il chiavistello.
Sophie era in corridoio, e sorrideva. Aveva accanto una donna bionda e attraente, non particolarmente
alta, con il fisico muscoloso della ginnasta. Sul suo volto c'era un'espressione vigile e tranquilla nel
contempo. Dopo che l'uomo ebbe chiuso la porta, la vidi scostare la mano dal fianco.
Dove troneggiava una fondina con la pistola.
"David, ti presento Steph Cross e Nick Miller." Il sorriso di Sophie si allarg. "Le mie guardie del
corpo."
Capitolo 23
Se non mi avessero detto che Miller e Cross erano agenti di polizia, non l'avrei mai indovinato.
Entrambi erano abili tiratori, specializzati nei servizi di protezione, anche se nulla del loro aspetto o del
loro atteggiamento lo suggeriva.
Con quell'abbigliamento casual avrebbero potuto essere insegnanti o medici.
Non considerando le pistole, ovviamente.
"Cos'ha fatto cambiare idea a Roper?" domandai. Eravamo in cucina, seduti intorno al tavolo, mentre
Sophie sistemava le provviste, prendendole dai sacchetti della spesa che avevo recuperato in auto, e si
apprestava a preparare la cena.
"Roper?" ripet Miller, addentando una falda di peperone crudo.
"L'ispettore Roper. Fa parte dello staff del vicedirigente superiore."
"Be',  una persona troppo in alto per noi," sogghign Miller. "I nostri ordini arrivano dal commissario
Naysmith. Comunque posso dirvi solo che ci hanno chiesto di preparare i bagagli per un viaggetto in
campagna - ed eccoci qui. Non spetta a noi interrogarci sugli scopi e sulle ragioni."
Tra i due agenti, l'uomo era quello pi espansivo, rilassato e incline al sorriso. I suoi corti capelli
apparivano ingrigiti prematuramente, tuttavia ci non lo invecchiava affatto. Cross era pi giovane di
qualche anno - forse non aveva ancora raggiunto la trentina. Sembrava pi silenziosa del compagno, ma
aveva un'aria competente e calma che risultava rassicurante.
Perlomeno Naysmith stava prendendo sul serio il problema della sicurezza di Sophie.
"Quanto resterete?" chiese Sophie, versando le cipolle appena tagliate in una padella. Fino a quel
momento, non mi ero reso conto del suo stato di estrema tensione.
L'arrivo dei poliziotti aveva tolto un enorme peso dalla sua vita, e ora appariva quasi ebbra di sollievo.
"Abbastanza," rispose Miller, sbirciando il rag che stava preparando. "Non preoccupatevi: non vi
gironzoleremo sempre tra i piedi. Dopo che ci avrete sfamato e abbeverato, non vi accorgerete neppure
della nostra presenza.
Comunque... farei rosolare le cipolle ancora per qualche minuto, prima di aggiungere la carne."
Ostentando ironicamente la propria indignazione, Sophie pos il cucchiaio. "Vuoi occuparti tu del
sugo?"
"Naaa, la voce 'cucinare' non compare nel mio mansionario.
Per ho una nonna italiana, e conosco qualche regola della cucina. Ci andrei piano anche con il sale."
Sophie scoppi a ridere e scosse la testa. Si appell a Cross. "Fa sempre cos?"
La poliziotta bionda diede l'impressione di sorridere, anche se la sua bocca non si mosse. Gli occhi
azzurro fiordaliso erano sereni e attenti. "Si impara a non farci caso."
Miller parve offeso. "Be', era un semplice consiglio."
In quell'atmosfera si dimenticava quasi il vero motivo della presenza della coppia di agenti -
probabilmente questo era il fine della loro socievolezza. E pi facile proteggere una persona rilassata
rispetto a una che si inquieta per ogni ombra.
E adesso Sophie appariva indubbiamente rilassata. Le sue ferme obiezioni all'ipotesi del trasferimento
in una residenza protetta non si estendevano ad altre forme di tutela. Anch'io ero sollevato, sebbene la
faccenda dell'incontro con Terry continuasse a tormentarmi. Avevo chiamato Roper per informarlo, ed
era stato quasi un sollievo udire la voce metallica della segreteria. Avevo lasciato un breve messaggio. Se
avesse voluto pormi qualche domanda, avrebbe potuto richiamarmi.
A quel punto, per, desideravo parlare con Sophie da solo. Forse Miller e Cross intuirono la mia
necessit perch, dopo un po', si scusarono e ci lasciarono. Sophie era talmente contenta della nuova
situazione che non si accorse del mio umore.
"Sono davvero simpatici, eh? Niente a che vedere con i poliziotti che ho conosciuto in passato," disse,
mescolando il sugo che sobbolliva. In cucina aleggiava un aroma di pomodoro e aglio. "Sono comparsi
pi o meno un'ora dopo la tua partenza. Non capita spesso che i miei clienti vengano fin qui, e cos
all'inizio ho pensato che si trattasse di due tizi che si erano persi o che volevano vendermi chiss cosa.
Poi mi hanno mostrato il tesserino, dicendomi che li aveva mandati Naysmith. Tu sapevi della
faccenda?"
"No."
Sophie si interruppe e mi fiss. "Credevo che fossi contento.
C' qualcosa che non va?"
"Questo pomeriggio, ho incontrato Terry Connors."
Si irrigid; poi si volt di nuovo verso i tegami. "Cos'ha inventato questa volta?"
"Ha soltanto detto che voleva spiegarmi."
"Ah."
"Non sapevo ci fosse stato qualcosa tra voi."
Era voltata di spalle, e non potevo vedere il suo volto.
L'unico rumore era quello del cucchiaio che ruotava nella padella. "Non vedo perch avresti dovuto
saperlo."
"Forse sarebbe stato meglio se me ne avessi accennato.
"Non  una storia di cui amo parlare. Si  trattato di un errore. Ed  passato tanto tempo."
Non dissi nulla. Sophie pos il cucchiaio e si volt verso di me.
"Senti, non ha niente a che fare con ci che sta accadendo adesso."
"Ne sei proprio sicura?"
"Appartiene al passato, va bene?" sbott. "E comunque non sono affari tuoi: non sono obbligata a
raccontarti ogni particolare della mia vita! "
Su questo aveva ragione. Ma sbagliava allorch diceva che non erano affari miei. Erano diventati tali
quando aveva chiesto il mio aiuto. E qualunque fosse il gioco elaborato da Terry, riguardava tanto lei
quanto me. Il sugo sobbolliva e gorgogliava nella padella.
"Devi mescolarlo ancora," dissi, e salii al piano di sopra.
La sacca era nella mia stanza. Ci ficcai dentro le mie cose ancora disseminate qua e l. Non avevo
nessuna voglia di affrontare il lungo viaggio fino a Londra. Ma, vista la presenza di Miller e Cross,
Sophie era ormai al sicuro.
Non avevo pi alcun motivo di restare, ed ero stufo di sentirmi usato.
Mentre finivo di preparare i bagagli, udii un rumore proveniente dalla soglia. Mi voltai: Sophie mi
guardava.
"Cosa fai?"
Chiusi la cerniera della sacca. "E giunto il momento di tornare a casa."
"Adesso?" Parve sorpresa.
"Hai due custodi armati. Puoi stare tranquilla."
"David..." Chiuse gli occhi, massaggiandosi le tempie con le dita. "Dio, non riesco a credere che Terry
Connors crei ancora problemi, dopo tutto questo tempo!
Va bene, avrei dovuto raccontarti di quella storia.
Mi dispiace. Avevo intenzione di farlo, ma... Forse non era ancora... Non  qualcosa di cui sia
orgogliosa. Vivevo un periodo difficile e... e... Ed  successo. Non si  trattato di una relazione lunga - 
stata poco pi di un flirt. Mi disse che era separato, che stava aspettando il divorzio... Appena mi resi
conto che mentiva, troncai.
E la vicenda fin l."
Mi lanci un'occhiata nervosa; aveva un'espressione sincera.
"L'hai visto di recente?" le domandai.
"Solo dopo la fuga di Monk, te lo giuro!" Si avvicin, e si ferm di fronte a me. "Resta ancora stanotte.
Se domani sarai ancora dell'idea di partire, prometto che non tenter di fermarti. Per non andartene
cos. Ti prego."
Esitai; poi appoggiai la sacca sul pavimento. Sophie mi abbracci, stringendosi a me. "Non sempre
riesco a comportarmi come dovrei," disse, con la voce smorzata.
Per una volta, non volevo crederle.
La cena si svolse in clima sorprendentemente rilassato, grazie soprattutto a Miller. Il quale sciorin una
serie interminabile di facezie, cosicch il pasto parve pi un'occasione mondana che il momento di un
servizio di protezione.
Cross parl pochissimo, sorridendo alle battute del collega, felice di lasciargli l'incombenza di animare la
conversazione.
Sophie aveva stappato una bottiglia di vino per accompagnare le lasagne, che aveva cucinato ignorando
quasi sistematicamente i consigli di Miller. Ne bevemmo soltanto lei e io, visto che i due agenti
rifiutarono l'offerta al momento della mescita. Notai che entrambi si servirono in modo assai parco di
cibo. Avevano un compito da svolgere, e uno stomaco pasciuto rallenta i riflessi.
Mi augurai che non fosse necessario il loro intervento.
Poco prima aveva telefonato Naysmith, per accertarsi che la situazione fosse tranquilla. Il
commissario-capo era stato brusco e pragmatico quando Miller me l'aveva passato.
"Novit su Monk?" domandai.
"Non ancora."
"Mi chiedevo solo se fosse accaduto qualcosa che l'ha convinta a mettere Sophie sotto protezione.
L'ispettore Roper non mi era sembrato molto propenso all'idea."
"A occuparmi del caso sono io, non l'ispettore Roper," replic, seccamente. "Abbiamo trovato le
impronte digitali di Monk nella cabina del telefono, e questo prova che ha dimostrato un certo interesse
per lei. Per quanto mi riguarda, un simile fatto giustifica l'adozione di tutte le misure di tutela che reputo
necessarie."
"Non mi sto lamentando. Mi sorprende soltanto che Simms abbia approvato la decisione."
Segu un momento di silenzio. "Come ho gi detto, il responsabile del caso sono io. Il vicedirigente 
troppo impegnato per occuparsi di tutti i dettagli operativi."
In altre parole, era stata una decisione di Naysmith, non di Simms. Durante un'indagine, le tensioni tra
un commissario-capo e il superiore erano piuttosto normali; io, comunque, speravo che non
ostacolassero il lavoro.
"Adesso ci sono due ottimi agenti l con voi," prosegu Naysmith. "Hanno ricevuto l'ordine di evitare
ogni situazione di rischio: di conseguenza, qualunque cosa vi chiedano di fare, ubbidite. Niente
discussioni, niente liti.
Chiaro?"
Risposi di s.
Nessuno menzion Monk durante la cena ma, nonostante le facezie di Miller, la presenza dell'assassino
incombeva sulla tavola - il classico convitato di pietra. Gli agenti avevano controllato l'intera casa,
chiudendo tutte le tende in modo che da fuori non si potesse vedere l'interno. Mi accorsi anche che
avevano elaborato astutamente la disposizione delle sedie, in maniera di offrire la massima protezione a
Sophie: Miller stava dalla parte della porta, mentre Cross si era piazzata tra lei e la finestra.
Solo pi tardi, dopo che i piatti sporchi di sugo e di solitari avanzi di lasagna furono impilati nel
lavandino, venne affrontata la ragione della loro presenza.
Sophie si protese per prendere il vino. Quando si apprest a riempirmi il bicchiere, scossi la testa.
Svuot la bottiglia nel suo, prima di appoggiarla con un tonfo sordo.
"Da quanto tempo fate questo lavoro?" domand agli agenti, dopo aver bevuto un sorso.
"Da troppo," rispose Miller. Cross si limit a sorridere.
"Lavorate in coppia?"
"Non sempre. Dipende dall'incarico."
"Sicuro." Sophie poggi il bicchiere con un gesto malfermo.
D'un tratto sembrava ubriaca. Non ci avevo fatto caso, ma doveva aver bevuto piuttosto copiosamente.
"Quindi voi due siete... una coppia?"
Per una volta, Miller rimase senza parole. Fu Cross a rispondere. "Soltanto sul lavoro."
"Certo. Colleghi." Sophie indic le pistole nelle fondine.
"Non vi mette a disagio averle sempre indosso?"
Miller aveva recuperato la padronanza di s, ma le sue guance rivelavano ancora un leggero rossore.
"Alla fine, ci si abitua."
"Posso prenderne una per osservarla da vicino?"
"Sarebbe meglio di no," rispose l'uomo, in tono quasi allegro, sebbene apparisse a disagio. Cross
osservava Sophie: i suoi occhi azzurri e indecifrabili mostravano la consueta calma zen. Ma, a tavola,
l'atmosfera era improvvisamente cambiata.
Sophie non parve accorgersene. "Le avete mai usate?"
"Be', si ostinano a spiegarci da che parte escono le pallottole."
"Ma avete mai sparato a qualcuno?"
"Sophie..." cominciai a dire.
"E una domanda legittima." Incespic sull'aggettivo.
"Se Monk entrasse qui, ora, sareste in grado di ucciderlo?"
Miller scambi una rapida occhiata con Cross. "Speriamo che non ce ne sia bisogno."
"S, ma se ci fosse... "
"Chi vuole un caff?" domandai.
Miller approfitt del diversivo. "Ottima idea. Ho proprio bisogno di una botta di caffeina."
Sophie batt le palpebre, come se faticasse a seguire il filo del discorso. "Caff? Oh... certo, scusate."
"Provvedo io," le dissi.
"No, lascia stare" Si alz, ma subito vacill e si dovette aggrappare al bordo del tavolo. "Acci... "
Allungai una mano per sostenerla. "Tutto a posto?"
Era sbiancata in volto, ma si sforz di sorridere, quando si raddrizz. "Dio... cosa c'era in quel vino?"
"Perch non vai a letto?" le dissi.
"Credo... Credo che sia la cosa migliore che possa fare."
Salii al piano di sopra insieme a lei. "Come stai?" le chiesi, quando raggiungemmo la camera da letto.
"Mi gira la testa." Sorrise. Era ancora pallida, sebbene non in maniera preoccupante come qualche
momento prima a pianterreno. "E soltanto colpa mia. Tutto quel vino senza aver quasi toccato cibo da
stamane."
Oltre che del vino, probabilmente bisognava tener conto dello shock dovuto agli avvenimenti degli
ultimi giorni e del fatto che non aveva ancora superato i postumi della commozione cerebrale.
"Sei sicura di non aver problemi?"
"Sto bene. Torna dabbasso." Mi rivolse un sorriso stanco.
"Sono una padrona di casa davvero pessima."
Scesi le scale, diretto in cucina. Udii un mormorio: cess non appena mi avvicinai. Miller era alla
finestra: la tenda oscillava come se l'avesse appena toccata. Cross era poggiata al tavolo: il denim dei
jeans aderiva perfettamente alle sue gambe muscolose. Entrambi mi indirizzarono uno sguardo neutro,
professionale.
"Come sta?" domand Miller. Notai che teneva in mano la ricetrasmittente.
"E soltanto stanca. Ci sono novit?"
"No. Stavamo solo facendo un controllo." Ripose l'apparecchio.
"L'offerta del caff  ancora valida?"
Misi il bollitore sul fuoco e mi apprestai a versare una dose di caff solubile in tre tazze.
"Per me, no. Grazie," disse Cross.
"Steph non si fa n di t n di caff," comment Miller, con un sorriso. "La caffeina  veleno. Per non
parlare dello zucchero semolato. Nel mio, due cucchiaini, grazie."
Sembrava una vecchia diatriba che nessuno dei due prendeva pi sul serio. Cross si allontan dal tavolo,
mentre versavo l'acqua bollente nelle tazze.
"Vado a fare il mio giro."
La guardai lasciare la stanza; poi mi voltai verso Miller e dissi: "Non uscir da sola?"
"No, affatto. Vuole soltanto controllare che tutte le porte e le finestre siano chiuse."
"Credevo che aveste gi provveduto."
"Un'ultima verifica  sempre opportuna," disse piuttosto disinvoltamente, ma io capii che
quell'ispezione mirava a scoprire se Sophie o io avessimo riaperto una porta o una finestra. Non
lasciavano nulla al caso.
Gli passai una tazza. "Posso chiederti una cosa?"
"Sicuro."
"Che cosa succeder se Monk si presenta qui?"
Soffi sul caff, per raffreddarlo. "Allora ci guadagneremo davvero la pagnotta."
"Conoscete la sua pericolosit, vero?"
"Non preoccuparti, abbiamo fatto un briefing. E ci hanno raccontato un'infinit di storie sul suo
conto."
"Non sono storie."
"Tranquillo, non intendiamo sottovalutarlo. Non allarmarti.
Se ci prova, ci trover pronti a fermarlo. Semplice."
Speravo che fosse davvero cos. Miller bevve un sorso di caff e fece una smorfia: era ancora troppo
caldo. "Se sei preoccupato per Steph, tranquillizzati: sa badare a se stessa."
"Ne sono sicuro."
"Saresti pi contento se fossimo due uomini, vero?"
Anche se mi dava fastidio ammetterlo, era cos. Non mi consideravo uno sciovinista, ma quel criminale
era grande il doppio di Steph. "Voi non avete mai incontrato Monk. Io invece s."
"Ed  uno stupratore, un assassino e via dicendo. Lo so." La consueta sfrontatezza di Miller era sparita.
"Steph  un'ottima tiratrice - pi precisa e pi veloce di me - ed  in grado di battermi in un corpo a
corpo in qualsiasi momento. Una sera, quando andava ancora di pattuglia in divisa, un tossico strafatto
di crack stese il suo collega e la aggred con un coltello. Ho visto il fascicolo. Era alto uno e novanta e
pesava ottantacinque chili. Lei lo disarm, lo stese e lo ammanett - tutto da sola. E questo accadeva
prima che conseguisse il terzo dan di karate. "
Durante il discorso, un accenno di sorriso aveva illuminato il suo volto, ma non credo che ne fosse
consapevole.
Ripensai a com'era arrossito quando Sophie gli aveva domandato se Cross e lui formavano una coppia.
Forse non era cos ma, di certo, non erano soltanto colleghi.
Almeno per quanto riguardava Miller.
"Comunque non ci hanno spedito qui per catturare Monk: il nostro compito  proteggere Sophie,"
prosegu.
"Al primo accenno di pericolo, vi portiamo al sicuro entrambi.
E se questo non fosse possibile... Be', non mi importa quanto sia grosso quel criminale: non ha alcuna
corazza che lo ripari dai proiettili."
Mi indirizz un sorriso allegro; le estremit esterne dei suoi occhi disegnarono minuscole rughe. In essi,
scorsi una certa durezza - ma forse perch la stavo cercando.
"Vuoi una mano per i piatti?" mi chiese.
Non pass molto tempo prima che decidessi di andare a letto. Lasciai Miller e Cross seduti al tavolo
della cucina, tranquilli. L'unica stanza per gli ospiti la occupavo io, ma Miller mi assicur che n la sua
collega n lui avrebbero dormito.
Ero rasserenato dalla loro presenza, e tuttavia reputai strano andare a letto lasciandoli soli al piano di
sotto. Mi fermai davanti alla porta della camera di Sophie, considerando se fosse il caso di bussare per
accertarmi delle sue condizioni. Poich dall'interno non giungeva alcun suono, immaginai che dormisse.
Entrai nella mia stanza e, senza accendere la luce, la attraversai per raggiungere la finestra. La nebbia
rendeva quella notte senza stelle doppiamente impenetrabile.
Cercai di distinguere delle forme in quella coltre scura; poi il freddo che filtrava dalla finestra mi
costrinse a tirare le tende e ad allontanarmi.
Ero stanco, ma pensavo che non sarei riuscito a prendere sonno. Avevo troppa adrenalina in circolo.
Anche se il pensiero dei due agenti armati al piano di sotto avrebbe dovuto rilassarmi, mi sentivo
inquieto. Era come se stessi aspettando che accadesse qualcosa.
Se avverr qualcosa, tutto sar finito prima che tu abbia il tempo di muovere un dito. Miller aveva
ragione: per quanto pericoloso fosse Monk, non disponeva di uno schermo contro i proiettili.
Ciononostante, anzich spogliarmi, mi distesi sul letto con i vestiti indosso. Cristo, che giornata. Fissai il
soffitto scuro, pensando a Monk, a Simms e a Wainwright. E anche a Sophie e Terry. Mentre le
palpebre si facevano pesanti, mi sembr di percepire una sorta di presenza un collegamento, un tenue
legame che si muoveva tormentosamente all'esterno della mia visuale...
E, in effetti, qualcosa c'era: qualcuno mi stava scuotendo.
Mi svegliai in preda al panico, ignorando dove mi trovassi. Vidi Miller che incombeva su di me, con una
torcia in mano. Se gli parve strano trovarmi disteso sul letto perfettamente vestito, non lo diede a
vedere.
"Svelto, alzati, dobbiamo andare."
Gli ultimi veli del sonno si dileguarono. Battendo le palpebre per la luce accecante, buttai le gambe
fuori dal letto.
"Cos' successo?"
Non c'era pi traccia di affabilit in Miller. Si diresse in corridoio con uno sguardo truce.
"Monk sta arrivando."
Capitolo 24
Mi precipitai dietro di lui. Nell'oscurit rischiarata soltanto dal fascio della torcia, il corridoio e le scale
mi sembrarono luoghi sconosciuti.
"Cos'hai detto?"
"Che Monk sta venendo qui." Miller non rallent.
"Prendi il giaccone, senza accendere le luci, per. Tra due minuti, ce la filiamo."
La porta della stanza di Sophie si apr. Ne usc Steph Cross. Il suo collega stava raggiungendo la finestra
sul pianerottolo del primo piano.
"Si sta vestendo," gli disse. Mentre la giovane agente scendeva le scale, Miller annu e scost
leggermente la tenda per sbirciare fuori.
Mi sforzai per rendermi conto della situazione. "Come potete sapere che si sta dirigendo qui?"
L'uomo rispose senza voltarsi, scrutando le tenebre nebbiose. "Ha chiamato di nuovo."
"Non ho sentito il telefono."
"Abbiamo staccato l'apparecchio del piano di sopra, in modo che fossimo noi a rispondere." Miller
lasci ricadere la tenda. "Stiamo cercando di localizzare il posto da dove  partita la chiamata, ma ci
vorr un po' di tempo. E cos abbiamo deciso di portarvi al sicuro entrambi."
"Soltanto perch ha telefonato di nuovo?"
"No. Perch pensava che Steph fosse Sophie. Le ha detto che era a Padbury, e che stava arrivando."
"Per quale motivo avrebbe dovuto avvertirla?"
"Non ne ho idea. Potrebbe essere un bluff, ma non resteremo qui per scoprirlo." Mi porse la torcia.
"Va' a prendere Sophie. Tra trenta secondi usciamo di qui, che sia vestita o no."
Il mio cervello funzionava ancora al rallentatore. Su, svegliati! Mi precipitai nella sua camera,
aspettandomi di trovare Sophie vestita e pronta a fuggire. Ma, alla luce della torcia, la vidi seduta sul
bordo del letto, con la testa tra le mani, ancora avvolta nel piumone.
"Forza, Sophie, dobbiamo andare."
"Non voglio." Aveva la voce flebile e assonnata. "Non mi sento molto bene. "
Cominciai a cercare i suoi vestiti. "Avrai modo di riprenderti pi tardi. Monk potrebbe arrivare da un
momento all'altro."
Si ripar gli occhi dal fascio di luce della torcia. "Dio, quanto ho bevuto?"
"Sophie, dobbiamo andarcene." Le porsi i vestiti che avevo recuperato. "So che non vorresti farlo, ma
non abbiamo scelta."
Mi aspettavo che opponesse una fiera resistenza, e che ricascassimo nella solita discussione sulla
residenza protetta.
Ma lei prese docilmente gli abiti e si alz, lasciando cadere il piumone. Indossava una maglietta e,
quando prese a vestirsi, distolsi lo sguardo.
Steph Cross comparve sulla soglia. "Pronti?"
"Quasi." i Aspett che Sophie finisse di infilarsi i vestiti. Quando scendemmo a pianterreno, nel
corridoio immerso nell'oscurit, trovammo Miller che ci stava aspettando davanti alla porta. Gli restituii
la torcia.
"Ora raggiungiamo l'auto, senza far rumore," disse, mentre calzavo gli scarponi e mi abbottonavo il
giaccone, per poi aiutare Sophie a infilarsi il cappotto. "Prima esco io; poi toccher a voi due. In fretta,
ma senza correre.
Steph vi seguir da presso. Sistematevi sul sedile posteriore e chiudete le portiere. Capito?"
Sophie annu, esitante, appoggiandosi a me. Miller tent di far scorrere il chiavistello con estrema
cautela, ma lo scatto risuon come un colpo di fucile nel silenzio del corridoio. Estraendo la pistola,
apr la porta con un unico, agile movimento.
L'aria fredda e umida si rivers nella casa. Fuori era buio pesto. Il fascio della torcia si infrangeva contro
la coltre grigia che circondava l'edificio. Sentii la mano di Sophie stringermi pi forte.
"Restate vicini," disse Miller, e si avvi rapido lungo il vialetto.
La nebbia nascondeva ogni cosa. Persino Miller era solo una sagoma scura che si stagliava nel cerchio di
luce della torcia mentre ci guidava verso il cancello. La coltre grigia pareva assorbire e annullare anche i
rumori. Solo il nostro trapestio segnalava che camminavamo ancora sul vialetto. Sebbene Sophie si
trovasse a un solo passo dalle mie spalle, quando mi voltai, riuscii a malapena a scorgere il suo volto.
Il cancello cigol allorch Miller lo apr per farci passare - finalmente eravamo sulla stradina. Il profilo
sfocato dell'auto degli agenti divenne sempre pi nitido, e le luci lampeggiarono con uno strido
elettronico quando il poliziotto apr.
"Avanti, salite."
L'abitacolo era freddo mentre mi accomodavo sul sedile posteriore insieme a Sophie. Steph Cross
sbatt la portiera alle mie spalle e prese posto accanto a Miller, mentre questi metteva in moto. Si ud lo
scatto della chiusura centralizzata e, un attimo dopo, la macchina accelerava, lanciandosi nel muro di
nebbia illuminato dai fari.
Nessuno parlava. Cross mormor rapidamente qualche frase nel microfono della ricetrasmittente; poi
tacque.
Miller guidava con il capo proteso verso il parabrezza, impegnandosi per scorgere la strada davanti a s.
Padbury si trovava alle nostre spalle, ma era impossibile avere un'idea di dove fossimo. Era come
avanzare sul fondo del mare. Nella luce dei fari, la nebbia turbinava simile a plancton - forme
indefinibili emergevano per un istante, prima di scomparire di nuovo.
Ciononostante Miller procedeva a buona andatura, con le spalle incurvate per lo sforzo di mantenere
alta la propria concentrazione. Dopo alcuni chilometri, la tensione che regnava nell'abitacolo cominci
a dissiparsi.
"Be', una notte davvero divertente," disse Miller. "Tutto bene l dietro?"
"Dove stiamo andando?" domand Sophie. Era esausta.
"Per il momento, vi porteremo in una residenza protetta.
Si tratta di una misura temporanea: domani valuteremo la situazione e decideremo."
Evidentemente avevano gi approntato un piano di emergenza. Mi aspettavo che Sophie sollevasse
qualche obiezione, ma sembrava che quella faccenda non la riguardasse pi. Nell'oscurit, notai che si
massaggiava la testa.
"Sophie, stai bene?" le domandai.
"Non..." cominci a dire ma, in quell'istante, Miller grid: "Merda!" Una figura si era materializzata dalla
nebbia.
Davanti al muso dell'auto, scorgemmo due braccia allargate e un cappotto svolazzante. Sophie venne
scagliata contro di me: Miller aveva frenato e sterzato - ma non in tempo. Non udimmo il prevedibile
tonfo sordo: quando la colpimmo, la sagoma si disintegr in una tormenta di frammenti e stoffe di
vestiti. La macchina sband, spingendomi lontano da Sophie, contro il finestrino opposto, mentre
Miller cercava disperatamente di mantenerne il controllo.
Riusc quasi nell'impresa. Fummo investiti da una pioggia di schegge di vetro quando il suo pugno
ruppe il parabrezza, lasciando entrare una folata di vento gelido.
Per un attimo, l'auto parve raddrizzarsi - e io ebbi il tempo di pensare: Grazie a Dio. A quel punto ci
furono uno scricchiolio e una scossa, e tutto si rovesci di lato.
Sembr che la macchina fosse sospesa a mezz'aria, priva di gravit; poi venni urtato da qualcosa. Il
mondo si trasform in un caos d'oscurit e rumore che rotolava su se stesso. Mi sentii sballottato
violentemente; non capivo dove fossero l'alto e il basso.
Subentr un'immobilit assoluta.
Regnava un silenzio infinito. Poi, pian piano, i rumori e le sensazioni tornarono a imporsi alla mia
coscienza.
Un fievole ticchettio, lo sgocciolio costante della pioggia.
La sentivo sul mio volto, insieme all'aria fredda, ma era troppo buio perch potessi scorgerne le tracce.
Ero seduto in posizione eretta, ma obliquamente. Qualcosa mi premeva sul petto, rendendomi difficile
la respirazione.
Lo tastai con mani pesantissime e maldestre. Ero interamente coperto da una polvere sottile: i residui
dei gas degli airbag laterali. Che adesso ricadevano flosci simili a lingue pallide. La cintura di sicurezza,
che attraversava il mio torso come una fascia d'acciaio, mi teneva ancorato al sedile. Spargendo schegge
di vetro tutt'intorno, armeggiai per slacciarla e, quando ci riuscii, mi sentii libero.
"Sophie?" Mi sforzai di scorgerla nell'oscurit. Quando riprese i sensi, fui pervaso da una sensazione di
sollievo.
"Sei ferita?"
"Mi... Mi... Sto male... " Sembrava stordita. Un gemito di dolore scivol fuori dalle sue labbra non
appena cerc di muoversi.
"Aspetta."
Mentre lottavo con la cintura di Sophie, percepii alcuni movimenti sui sedili davanti. Udii un lamento di
Steph Cross.
"State bene, voi due?" chiese, un attimo dopo.
"Credo di s." Premetti il pulsante di sblocco della cintura di Sophie. "Cosa abbiamo colpito?"
Cross non rispose: strill e si gett su Miller. "Nick?
Nick?"
Era riverso sul sedile, immobile. Mi affrettai a liberare Sophie della cintura. "Riesci a uscire, ora?"
"Si, c-credo di s.
Sul mio lato, la portiera era bloccata. Quando la spalancai con un calcio, mi parve che il clangore dei
cardini contenesse una nota di protesta. Scesi, e sentii le gambe cedere.
Mi appoggiai all'auto: avevo un tremendo capogiro e dolori ovunque. La macchina si era fermata contro
un basso terrapieno.
Non era capovolta, ma solo reclinata su un fianco, con la carrozzeria graffiata e ammaccata. Un faro era
rotto, e l'altro emetteva solo uno smorto bagliore - risaltava tristemente come un occhio accecato. Nella
nebbia aleggiava un odore nauseabondo di benzina ma, all'apparenza, non c'era alcun pericolo che
divampasse un incendio.
Infinite schegge di vetro scrocchiarono sotto i miei piedi mentre raggiungevo zoppicante il lato del
guidatore, scivolando sulla terra e sull'erba straziate. La macchina aveva subito i danni pi gravi da
questa parte. Il tetto appariva piegato, e bloccava la portiera. Cercai di forzarla, ma invano: per
raggiungere Miller, avrei avuto bisogno di un leverino o una cesoia per tagliare la lamiera.
Steph era ancora nell'abitacolo accanto a lui, e parlava nella ricetrasmittente con voce carica d'urgenza.
Grazie alla luce di una torcia che aveva incastrato tra i resti del parabrezza, vidi Miller esanime sul
sedile, tenuto in posizione eretta soltanto dalla cintura di sicurezza. Il sangue, nero e lucente nel fascio
luminoso, gli copriva il volto e gli scuriva i capelli.
Infilai una mano nell'apertura irregolare che aveva ospitato il finestrino e gli tastai la carotide. Il battito
era ancora presente, seppure appena percepibile.
"Come sta?"
Sophie era scesa dall'auto e si stava avvicinando cautamente al punto dove mi trovavo.
"Dobbiamo portarlo subito in ospedale," dissi. Pur sapendo che, anche se fossimo riusciti a estrarlo
dall'auto, muoverlo avrebbe potuto peggiorare le sue condizioni.
"E tu?"
Quando la cinsi con un braccio, avvertii il suo tremore.
Si appoggi a me. "Piuttosto frastornata, e con la testa che mi scoppia."
Stavo per farle un'altra domanda, quando udii un cigolio e vidi Steph Cross che forzava la portiera per
uscire.
"I soccorsi stanno arrivando," disse, guardandoci da sopra il tettuccio. Sembrava aver recuperato la sua
compostezza.
Aveva del sangue sul volto - suo o di Miller?
"Proveranno a mandare un'eliambulanza, ma credo che non riuscir a raggiungerci: c' troppa nebbia."
Concordavo. Era una coltre tremendamente fitta e, ammesso che ci fosse un posto adatto
all'atterraggio, dubitavo che il pilota dell'elicottero ci avrebbe provato.
"Cos' successo?" domand Sophie. Era ancora intontita.
"Abbiamo investito qualcuno?"
Nella confusione dell'incidente me n'ero dimenticato.
"Vado a vedere."
"No." disse Steph Cross, risolutamente. "Nessuno si deve allontanare. Aspetteremo qui l'arrivo dei
soccorsi."
Con una certa sorpresa, notai che aveva estratto la pistola dalla fondina. Adesso nella mia mente
scorrevano le immagini fugaci della figura illuminata dai fari: rammentai il modo strano in cui si era
disintegrata quando l'auto l'aveva centrata. Quasi che dentro al cappotto non ci fossero carne e ossa, ma
qualcosa di simile a... rami.
Uno spaventapasseri.
"Ha ragione," dissi. "Dobbiamo restare qui."
"Non possiamo lasciarlo l," protest Sophie.
L'agente Cross stava scrutando l'oscurit, ma si volt subito verso Sophie. "S che possiamo. Se proprio
vuoi fare qualcosa, c' una coperta..." cominci a dire. Poi una sagoma sbuc dalla nebbia lanciandosi
verso di lei.
Miller non aveva esagerato riguardo alla sua rapidit.
Il fascio della torcia disegn una sorta di spirale mentre balzava all'indietro. L'aggressore l'aveva quasi
raggiunta, quando gli sferr un calcio e, nel contempo, sollev la pistola. Mentre risuonava il tonfo
sordo della pedata che centrava il bersaglio, la figura la colp con un violento manrovescio al volto. Si
ud l'impatto delle ossa, e la poliziotta si afflosci sul terreno come un giocattolo rotto.
L'urlo di Sophie mi riscosse dallo shock. "Scappa! " gridai, girando goffamente intorno all'auto e
avventandomi sull'intruso.
Fu come cozzare contro un muro di mattoni. La figura sollev un braccio, sbattendomi contro l'auto.
Per l'impatto, i miei polmoni si svuotarono ma, prima che potessi emettere un grido, una mano mi
strinse la gola. Dita callose mi. affondarono nel collo, immobilizzandomi contro il cofano, mentre le
stelle irrompevano nel mio campo visivo.
Nella luce della torcia rotolata sul terreno mi ritrovai a fissare i lineamenti da maschera di Halloween di
Jerome Monk.
Mi guardava dall'alto, con i suoi occhi piccoli e neri, simili a quelli di uno squalo. Nel tentativo di
colpirlo, mi agitai scompostamente, ma il braccio che spuntava dal giaccotto sudicio era robusto e saldo
come il tronco di un albero. La mano era una morsa che stringeva sotto la mia mascella. Sentivo il suo
odore fetido e ferino - il lezzo della gabbia di un animale. Mi sembrava che la testa stesse per
scoppiarmi. La vista mi stava abbandonando, e la nebbia si addensava tutt'intorno a me. Attraverso di
essa, lo vidi guardare sopra la propria spalla; poi udii lo schiocco dei rami mentre Sophie si allontanava
incespicando goffamente.
Dio, no! Tentai di urlare - invano, non potevo respirare.
Con uno scatto, Monk sollev il braccio che mi bloccava e mi sbatt ancora contro l'auto. L'aria eruppe
dai miei polmoni mentre qualcosa mi colpiva allo stomaco.
All'improvviso, la pressione alla gola era sparita. Mi sentii cadere.
Stramazzai sul terreno, e la nebbia si richiuse subito sopra di me.
Capitolo 25
Persi i sensi - solo per pochi secondi. Mi ritrovai nel fango, con gli occhi e la testa che pulsavano,
mentre tentavo affannosamente di respirare. C'era un fragore di cascate nelle mie orecchie. Attraverso
quel rombo sordo, sentii Sophie che urlava.
Su, alzati! Avanti, muoviti!
Mi sforzai di assumere una posizione eretta, ma il mio corpo si rifiutava di obbedire. Poi riuscii a
mettermi carponi, con i vestiti zuppi d'acqua e di fango. La mia vista si stava schiarendo: la nebbia rosso
sangue si alzava. Gli spasmi mi trafiggevano il diaframma. Inspirando con ritmo irregolare, mi aggrappai
all'auto e mi rimisi in piedi.
Feci un passo e mi appoggiai di nuovo alla macchina, allorch le mie gambe cedettero. La torcia di
Steph Cross era rotolata fin contro uno pneumatico, e adesso sciabolava un bianco bagliore sull'erba. In
quel chiaro, scorsi la poliziotta. Giaceva scompostamente, nella medesima postura incongrua di quando
era caduta. Il tonfo del pugno di Monk contro la sua mascella aveva lasciato presagire qualcosa di
orribile - forse irrevocabile.
Non potevo fare alcunch per lei - n per Miller. Presi la torcia e aprii il bagagliaio. L'illuminazione
dell'abitacolo non funzionava pi, e la fioca luminescenza avrebbe potuto attirare l'attenzione dei
soccorritori. Frugai nel baule finch non riuscii a trovare una coperta: la stesi sull'agente Cross. Poi,
incespicando, seguii Sophie e Monk.
Avevo soltanto una vaga idea della direzione in cui erano andati. L'auto si era schiantata sul limitare di
un bosco, e non appena mi lanciai in una sorta di corsa strascicata fui subito attorniato da alberi nodosi.
Il suolo era un mosaico di rocce coperte di muschio ed erbe di palude su cui slittavo e scivolavo.
Rallentai, illuminando con la torcia ci che mi circondava.
"SOPHIE!"
Il mio urlo fu assorbito dalla nebbia. Non giunse alcuna voce di risposta, alcun segno di lotta. L'unico
rumore era il mio respiro affannoso e il fruscio e lo sgocciolamento dei rami umidi. Monk ha pianificato
tutto, pensai cupamente.
Aveva scoperto la protezione della polizia di cui erano oggetto Sophie e la sua casa - o forse l'aveva
soltanto previsto. La telefonata ci aveva attirato lontano da Padbury, nel punto in cui ci stava
aspettando. Anche la nebbia si era rivelata un prezioso aiuto, nascondendo alla vista lo spaventapasseri,
o il pupazzo, che aveva piazzato sulla strada - ce ne eravamo accorti troppo tardi.
E, anche ora, quella coltre grigia seguitava a favorirlo: con la torcia era impossibile vedere a pi di
qualche metro di distanza. Cercai disperatamente un indizio qualunque di quale cammino avessero
imboccato, ma intorno a me scorsi soltanto un fosco dedalo di tronchi contorti.
Li avevo persi.
Mi fermai: dovevo affrontare la dura realt. Non avevo speranze. Era inutile proseguire: ogni passo
rischiava di condurmi sempre pi lontano da loro, nella direzione sbagliata.
Potevo soltanto ritornare sui miei passi e attendere l'arrivo dei soccorsi accanto a Nick Miller e Steph
Cross.
Stordito e sconfitto, ripercorsi il mio cammino di erbe palustri e pietre coperte di muschio. Non ero
neppure sicuro di ritrovare la strada per l'automobile; con l'aiuto della torcia, scorsi le orme che avevo
lasciato poco prima.
Iniziai a seguirle, poi un pensiero balen nella mia mente.
Con il fascio luminoso, disegnai un arco sul terreno.
Sul limitare, appena visibile nella nebbia, ecco un'altra serie d'impronte fangose impressa nel terreno.
Era impossibile dire se appartenessero a Monk e Sophie, tuttavia dubitavo che quello fosse un luogo di
grande transito. Con il cuore che batteva all'impazzata, mi decisi a seguire le orme e mi avviai nella loro
direzione. Il muschio copriva le pietre - mi ricord le alghe viste con la bassa marea -, e chiunque vi
avesse camminato si era trovato nella mia medesima condizione: i suoi scarponi avevano raschiato la
spessa patina scivolosa, facendo apparire la pietra scura e umida. Se era Monk, non stava affatto,
preoccupandosi di nascondere le proprie tracce.
Non si aspettava che qualcuno lo seguisse, o forse non gli importava.
Poco pi avanti, uscii dal bosco. Mi ritrovai su un viottolo fangoso e invaso dalla vegetazione, che
evidentemente veniva usato dagli escursionisti, giacch il terreno era ridotto a uno scuro pantano.
Rimasi a fissarlo, ansante. E adesso, che direzione devo prendere: destra o sinistra?
A meno che non avessi perso completamente l'orientamento, la strada principale si trovava a sinistra. Se
Monk aveva rubato un'auto, si sarebbe diretto l. Ma non avevo udito alcun rombo di motore - in quel
silenzio, il rumore mi sarebbe giunto nonostante la nebbia.
Mi mossi rapido e imboccai il sentiero che si inoltrava tra gli alberi.
Il fascio luminoso della torcia vacillava ubriaco mentre i miei scarponi sguazzavano nel fango. Poi,
come se la nebbia si fosse solidificata, una rupe scoscesa si profil incombente di fronte a me. La luce
illumin un cancello di ferro che sbarrava l'ingresso di una caverna. Capii subito: non si trattava di una
caverna.
Era una miniera.
Lucas aveva accennato a un vecchio impianto per l'estrazione dello stagno a qualche chilometro da
Padbury, ma aveva aggiunto che l'accesso era sbarrato. Ora non pi. Il cancello arrugginito appariva
socchiuso; semisepolto nel fango calpestato l davanti, scorsi un lucchetto spezzato.
Strinsi le sbarre del cancello, fredde e ruvide. Quando lo aprii, echeggi un gemito metallico. Indirizzai
il fascio luminoso della torcia verso il fondo della caverna.
Un tunnel di roccia scendeva nell'oscurit.
Rimasi immobile, con il fiato che disegnava viluppi chiari nella nebbia. E adesso? Avvertivo dolori in
ogni parte del corpo. Avevo inseguito Monk e Sophie senza pensare a ci che avrei fatto se li avessi
trovati, ma questo non me l'ero aspettato. La vista di quella buia apertura nella roccia ridest in me una
paura primordiale: mi si rizzarono i peli sulla nuca.
Ma non avevo scelta. Il display azzurro del mio cellulare lampeggi come un faro nella notte,
confermando i miei timori: non c'era campo. Comunque avevo gi sprecato troppo tempo. Estrassi il
portafogli dalla tasca e lo lasciai cadere davanti al cancello, in modo che la polizia capisse dove mi ero
diretto. Magari.
Asciugandomi il sudore dalle mani, strinsi forte la torcia ed entrai nella miniera.
La galleria era bassa: riuscivo a malapena ad avanzare in posizione eretta. L'aria aveva l'odore freddo e
umido di una vecchia cantina. L'acqua sgocciolava dalle assi che rivestivano la volta superiore e si
incanalava in rivoletti sul terreno in pendenza. Mentre procedevo, lo strascichio dei miei passi
echeggiava. La galleria - un rozzo cunicolo aperto da minatori morti da secoli - cominci a digradare in
modo pi accentuato. Il suolo sembrava scomparire davanti a me, irraggiungibile dal fascio luminoso
della torcia.
Camminavo da circa cinque minuti quando il terreno parve appianarsi. La galleria si apr: entrambe le
pareti si allontanarono dal camminamento e l'altezza raddoppi.
Ma proprio di fronte la torcia illumin un cumulo di roccia e scisto crollati. A un certo punto, l'intera
volta doveva aver ceduto: le assi spezzate sporgevano dalla pietra come ossa fratturate.
La galleria era bloccata.
Alla stregua di una diga, il mucchio di sassi, terriccio e massi sbarrava la via ai rivoli, e l'acqua aveva
formato una bassa pozza. Mi avventurai dentro, illuminando tutto ci che mi circondava nella speranza
di trovare un passaggio.
Non c'era nulla. Non riuscivo a capire: ero sicuro che Monk avesse portato Sophie laggi. Non vedevo
per gallerie che si dipartivano da quel punto, e l'ostacolo appariva insuperabile.
O non era cos? Rivolsi nuovamente il fascio luminoso della torcia verso la galleria bloccata. Le ombre
delle rocce e delle assi spezzate sembravano muoversi nella luce chiara; quel cumulo era pressoch
invalicabile. Poi spostai la torcia - e rimasi senza fiato.
Una delle ombre non pareva muoversi come le altre.
Occupava l'angolo in cui le pietre incontravano la volta, e formava un lembo di oscurit impenetrabile.
Presi un sasso e lo lanciai verso quel buio. Non si ud alcun acciottolio - la pietra spar silenziosamente.
Non era un'ombra. Bens un buco.
Era logico: Monk non si sarebbe mai cacciato in una trappola e, con l'accesso sbarrato e la galleria
principale bloccata da decenni, nessuno avrebbe pensato a quella via di fuga. Fintantoch il cancello
avesse mostrato un lucchetto, Monk avrebbe avuto liberamente accesso alla miniera da chiss dove.
Ma cosa c'era dall'altra parte?
Sondai la pietra del cumulo pi vicina: non si mosse. Al pari di quelle intorno. Mentre mi issavo
cautamente, il fascio luminoso della torcia originava ombre aguzze. Allungai la mano verso un altro
appiglio; poi sentii qualcosa che cedeva sotto i miei piedi.
Risuon un crack violento.
Mi bloccai, irrigidendomi. Poich non accadde nulla, rivolsi la torcia verso il basso. Una delle assi marce
che spuntavano dalle rocce si era spezzata. Dio! Rimasi immobile per qualche momento, affinch il
battito cardiaco tornasse normale; poi mi mossi e raggiunsi la sommit. Ecco l'apertura!
Un lastrone di granito aveva ceduto e si era spezzato, aprendo un varco nell'angolo tra la parete e la
volta. Del tutto invisibile dal suolo, ricordava una bocca sdentata, larga un metro e alta forse sessanta
centimetri.
Nonostante il freddo, quando illuminai l'interno stavo sudando. Prima che il fascio luminoso della
torcia si perdesse nell'oscurit, notai che il cunicolo si estendeva per alcuni metri. Era abbastanza largo
per strisciare al suo interno ma, di certo, non avrebbe consentito di voltarsi: l'unico modo per
retrocedere sarebbe stato quello di trascinarsi a ritroso.
Pregando di non restare incastrato l.
Abbassai la fronte fino al bordo del cunicolo. Avvertii il contatto freddo e granuloso del granito sulla
pelle. Non ce la posso fare. Pensai al peso di quelle rocce antichissime, sospese qualche centimetro
sopra la mia testa. Era gi accaduto che la volta cedesse, e... E anche se non fossi rimasto schiacciato,
non avevo idea di cosa avrei trovato dall'altra parte. Se avessi provato a strisciare in quel cunicolo, forse
non sarei riuscito a tornare indietro.
E il momento di avvertire la polizia. Lascia che vengano allertate una squadra di speleologi e un'unit di
ricerca, e si occupino di questa faccenda. Secondo la componente codarda del mio animo era la cosa
migliore da fare. Nessuno mi avrebbe criticato: non ero neppure sicuro che Monk avesse portato l
Sophie. Ma, anche in un simile frangente, che cosa avrei potuto fare? Tornare indietro in cerca d'aiuto
sarebbe stata la decisione pi sensata.
Ma cosa accadr a Sophie? Cosa le sta capitando adesso, mentre tu stai perdendo tempo qui?
Non mi concessi un ulteriore tempo di riflessione, e mi infilai nel cunicolo. La superficie scabra del
granito raschiava come carta vetrata, mentre avanzavo in quella roccia fredda che mi graffiava i vestiti.
Lo spazio era superiore a quanto non avessi immaginato - d'altronde, anche Monk era passato di l.
Ammesso che ci sia accaduto davvero. Non lo sai ancora con certezza. Comunque mi sentivo pi
determinato, ora. Tenendo goffamente la torcia davanti a me, strisciai con la testa abbassata in quel
buio pertugio. Mi parve un'eternit, ma probabilmente impiegai soltanto un minuto per arrivare
dall'altra parte.
Mentre mi sforzavo di dissipare le tenebre tutt'intorno a me con la luce della torcia, il mio respiro mi
sembr innaturalmente rumoroso.
Ero sbucato alla sommit di una caverna lunga e bassa.
Digradava su un lato, fino a perdersi in un anfratto dal quale giungeva un gorgoglio echeggiante
d'acqua. Qualunque cosa fosse, dubitavo che facesse parte della miniera.
Era poco pi di una fenditura orizzontale nella roccia dove, all'apparenza, era quasi impossibile stare in
posizione eretta. Be', se volevi sapere cosa c'era qui, adesso lo sai.
Uscire dal cunicolo non fu affatto un'operazione facile.
Dopo essere sbucato con la testa, dovetti contorcermi e girarmi pi volte, prima di poter liberare le
gambe.
Gli scarponi rasparono la roccia; poi atterrai sul suolo in pendenza. La bassa volta mi costrinse a
chinare il capo, mentre illuminavo ci che mi circondava. Mi resi conto della vastit della caverna,
allorch le ombre scure si allungarono oltre i confini del fascio di luce.
"Sophie?" gridai. "SOPHIE!"
L'eco del mio urlo si spense nel buio. L'unica risposta fu il borbottio del torrente sotterraneo, invisibile
nelle tenebre. Puntai la torcia verso l'oscurit, e cominciai ad avanzare.
A un certo punto, fui costretto a chinarmi quasi ad angolo retto. Lucas aveva affermato che, in questa
zona del Dartmoor, non esisteva una rete di gallerie sotterranee. A suo dire, erano state scavate soltanto
nelle rocce calcaree pi a sud: il granito delle miniere di stagno era inadatto per una simile opera. Se
fosse stato cos, questa era una formazione naturale, non un vecchio manufatto. Mi sembra che Lucas si
sia sbagliato, pensai e, in quell'istante, sbattei la testa contro una pietra sporgente. Indietreggiai
barcollante - pi per lo stupore che per il dolore.
E la torcia mi scivol dalla mano.
No! Tentai di abbrancarla al volo, ma la mancai. Sbatt sulla roccia, e la luce tremol. Tentai vanamente
di bloccarla con il piede: rimbalz sul pendio che conduceva all'anfratto. Mi precipitai a inseguirla, ma
rotolava troppo rapidamente, disegnando ghirigori di luce tutt'intorno.
A un certo punto, mi ritrovai immerso nelle tenebre, come se qualcuno avesse premuto un interruttore.
Non mi mossi. L'atrocit dell'accaduto mi aveva lasciato sgomento. Guardai fissamente l'ombra in cui
era scomparsa la torcia, sperando di cogliere un fioco bagliore.
Nulla. Mi parve che quell'oscurit assoluta avesse forma, corpo e peso. Anche se non potevo vederla,
avvertivo la tremenda oppressione della roccia intorno a me.
Il silenzio era spezzato solo dal lontano sciabordio di un'acqua invisibile. Non lasciarti assalire dal
panico. Rifletti con calma. Infilai in tasca una mano tremante per prendere il cellulare. Lo strinsi con
ogni mia forza e lo sfilai; poi premetti un tasto.
La luminescenza azzurrina del display dissip le tenebre.
Grazie a Dio. Non illuminava quanto la torcia ma, in quel momento, quella luce mi parve stupenda.
Sollevandolo come una lanterna, cominciai ad avvicinarmi all'anfratto nel quale era rotolata la mia fonte
luminosa.
Forse la caduta aveva solo allentato un qualche contatto e, se l'avessi ritrovata, sarei riuscito a rimetterla
in funzione.
Avevo fatto soltanto qualche passo quando la luce azzurrina lampeggi e si spense.
Avvertii una fitta di panico, allorch mi ritrovai di nuovo immerso nell'oscurit. Dopo un momento, mi
resi conto che il telefonino era semplicemente entrato in stand-by: premetti un tasto, e il display si
riaccese. Risollevato, proseguii.
Lo sciacquio del torrente sotterraneo divenne pi forte; l'aria si fece pi umida e fredda. Fui costretto a
procedere quasi carponi quando l'altezza della caverna si ridusse ulteriormente. Ormai non mancava
molto, per.
Ero quasi arrivato quando il telefono emise un suono prolungato.
Biiiiiiiiiip: il volume mi parve scioccante. Per un attimo, provai un moto di speranza; poi capii che non
avrei mai potuto ricevere una chiamata laggi. Quella che avevo udito non era la suoneria.
Era il suono che mi avvertiva della batteria in esaurimento.
Erano giorni che mi ripromettevo di caricarla. L'avevo fatto prima di venire nel Dartmoor; poi mi ero
detto che, con una ricezione cos inaffidabile, non avrei quasi usato il cellulare. Non mi era sembrato
qualcosa di importante.
Ora mi stavo ravvedendo.
Oh, Cristo. Guardai l'icona lampeggiante della batteria.
Quasi volesse ribadire le proprie necessit, il display si spense di nuovo. Premetti un tasto con dita
tremanti.
Quando il telefono si riaccese, emise immediatamente un altro biiiiip. Mi era impossibile sapere quanto
sarebbe durata la batteria, e l'utilizzo del display come torcia l'avrebbe scaricata in un tempo brevissimo.
Lanciai un'ultima, tormentosa occhiata all'anfratto. Era solo a qualche metro di distanza, ma nulla mi
garantiva che sarei riuscito a recuperare la torcia. N che avrebbe ripreso a funzionare. Proseguire era
ormai fuori discussione, dovevo uscire e cercare aiuto, finch potevo. Tornando nella miniera, mi sarei
ritrovato nella galleria che correva dritta verso il cancello d'ingresso. Sarei riuscito a seguirla anche se il
cellulare si fosse scaricato completamente.
Ma se ci fosse avvenuto prima...
Non pensarci neanche.
Mi sforzai di respirare in modo calmo e regolare, resistendo all'impulso di precipitarmi verso il cunicolo.
Avanzai pi in fretta che potei ma, a furia di star chino, la schiena mi doleva tremendamente e mi
sembrava di procedere pianissimo. Il display si spense ancora due volte, mentre risalivo il pendio. In
entrambe le occasioni, mi immobilizzai pietrificato, osando a malapena respirare, mentre premevo un
tasto per riportarlo alla vita.
Ero a circa met salita quando si spense per la quinta volta. Pigiai precipitosamente un tasto. Non
accadde nulla.
Ne premetti un altro. E poi un altro ancora. Il display non si accese mai. L'oscurit parve addensarsi
mentre schiacciavo disperatamente ogni pulsante della tastiera, pregando di avere qualche ulteriore
attimo di luce.
Che non sopravvenne. Mi sembr che le tenebre si accalcassero intorno ai miei occhi. Abbassai il
telefono.
Mi era impossibile muovermi.
Capitolo 26
Faceva freddo, l sotto. Erano passati solo pochi momenti da quando il telefono mi aveva
abbandonato, e gi cominciavo a tremare. Non appena avevo smesso di muovermi, l'aria umida e gelida
si era insinuata sotto i miei vestiti. Mi ero accosciato sulla superficie rocciosa; poi, allorch i crampi mi
avevano assalito, mi ero seduto.
Al di l del tormento del freddo, poich non vedevo a un passo, non osavo muovermi. Mi era gi
accaduto di perdermi su un'isola scozzese, e pensavo che non potesse esistere una situazione peggiore.
Mi sbagliavo.
Il mio primo impulso era stato quello di raggiungere a tastoni il cunicolo attraverso il quale avevo
strisciato fin l. Era un autentico tormento il pensiero di quanto fosse vicina quell'apertura. D'accordo,
non sarebbe stato facile affrontare quel cumulo di pietrisco e massi al buio ma, se fossi riuscito a
tornare nella miniera, avrei avuto molte pi chance di raggiungere la superficie.
Se fossi stato in grado di stabilire la posizione del cunicolo, forse ci avrei provato, pur dovendo
procedere a tentoni, senza poter vedere dislivelli e rocce sporgenti.
Anche se non mi fossi ferito - magari cozzando con la testa contro una protuberanza di pietra -, avrei
rischiato seriamente di perdere l'orientamento. E qualora avessi scovato un'apertura, non ci sarebbe
stato modo di scoprire se era quella giusta: senza rendermene conto, avrei rischiato di ritrovarmi in un
punto ancor pi remoto di quell'intrico di caverne e gallerie.
Che mi piacesse o no, al momento potevo soltanto restare dov'ero. A un certo punto, la polizia avrebbe
scoperto il cancello forzato e il mio portafogli - e allora sarebbe stata solo una questione di tempo: una
squadra avrebbe perlustrato la miniera. Se io ero riuscito a scovare il cunicolo che conduceva l,
l'avrebbero trovato anche gli agenti.
E se non lo trovassero?
Se non fosse arrivato nessuno a salvarmi, allora avrei dovuto prendere una decisione. Tuttavia non ero
ancora pronto a riflettere su un simile scenario. Riprovai ad accendere il cellulare, sperando che un
residuo di carica illuminasse per qualche secondo lo schermo. Non fu cos.
Ripensandoci, reputai che la scelta di scendere laggi fosse stata-davvero stupida. Anche se avessi
raggiunto Monk e Sophie, cos'avrei fatto? Lottato con quell'energumeno?
Un'idea piuttosto risibile. Probabilmente avrei dovuto restare nei pressi dell'auto, cercando di aiutare
Miller e Cross, finch non fossero arrivati i soccorsi. Invece ero intrappolato sottoterra, in una caverna
la cui esistenza forse era ignorata da tutti, mentre Monk e Sophie...
No, quel pensiero era intollerabile.
Cristo, che disastro! Misi il capo tra le ginocchia, che cinsi con entrambe le braccia, in modo da non
disperdere lo scarso calore del mio corpo. Il freddo mi penetrava nelle ossa, ma quasi non ci badavo. Mi
era impossibile sapere da quanto tempo fossi l. Non riuscivo a scorgere la mostra dell'orologio, e al
buio avevo perduto la cognizione del tempo. Rannicchiato e tremante, tendevo le orecchie, sperando di
udire un qualunque rumore che potesse indicare l'arrivo dei soccorsi. A un certo punto, mi parve di
sentirlo: nella caverna giunse l'eco di un trapestio lontano. Gridai nell'oscurit fino a diventare rauco e
ad aver male alla gola. Quando ritornai ad ascoltare, udii solo lo sciabordio dell'acqua invisibile.
Durante la mia esistenza, non mi ero mai sentito cos impotente. Chiusi gli occhi e tentai di riposare.
Dopo qualche momento, mi assopii. Non l'avrei creduto possibile, ma ero esausto e dolorante. Senza
accorgermene, scivolai in un sonno agitato.
E poi, all'improvviso, fui di nuovo sveglio. Per qualche secondo, non capii dove mi trovassi. Il panico
mi invase e, quando cercai di alzarmi in piedi, rischiai di sbattere la testa contro la roccia bassa.
Riprendendo coscienza della gravit della situazione, mi rimisi a sedere sulla fredda pietra. Mi si erano
rattrappite le gambe. Prima una e poi l'altra, le flettei e le distesi, massaggiando i muscoli per alleviare il
fastidio.
Fu allora che percepii chiaramente un rumore.
Sembrava il rotolamento di una pietra in lontananza.
Mi irrigidii, tendendo le orecchie. Un attimo dopo, lo udii di nuovo - e questa volta non cess, anzi
divenne pi forte. Era un inconfondibile scricchiolio di passi che si avvicinavano.
"Qui!" gridai. "Sono qui!"
Avevo dimenticato i crampi, mentre scrutavo fissamente l'oscurit, col cuore che batteva all'impazzata
per il sollievo e l'adrenalina. Mi sembr che fosse trascorsa un'eternit, quando una luce si materializz
nelle tenebre.
Grazie a Dio. "Quaggi! "
La luce - il fascio danzante di una torcia - cominci a muoversi verso di me. Soltanto quando divenne
pi grande e pi intenso mi accorsi che proveniva dalla direzione sbagliata. Chiunque fosse, stava
arrivando dalle profondit della caverna, non dalla zona della miniera.
Inoltre era un'unica luce, anzich la schiera di torce di una squadra di ricerca.
L'urlo si soffoc nella mia gola. Mentre il fascio luminoso si avvicinava, un'orribile rassegnazione si
impadron di me. Al di l del bagliore, riuscivo a distinguere una sagoma corpulenta e il pallido emisfero
di una testa rasata, china sotto la roccia incombente. Si ferm a qualche passo di distanza. Avvertii un
odore rancido, animalesco.
Monk abbass la torcia. Il sudicio giaccotto militare sembrava davvero piccolo per quelle spalle e quelle
braccia enormi. Gli scuri occhi a bottone mi osservarono; il criminale ansimava, e il suo petto si
sollevava e si abbassava ritmicamente.
"Alzati."
Anche se le caverne formavano una sorta di labirinto sotterraneo, Monk sembrava conoscere
esattamente la destinazione e la via per raggiungerla. Si era infilato in fenditure anguste, aveva strisciato
lungo passaggi che s'inoltravano e serpeggiavano nella roccia da cui sgocciolava l'acqua. Senza alcuna
esitazione, aveva affrontato varchi nei quali neppure io mi sarei arrischiato a entrare.
Nonostante la sua mole non era mai rimasto bloccato. In superficie, poteva essere un fenomeno da
baraccone; laggi, nei tunnel sotterranei, sembrava muoversi nel proprio elemento naturale.
Dopo quell'unico, brusco ordine, non aveva pi detto nulla. Ignorando le mie angosciose domande su
Sophie, si era voltato per incamminarsi nella bassa caverna, come se non gli importasse granch se lo
seguivo. Sbalordito, ero rimasto dov'ero. Fu solo mentre le ombre si diffondevano sulle pareti della
grotta, affrettandosi a colmare lo spazio lasciato dal chiarore della torcia, che mi ero imposto di
muovermi.
Anche se Monk non si era degnato di voltarsi neppure per un attimo, doveva avermi sentito. Ero in
preda a un'assoluta sensazione di smarrimento. Mi sembrava una situazione paradossalmente assurda.
Non avevo idea del motivo per cui era tornato, n del posto dove mi stava conducendo, n della
ragione per cui avesse deciso di portarmi l. Inorridivo al pensiero di addentrarmi nelle profondit delle
caverne, ma cos'altro potevo fare? Se avesse voluto uccidermi, avrebbe gi potuto farlo.
Comunque dovevo trovare Sophie.
All'improvviso, il nostro passaggio si apr in uno spazio abbastanza ampio e alto da consentirci di
assumere una posizione eretta. Monk prese ad attraversarlo senza fermarsi.
Colsi l'occasione per raggiungerlo.
"Dov'?" chiesi ansante.
Non mi rispose. Era sfiancato dallo sforzo: ogni respiro generava una sorta di pesante e umido rantolo.
In qualsiasi caso, non rallent. Quando gli afferrai un braccio, mi sembr che sotto il giaccotto bisunto
ci fosse un tronco di tek.
"Cosa le hai fatto?  ferita?"
Si liber con uno strattone. Quel gesto non gli cost alcuna fatica: io, invece, persi l'equilibrio. Rovinai
scompostamente sulla roccia, e mi scorticai le mani e le ginocchia.
"Chiudi quella fottuta bocca!"
La sua voce era un brontolio roco. Si volt per proseguire, ma fu assalito da un violentissimo accesso di
tosse.
Si appoggi alla roccia. Quando sput un bolo di catarro, ebbi l'impressione che i suoi polmoni fossero
davvero malridotti. Respirando affannosamente, si pass una mano sulla bocca, prima di riprendere il
cammino.
Dopo un momento, lo seguii. Ma adesso stavo ripensando al respiro ansimante che avevo sentito al
telefono, e alle tracce di sputi catarrosi che la polizia aveva trovato nella casa di Wainwright. Tutti
avevano reputato che si fosse trattato di un gesto di disprezzo, ma ora cominciavo a dubitarne.
Monk era malato.
Comunque non era meno pericoloso - n, adesso, lo rallentava. Infatti dovetti impegnarmi per
mantenere la sua andatura e badare a non mettere un piede in fallo nell'oscurit, giacch sapevo
perfettamente che mi avrebbe abbandonato al mio destino. Mi obbligai a fissare lo sguardo sull'ampia
schiena di Monk che si stagliava contro il chiarore della torcia, sperando che tutto ci avesse un senso.
Arrancavo a qualche passo di distanza dalla figura corpulenta, immerso fino alle caviglie nell'acqua che
scorre va ai lati di uno stretto passaggio in salita, quando all'improvviso la torcia spar. Mi fermai di
colpo, tentando di scacciare il panico che mi aveva assalito e domandandomi se quel buio improvviso
non fosse soltanto un sadico stratagemma per abbandonarmi l.
Poi udii un rumore smorzato nelle vicinanze e, quasi contemporaneamente, scorsi un fioco bagliore
proveniente da un lato del passaggio. Mi avvicinai piano e notai una fenditura nella roccia. Da l, mi
giunsero i raschi e i grugniti di Monk, e riuscii a distinguere la tremolante luce della torcia.
La fenditura saliva ripida, e dovetti arrampicarmi faticosamente per seguire il fascio luminoso della
torcia che si allontanava. Mi sforzai per accelerare i miei movimenti, ma il chiarore diventava sempre
pi debole. La roccia ruvida graffiava il tessuto del giaccone; quel pertugio si stringeva sempre di pi.
Adesso non riuscivo a scorgere la luce n a vedere Monk. Mi imposi di ingoiare la paura e la bile che mi
serravano la gola. Sta' calmo. Non fermarti.
Poi il passaggio pieg con una curva secca, e scorsi una tenue luce davanti a me. Quasi all'improvviso
mi ritrovai in una piccola camera sotterranea - la natura l'aveva scavata nella roccia. Provenendo da
un'oscurit profonda, fui costretto a fermarmi, abbagliato dal chiarore di una lanterna poggiata sul
terreno. Nell'aria fetida e acre aleggiavano un umido sentore minerale e un lezzo animalesco.
Da una sibilante stufetta a gas proveniva un calore che reputai soffocante dopo il gelo delle caverne.
Quando i miei occhi si abituarono alla luce, notai che il suolo era ingombro di sacchetti, bottiglie e
lattine. Monk era seduto su una coperta malconcia e mi osservava con il solito sorriso sghembo e lo
sguardo vacuo.
Rannicchiata lontano c'era Sophie.
" Oh, Dio, D-David...!"
Non appena mi inginocchiai accanto a lei, mi gett le braccia al collo. Le accarezzai i capelli, mentre
sprofondava il volto nella mia spalla. Avvertii il tremore del suo corpo attraverso il giaccone.
"Sssh, va tutto bene."
Non era affatto vero, ma il sollievo di rivederla aveva annullato ogni altra sensazione. Aveva il volto
pallido e rigato di lacrime, sul quale spiccava ancora il livido.
Comunque c'era qualcosa di strano in lei, indefinito e incomprensibile, ma ero troppo emozionato per
averla ritrovata in vita che abbandonai immediatamente quel pensiero. Quando chin il capo per
asciugarsi gli occhi, scomparve dalla mia mente.
"Stai bene? Ti ha fatto del male?" domandai.
"No, non mi ha fatto niente... Sto b-bene. Davvero."
Vedendola, si sarebbe detto il contrario, ma le sue parole mi rassicurarono ulteriormente. Al di l dei
progetti di Monk, Sophie se l'era cavata assai meglio delle altre vittime.
Per il momento, almeno.
Se ne stava ancora rincantucciato sulla coperta e si guardava le grandi mani che penzolavano dalle
ginocchia, coperte di croste e graffi. La fioca luce giallastra della lanterna trasformava la rientranza nel
suo cranio in un pozzo oscuro. Accovacciato in quella caverna, avrebbe potuto essere il superstite di
un'era arcaica, un primate pallido e glabro acquattato nella sua tana.
In qualsiasi caso, mi sembr pi malato di quanto non avessi immaginato. Era come se le enormi spalle
si fossero afflosciate per la fatica; la pelle tesa sull'ossatura massiccia del suo volto rivelava un colorito
malsano, itterico.
Respirava con la bocca aperta, a fatica, emettendo fiati sibilanti ogniqualvolta il suo petto si alzava e si
abbassava.
Appariva evidente che soffriva di una grave affezione respiratoria - forse di una polmonite, persino - e
vivere in quelle condizioni non era certo un vantaggio. Monk era un individuo al limite delle proprie
possibilit fisiche.
Ma Monk non era un uomo normale. E, al di l di qualsivoglia malattia, i suoi occhi scuri ci fissavano,
attenti e imperturbabili.
Mi imposi di sostenere il suo sguardo: mi parve di fissare negli occhi un cane da combattimento. "Non
ti servono due ostaggi. Lasciala andare."
"Non voglio ostaggi," rispose, con voce rude. La sua bocca disegn un ghigno. "Credi che non mi
ricordi di te? Tu... l'uomo che scrutava dentro le sue piccole buche?
Non mi sembri pi cos sveglio, ora."
Sveglio? No, affatto. "E allora perch ci hai condotti qui?"
"Ho portato solo lei. Tu ci hai seguiti."
"E allora perch sei venuto a cercarmi?"
Monk volt la testa per sputare in un angolo di quella stanza sotterranea; poi si lasci andare di nuovo
contro la roccia. Aveva il respiro regolare, adesso, anche se suonava come lo sfiato di un mantice rotto.
"Chiedilo a lei."
Mi girai verso Sophie. Tremava ancora, mentre stava appoggiata a me. "Io... Abbiamo sentito le tue
grida.
Quaggi i rumori si propagano per lunghe distanze.
Quando sono cessate, ho pensato... Ho pensato che..."
Mi rivolse uno sguardo disperato.
Provai un improvviso turbamento, che non riguardava affatto Monk, ma le sue parole successive lo
fugarono.
"Gli ho detto... Ho d-detto che avresti potuto aiutarlo."
Aiutarlo? Aiutare Monk? "Non capisco."
Sophie gli lanci un'occhiata nervosa. "Lui... dice che non riesce..."
"No, non  che lo dice, maledizione! Non  che lo dico!
Non riesco!" La voce urlata di Monk riverber nell'angusta stanza sotterranea. "Ci provo, ma non
riesco! L non c' niente! Prima non mi importava, ma adesso s!"
Monk si pass le mani crostose sul cranio, grattando la peluria ispida che aveva cominciato a ricrescere.
La sua bocca si contorse, come se ogni parola che stava per pronunciare dovesse essergli strappata con
la forza.
"Voglio sapere quello che ho fatto."
Nell'antro sotterraneo sembrava che il tempo non esistesse.
A un certo punto, con un movimento maldestro, avevo rotto l'orologio: ora il vetro appariva opaco, e le
lancette erano immobili, bloccate tra le due e le tre. Non che laggi facesse una grande differenza. La
luce della lanterna conferiva alla caverna un'aura soprannaturale, resa ancor pi vivida dal calore
soporifero proveniente dalla stufetta a gas. Di certo, le esalazioni non favorivano la respirazione di
Monk, anche se c'era una corrente sufficiente a impedire che si addensassero fino a raggiungere un
livello pericoloso.
Un indubbio vantaggio.
Ero seduto su un materassino di plastica: avevo la schiena appoggiata alla roccia e Sophie rannicchiata
contro il mio corpo. Dopo quello scatto, Monk si era placato.
Sembrava sfinito, con il busto accosto alle ginocchia sollevate e le mani a protezione della testa. Era una
postura che lo faceva apparire stranamente vulnerabile. Da alcuni minuti era immobile, e il sibilo
ritmico del suo respiro mi suggeriva che dormisse. Abbassai il capo verso Sophie, ma seguitai a
osservarlo.
"Cosa intendeva?" sussurrai.
"No-non saprei..."
Continuai a parlare a bassa voce, senza staccare lo sguardo da Monk. "Deve pur averti detto qualcosa.
Perch ha bisogno d'aiuto? Per cosa?"
"Non lo so ! Sto t-tremendamente male, e questa luce  troppo forte."
Mi spostai, in modo da offrirle un riparo dal chiarore.
"Sophie. E molto importante. Devi assolutamente dirmelo."
Si massaggi le tempie, lanciando alcune occhiate impaurite in direzione di Monk. "Lui... dice che non
ricorda di aver ucciso quelle ragazze. Non rammenta nemmeno di averle seppellite. Niente,
assolutamente niente! Vuole...
Crede che io sia in grado di aiutarlo perch, otto anni fa, gli dissi che potevo dargli una mano a trovare
le tombe, anche se aveva dimenticato dove fossero. Di certo, non intendevo affermare di essere in
grado di metterlo nella condizione di recuperare la memorial Oh, Dio, non  possibile che tutto questo
stia accadendo realmente! "
Era scossa da un tremito costante. La strinsi a me.
"Continua."
Sophie si asciug gli occhi. " per questo che stava scavando a caso nei pressi della fossa di Tina
Williams.
Pensava... Pensava che, se avesse trovato le tombe e rivisto i corpi, si sarebbe ricordato tutto. Ecco
perch ci ha inseguito quando ci ha visto nella brughiera: sapeva che ero io! Ma n-non sono in grado di
fare niente del genere: non intendevo questo, io! "
"Sssh, lo so." Le accarezzai la schiena, continuando a guardare Monk. Cristo. "Cosa voleva dire quando
ha affermato che prima non gli importava, ma adesso s?"
"N-non lo so. Ma gli ho detto... Gli ho detto che tu avresti potuto aiutarlo. Quando ti ho sentito
gridare, non mi  venuto in mente altro. Dio, mi dispiace,  tutta colpa mia! "
La tenni tra le braccia mentre piangeva, fino a quando si addorment, spossata. Anch'io ero stremato, e
avvertivo dolori in ogni parte del corpo, ma dovevo restare sveglio. Guardavo la figura immobile di
Monk all'altra estremit dell'antro, mentre mi interrogavo sul da farsi.
Tutti avevano sempre dato per scontato che mentisse, allorch diceva di non ricordare dove fossero
sepolte le gemelle Bennett. Adesso... io non ero pi sicuro di ci.
Non che ci fosse una qualche differenza. Anche se Monk soffriva veramente di una forma di amnesia,
n Sophie n io potevamo aiutarlo. Lei era un'esperta del comportamento, non una psichiatra. Non era
in grado di intervenire affinch i ricordi gli tornassero alla mente, proprio come me. Prima o poi, Monk
l'avrebbe capito, e allora...
Dovevo portarla via da l.
Monk non si era mai mosso e, a giudicare dal ritmo del suo respiro, dormiva di un sonno profondo.
Tuttavia dubitavo che fosse cos addormentato da consentirci di sgusciar via senza che se ne accorgesse.
Che fare, allora? Colpirlo mentre dormiva? Ammesso che fossi in grado di compiere una simile azione -
e che non si svegliasse e mi massacrasse -, non sapevo come tornare in superficie.
Mi guardai intorno, sperando di trovare qualcosa di utile per il mio progetto. Il pavimento era
disseminato di bottiglie d'acqua vuote e involucri di alimenti, di bombolette di gas e pile scariche.
Alcune apparivano vecchie di anni, e probabilmente risalivano all'ultima volta che Monk si era nascosto
qui. Accanto a me c'erano un elenco del telefono strappato e alcuni scatoloni malconci, stipati di flaconi
di sciroppi per la tosse, confezioni di antibiotici e ampolline marroni che identificai come sali minerali
contro gli svenimenti - prodotti probabilmente razziati in una farmacia. La vista dei sali mi lasci
perplesso, finch non mi sovvenne il cane poliziotto che, qualche giorno prima, aveva abbandonato la
pista appena trovata.
I sali contro gli svenimenti sono semplicemente vapori di ammoniaca.
L vicino c'era un sacchetto di plastica pieno di terra fetida. In qualche modo, quel lezzo muschiato mi
era familiare, anche se non riuscivo a identificarlo. Sempre sorvegliando Monk, cercai di scoprire quali
altre sorprese celassero i rifiuti. Spostai delicatamente una scatola, e restai impietrito allorch vidi ci
che si trovava dietro di essa.
Il cilindro nero di una torcia.
Era appena fuori della portata della mia mano. Forse era guasta ma, in ogni caso, dovevo superare
Monk, prima di poterla usare. Ma almeno offriva una tenue speranza - e, in quel momento, era qualcosa
di cui avevo un bisogno disperato. Attento a non turbare il sonno di Sophie, mi protesi piano verso la
torcia. Le mie dita si trovavano solo a pochi centimetri dal cilindro nero, quando avvertii un lieve
mutamento nell'atmosfera della caverna.
Mi si rizzarono i peli sulle braccia, come se una potente carica di elettricit statica avesse pervaso l'aria.
Sollevai lo sguardo.
Monk mi stava fissando.
Anzi, non esattamente. Teneva lo sguardo fisso su un punto appena discosto dalla mia persona. Mi
inumidii le labbra, sforzandomi di trovare qualcosa da dire. Prima che riuscissi in quell'impresa, con un
gesto patetico mosse di scatto la testa, mentre la bocca si arricciava in un ghigno sbilenco.
Poi attacc a ridere.
Era una risata inquietante, ansimante e catarrosa. Aument di volume e divenne sempre pi acuta,
finch tutto il suo corpo non ne fu scosso. Sussultai, quando all'improvviso sferr un pugno crostoso
sulla parete di roccia accanto a lui. Non mostr di provare alcun dolore.
Continuando a ridere, colp di nuovo la pietra. E poi ancora.
Sophie si mosse e gemette. Senza staccare gli occhi da Monk, le misi una mano sulla spalla, sperando
che non si destasse. Lei si calm subito: era troppo stanca per svegliarsi. La folle risata di Monk inizi a
spegnersi. Mi aspettavo che, da un momento all'altro, il suo sguardo vacuo si posasse su di noi, ma era
come se non fossimo neppure l.
Dal petto proruppe un ultimo gorgoglio di risa; poi il suo respiro rallent, fino a tornare al ritmo
ansimante di qualche momento prima. Rimase seduto sulla coperta, immobile: il sangue gli colava dalla
mano con cui aveva colpito la parete. Aveva la bocca spalancata, quasi fosse drogato.
Cristo! Non avevo idea di cosa fosse appena successo.
Sapevo che Monk era un soggetto instabile, ma questo...
Questo era qualcosa di... diverso. Mi era sembrata un'azione involontaria. No, non era consapevole. E
forse neppure cosciente. Da un recesso della mente, mi sovvenne un'affermazione che Roper aveva
fatto molti anni prima: Ieri sera ha preso a calci un altro detenuto... A quanto sembra, fare i capricci
quando vengono spente le luci  uno dei suoi pezzi forti. E per questo che le guardie lo chiamano
"mattacchione".
Monk stava cominciando a muoversi: batteva lentamente le palpebre, come se stesse per svegliarsi. Fu
scosso da un altro accesso di tosse. Quando si chet, si schiar la gola e sput sul pavimento - un gesto
che parve sfinirlo.
Si sfreg una mano sul volto - quella con cui aveva colpito il muro. Quando not il sangue, corrug la
fronte. Poi si accorse che lo stavo osservando.
"Che cazzo guardi?"
Mi affrettai a distogliere gli occhi. Sforzandomi di assumere un'aria indifferente, presi una confezione di
antibiotici che giaceva a terra vicino a me. "Questi sono perfettamente inutili per la tua affezione
respiratoria."
"Come fai a saperlo?"
"Sono stato un medico generico, per qualche tempo."
"Fanculo."
Lasciai cadere il flacone con le compresse. "D'accordo, sei libero di non credermi. Comunque servono
per le infezioni delle vie urinarie, non per quelle delle vie respiratorie."
Gli occhi scuri di Monk luccicarono. Abbass lo sguardo verso la testa di Sophie abbandonata nel mio
grembo.
"E questo cos'?" mi affrettai a chiedere, toccando il sacchetto di terra con un piede. Si trattava della
prima domanda che mi era venuta in mente.
Monk sembr valutare l'opportunit di rispondere per lo meno aveva distolto l'attenzione da Sophie.
"Piscio di volpe."
"Di volpe?"
Alz uno scarpone. "Per i cani."
Questo spiegava il fetore, almeno parzialmente. Le volpi usano la persistente graveolenza delle proprie
urine per marcare il territorio: Monk si era spalmato addosso la terra di una tana nella speranza di
mascherare il proprio odore. Per l'ennesima volta, mi sembr che ci fosse qualcosa che dovevo
assolutamente ricordare: non mi sforzai nemmeno, ero troppo distratto per preoccuparmene.
"E funziona? Riesce a imbrogliarli?" Sapevo che era impossibile, ma non avevo intenzione di
rivelarglielo.
"I cani, no. I poliziotti che li accompagnano, s."
L'avevo sottovalutato. Avrebbe potuto usare mille sostanze puzzolenti, tuttavia i cani-poliziotto
sarebbero riusciti a seguire le sue tracce. Ma... rilevando il caratteristico odore di volpe, un conduttore di
scarsa esperienza avrebbe potuto pensare che il cane fosse su una pista sbagliata.
"E... questo posto cos'?" gli domandai. "Non sapevo che esistessero delle caverne in quest'area."
"Non lo sa nessuno."
Compresa la polizia. "Ti sei nascosto qui, l'ultima volta?"
Alz il capo di scatto. "Io non mi nascondo, maledizione!
E un posto dove sono sempre venuto."
"Perch?"
"Per stare alla larga dalla gente come te. E adesso chiudi quella fottuta bocca."
Frug tra i rifiuti e pesc una tavoletta di cioccolato.
Strapp l'involucro e la divor, come se dovesse saziare una fame atavica. Poi svit il tappo di una
bottiglietta d'acqua, reclin il capo e bevve. Mentre osservavo il movimento del suo pomo d'Adamo, mi
resi conto di avere la gola tremendamente secca.
Monk gett la bottiglietta vuota. Col capo, indic Sophie.
"Svegliala."
"Ha bisogno di dormire."
"Vuoi che lo faccia io?"
Allung la mano insanguinata verso Sophie. D'istinto, la respinsi. Monk rimase immobile, fissandomi
con uno sguardo fiammeggiante.
" ferita," dissi. "Se vuoi che ti aiuti, devi lasciarla riposare.
Ha appena avuto un incidente d'auto, cerca di capire."
"Non credevo che avrebbe sbandato a quel modo."
Sembrava arrabbiato. Guard di nuovo Sophie: i suoi occhi si soffermarono sul livido che cominciava a
sbiadire.
"Cosa le  accaduto alla faccia?"
"Non lo sai? Qualcuno  entrato in casa sua e l'ha aggredita."
Un lampo parve guizzare nei suoi occhi neri. L'ampia fronte si corrug, originando profonde pieghe.
"Era tutto sottosopra. Lei non c'era. Io non ho... Non riesco..."
Si strinse la testa rasata tra le mani, e la sua voce si ridusse a un borbottio impercettibile.
"Non riesci a far cosa?" lo pungolai, dimentico di tutto.
"Non riesco a ricordare, maledizione!" Le sue parole echeggiarono nell'antro sotterraneo. Si batt i polsi
sulle tempie, come se stesse cercando di aprire una breccia e penetrare nel proprio cervello. "Ci provo
in continuazione, ma... niente! Visto che sei un dottore, dovresti sapere cos' che non funziona! "
Mi era impossibile azzardare qualsiasi risposta. "Come ti ho detto, ero soltanto un medico generico. Ma
esistono specialisti..."
"Che vadano affanculo!" grid, spruzzando saliva tutt'intorno. "Coglioni in camice bianco! Cosa pensi
che sappiano?"
Ebbi il buon senso di tacere. La sua ira parve sbollire almeno in parte. Guard Sophie, seguitando ad
aprire e chiudete le grosse mani. Lei non si era svegliata, neppure allora.
"Tu e lei... E la tua fidanzata?"
Stavo per rispondere di no, ma qualcosa mi trattenne.
In ogni caso, non sembrava che Monk si aspettasse una risposta.
"Io avevo una fidanzata." Intrecci le mani dietro la testa. La sua bocca si contorse. "L'ho uccisa."
Poi cominci a raccontare.
Capitolo 27
A quindici anni, il destino di Monk era gi segnato.
Orfano dalla nascita, evitato per i difetti fisici e temuto per la forza abnorme, era stato doppiamente
emarginato durante l'infanzia. Le poche famiglie che presero in affido quel bambino strano e sempre
imbronciato non tardarono a rispedirlo al mittente, scosse dall'esperienza.
Quando raggiunse la pubert, aveva una forza superiore a quella di un adulto, e la violenza e
l'intimidazione erano diventate gli elementi preponderanti della sua natura.
Fu allora che cominciarono i raptus.
All'inizio, non se ne accorse neppure. Accadevano quasi sempre di notte, e non lasciavano altre tracce
che un senso di confusione e letargia, alcune ferite inspiegabili oppure le mani insanguinate. Si ebbe
coscienza del problema solo in un istituto correzionale per minorenni, quando i suoi comportamenti
notturni iniziarono a terrorizzare gli altri reclusi. Monk dava in escandescenze, ridendo sguaiatamente e
reagendo ai tentativi di placarlo con violenza forsennata e devastante. Il mattino dopo, non ricordava
nulla.
In un primo momento, il giovane credette che le accuse e le relative punizioni fossero soltanto nuove
forme di persecuzione. Reag, diventando ancora pi solitario e aggressivo. Non pens mai di chiedere
aiuto e, qualora gli fosse stato offerto, di certo l'avrebbe rifiutato. D'altronde, l'ipotesi di un supporto
terapeutico non fu neppure presa in considerazione dai responsabili dell'istituto. Gli psicologi del
riformatorio parlavano di comportamento antisociale, di disturbi del controllo degli impulsi e di
tendenze sociopatiche. Bastava uno sguardo per confermare i peggiori sospetti. Era un fenomeno da
baraccone, un mostro.
Era Monk.
Crescendo, cominci a vagabondare nella brughiera.
Quel paesaggio antico, con le torri rocciose e le macchie di ginestre, aveva un effetto calmante su di lui.
Ma c'era qualcosa di ancora pi importante: gli permetteva di restare solo. Un giorno, si imbatt in un
cunicolo invaso dalla vegetazione sul fianco di una collina. Era una vecchia galleria d'accesso a una
miniera - allora, per, non lo sapeva. Quel passaggio lo proiett letteralmente in un mondo nuovo. Si
vot alla ricerca di miniere abbandonate e di caverne nascoste sotto la superficie del Dartmoor.
Divideva le sue giornate tra la roulotte fatiscente che chiamava "casa" e le gallerie fredde e buie.
Impenetrabili al giorno e alla notte, refrattarie al passaggio delle stagioni sopra di esse, rappresentavano
un confortante elemento di equilibrio e tranquillit. Lo facevano sentire al sicuro. In pace col mondo.
Anche i raptus sembravano meno frequenti.
Una sera, mentre si dirigeva verso la brughiera, vide una banda di ragazzini. Da quasi una settimana,
lavorava in un cantiere per racimolare qualche soldo, e non si recava nelle gallerie. Adesso, con un
piccolo gruzzolo nelle tasche, fremeva per andare laggi: sentiva la pelle prudere e formicolare. Era
come se, dentro il suo corpo, unghie affilate graffiassero lavagne invisibili; nella sua mente regnava
quello stordimento che spesso preannunciava un raptus imminente.
All'inizio, ignor i ragazzi incappucciati nei pressi di un lampione rotto. Sembravano un branco di
bestie selvatiche che teneva intrappolato chiss cosa all'interno del cerchio dei loro piedi. Monk non era
affatto incuriosito dalla faccenda, e avrebbe proseguito per la sua strada se non fosse stato investito
dalla loro risata. Malvagia e crudele, risuon nella sua mente come un'eco dell'infanzia.
Dopo che ebbe steso due o tre giovinastri, il resto della banda si dilegu, abbandonando una figura
solitaria e immobile sul selciato. I tendini delle mani di Monk fremevano per il bisogno di colpire
ancora. Poi la sagoma si mosse e lo guard con occhi che non mostravano alcuna paura. La ragazza gli
rivolse un timido sorriso.
Si chiamava Angela Carson.
"La conoscevi?"
La domanda mi sfugg dalle labbra: non riuscii a trattenerla.
Secondo i rapporti della polizia, prima del delitto vari testimoni avevano veduto ripetutamente Monk
appresso alla quarta vittima, ma si era sempre creduto che stesse seguendola. Nessuno aveva mai
ipotizzato che conoscesse Angela Carson, n tanto meno che intrattenesse una qualche relazione con
lei.
Lo sguardo di Monk costitu una risposta esaustiva.
Dopo quel primo incontro casuale, i due iniziarono a frequentarsi. Erano entrambi soli e, seppure in
maniera differente, esclusi dalla societ. Angela Carson era quasi completamente sorda, e le riusciva pi
facile esprimersi con i gesti che con le parole. Monk non era in grado di spiegare in che modo fossero
riusciti a comunicare: di certo, era accaduto. In quella giovane insignificante, aveva scoperto una
persona che non era n terrorizzata n disgustata dalla sua presenza. Quanto alla ragazza, non era
difficile immaginare che reputasse estremamente rassicurante la forza fisica dell'amico. Monk cominci
ad andare a trovarla dopo il calar delle tenebre, quando le probabilit di essere notato dai vicini di casa
della giovane diminuivano.
Non pass molto tempo, prima che Angela lo invitasse a fermarsi a dormire.
Da quando l'aveva conosciuta, era diventato pi calmo: la sua inquietudine si era placata. I suoi raptus si
erano diradati: aveva persino creduto che non si sarebbero ripresentati.
No, non voleva perdere il controllo di s - mai pi.
Eppure era accaduto ancora.
Affermava di non ricordare nulla - solo di essersi ritrovato in piedi accanto al letto. Aveva udito dei
colpi alla porta: la polizia stava cercando di entrare nell'appartamento.
All'interno regnavano confusione e rumore. Aveva le mani coperte di sangue - ma non era il suo,
stavolta.
Quando aveva abbassato lo sguardo, si era accorto di Angela Carson.
A quel punto, aveva perduto gli ultimi rimasugli di autocontrollo.
Quando i poliziotti irruppero nella stanza, si avvent furibondo contro di loro. Poi corse a perdifiato,
finch le gambe non gli cedettero, tentando invano di sfuggire alle immagini cruente di quella stanza.
Senza neppure riflettere, si era diretto verso la brughiera.
E si era rintanato nel dedalo di gallerie e caverne.
L'idea che i poliziotti lo stessero cercando non l'aveva quasi sfiorato - scappava da se stesso, non da
loro. Dopo qualche giorno, il freddo e la fame lo costrinsero a ritornare in superficie. Aveva perso il
senso del tempo: era notte. Rub vestiti, cibo e altre cose che avrebbero potuto essergli utili. Prima
dell'alba, era di nuovo sottoterra.
Nei tre mesi successivi trascorse molto pi tempo nel sottosuolo del Dartmoor che all'aperto.
Riemergeva soltanto per raggiungere un dedalo di caverne lontano, o per rubare provviste e controllare
le trappole per conigli selvatici che aveva piazzato. L'esterno gli rammentava chi era e cosa aveva fatto.
Sotto la scura roccia, invece, poteva nascondersi anche a se stesso.
E dimenticare.
Noncurante della propria incolumit, sapeva scoprire passaggi e strisciare in cunicoli che nessun altro si
sarebbe arrischiato a percorrere. In un paio di occasioni, fu costretto a lottare per riemergere da un
cumulo di pietrisco dopo che la volta del piccolissimo tunnel era crollata; un'altra volta, rischi
l'annegamento: accadde quando l'intero sistema di gallerie fin allagato a causa delle forti piogge. Un
giorno, fu costretto a restare rannicchiato per ore in un anfratto: un gruppo di speleologi dilettanti
procedeva faticosamente a pochi metri di distanza. Aspett paziente, ma si ripromise di cercare un
rifugio ancora pi isolato.
I raptus continuavano, ma laggi non ne aveva quasi coscienza. A volte, si svegliava in una galleria o in
una grotta diversa da quella dove immaginava di trovarsi, ignorando come fosse arrivato fin l.
Cominci a coricarsi con una torcia in tasca, per simili evenienze.
Poi un giorno si ritrov a camminare sul ciglio di una strada, con il sole che splendeva alto nel cielo. Si
sentiva confuso: i suoi pensieri erano torbidi e fangosi come i vestiti che indossava. Non sapeva dove
fosse e cosa stesse facendo. Fu cos che la polizia lo cattur.
La prima volta che ud i nomi di Tina Williams, Zoe e Lindsey Bennett fu quando venne accusato dei
loro assassini.
"E allora perch ti sei dichiarato colpevole?" gli chiesi.
Monk si gratt distrattamente un punto tra due nocche, con i piccoli occhi neri persi nel vuoto. Mi
erano sempre sembrati privi di vita: ora, invece, mi domandai come avesse potuto sfuggirmi il dolore
che traspariva da essi. Probabilmente non mi ero mai preoccupato di cercarlo.
"Tutti sostenevano che ero stato io. Nei pressi della mia roulotte, avevano trovato delle cose che gli
appartenevano."
"Ma se tu non ricordavi... "
"Pensi che me ne importasse qualcosa?"
Mi fiss torvo - persino quel gesto sembr costargli uno sforzo enorme. Fu scosso da un altro accesso
di tosse, ancor pi violento del precedente. Quando si chet, Monk respirava a fatica.
Senza riflettere, allungai una mano per tastargli il polso.
"Ascolta, lascia che ti controlli il battito... "
"Toccami, e ti spezzo il braccio."
Abbassai la mano. Monk appoggi la schiena alla roccia, guardandomi con diffidenza. "Se sei un
dottore, per quale motivo scavi le fosse? Credi di poter resuscitare i morti?"
"No, assolutamente no. Ma posso contribuire a scoprire chi li ha uccisi."
Non appena ebbi pronunciato quelle parole, mi pentii - un pentimento inutile. Quando Monk cominci
ad ansimare, credetti che fosse il preludio di un altro accesso di tosse; poi mi resi conto che stava
ridendo.
"Ancora un fottuto furbacchione," borbott.
Smise di ridere quasi subito. Adesso ogni respiro era un sibilo rantolante; aveva il volto velato da una
patina di sudore. Gli occhi neri sembravano sprofondati nella pelle giallastra del cranio.
"L'attacco cardiaco non era simulato, vero?" gli chiesi.
Monk si pass pi volte una mano sul capo. Il polpastrello del pollice combaciava in modo
impressionante con la depressione sulla sua fronte.
"E stata la bamba."
Mi ci volle un attimo per comprendere. "Intendi dire la cocaina? Un'overdose assunta di proposito?"
L'enorme testa annu. La sua mano seguit a sfregarla.
"Quanta?"
"Abbastanza."
Ecco spiegato l'inganno che aveva tradito i medici del carcere. Oltre a causare una consistente
ipertensione, un'overdose di cocaina pu originare una forte tachicardia e rendere il battito
pericolosamente irregolare. Questi sintomi possono venir confusi con i prodromi di un infarto e
dimostrarsi altrettanto fatali. A giudicare dallo stato di Monk, immaginai che avesse subito una serie di
danni all'apparato cardiovascolare - era probabile che fosse rimasto vittima di un collasso. Qualora si
considerasse la malattia delle vie respiratorie, era un miracolo che fosse ancora vivo. Non poteva stupire
il fatto che a Black Tor Sophie e io fossimo riusciti a sfuggirgli.
Era troppo malato per inseguirci.
"Avresti potuto restarci secco," dissi.
Le sue labbra si arricciarono in una smorfia. "E allora?"
"Non capisco. Hai aspettato otto anni, perch sei fuggito solo ora?"
La sua bocca si torse in quello che dapprima scambiai per un sorriso. Poi notai l'espressione dei suoi
occhi e capii che stavo sbagliando.
"Perch quei bastardi mi hanno incastrato."
Fino a quel momento, ero stato quasi tentato di credergli.
E addirittura - che Dio mi aiuti! - di compatirlo.
Se Monk sapeva fare un'infinit di cose, la recitazione non compariva nell'elenco. Anche se avrei giurato
che il bizzarro raptus cui avevo assistito fosse autentico, questa era soltanto paranoia. In qualche modo,
dovetti lasciar trasparire i miei pensieri.
"Credi che sia uno psicopatico, eh?"
"No, io..."
"Non mentire, maledizione! "
Mi stava fissando con lo sguardo truce e il collo proteso.
Attento. "Perch credi che ti abbiano incastrato?"
Mi fiss ancora per un istante; poi spost lo sguardo sulle sue mani crostose. Quella che aveva colpito il
muro stillava ancora sangue, ma la cosa non sembrava turbarlo.
"In carcere, mi era giunta voce che il coglione appena arrivato aveva sostenuto di aver visto un tizio che
armeggiava sotto la mia roulotte, prima che i poliziotti la perquisissero. Gli aveva mostrato il tesserino e
gli aveva comunicato che era una faccenda che riguardava la polizia.
Poi l'aveva invitato ad andarsene, dicendogli che se ne avesse parlato con qualcuno l'avrebbe sbattuto
dentro con un'accusa di pedofilia e si sarebbe ritrovato a condividere una cella con un gruppetto di
pazzoidi.
Aveva aggiunto che avrebbe fatto meglio a tenere il becco chiuso. E lui aveva ubbidito. Non ne aveva
mai parlato con nessuno, finch non lo mandarono a Belmarsh e decise di rendersi importante agli
occhi dei duri del carcere." Monk si volt e sput. "Come se non avrei finito per scoprirlo. "
Queste parole non rappresentavano affatto il farneticamento paranoico che mi ero aspettato. Le prove
decisive a carico di Monk erano state il rossetto di Zoe Bennett e la spazzola della sorella rinvenuti
sotto la roulotte. Doveva saperlo, naturalmente, ma ciononostante...
"Il compagno di galera, il detenuto..." dissi.
"Walker. Darren Walker."
"Ti ha detto come si chiamava il poliziotto?"
"Jones. Ispettore Jones."
Quel nome non mi diceva niente, ma ci non significava nulla. "E possibile che abbia mentito."
"Non dopo quello che gli ho fatto." Sul volto di Monk comparve un'espressione spietata. Le sue labbra
si arricciarono in un ghigno. "Avrebbe dovuto dirmelo prima."
Quando era venuto ad avvertirmi della fuga di Monk, Terry mi aveva raccontato che aveva ammazzato
di botte un altro detenuto. Ha spedito all'ospedale le due guardie che si erano prodigate per separarli.
Mi stupisce che tu non ne abbia sentito parlare. Mi sforzai di deglutire: avevo la bocca talmente secca
che vi riuscii soltanto dopo alcuni tentativi.
Indicai una confezione intatta di bottiglie d'acqua.
"Posso berne un sorso?"
Monk fece spallucce. Quando aprii una bottiglia, notai il tremito delle mie mani. L'acqua allevi l'arsura
- il fatto che me l'avesse concessa era un buon segno.
Ne bevvi met bottiglia, conservando il resto per quando Sophie si sarebbe svegliata. "Cosa c'entra
Wainwright in tutto questo?" gli domandai, riavvitando il tappo.
"Perch l'hai ucciso?"
Mi aspettavo che Monk dicesse di non ricordare neppure questo. Prima di rispondere, toss, si raschi
la gola e sput un bolo catarroso proveniente dai polmoni.
"Non l'ho ucciso io."
"Sua moglie ti ha riconosciuto, e hanno trovato tracce del tuo DNA ovunque. "
"Non ho detto di non essere andato laggi, ma di non averlo ammazzato. E caduto dalle scale. Non l'ho
neanche sfiorato."
Era possibile. Il corpo di Wainwright era stato trovato ai piedi delle scale: non si poteva affatto
escludere che si fosse spezzato il collo durante la caduta. La vista di Monk nella propria casa doveva
essere un'esperienza terrificante per chiunque - per un uomo affetto da demenza senile, poi...
"Perch hai deciso di andare in quella casa? Non avrai pensato che Wainwright fosse complice di chi ti
ha incastrato?"
Tenendosi la testa tra le mani, Monk guard Sophie.
Lei si agit nel sonno e corrug la fronte, come se avvertisse lo sguardo fisso sulla sua persona. "Non
riuscivo a rintracciarla, e non avevo nessuna idea di cosa fare. Ho pensato che magari sapeva dove
trovarla. O che era a conoscenza di particolari che potevano essermi utili. Mi sono messo a scavare
delle buche nella brughiera, come gli avevo visto fare, sperando che ci mi aiutasse a ricordare.
Comunque non mi aspettavo che tu e lei veniste l."
Fece un ghigno degno di un teschio.
"Nemmeno voi pensavate di trovarmi nella brughiera, eh? Avevate talmente paura che quasi ne ho
percepito l'odore. Se non fossi stato cos stanco per aver scavato quelle fottute buche, sarei riuscito a
raggiungervi."
A quel punto, in preda a un senso di frustrazione, quella sera aveva deciso di andare a cercare un'altra
persona che lo potesse aiutare. Una persona non particolarmente difficile da trovare, il cui nome magari
comparisse sull'elenco del telefono.
"Wainwright era malato. Non avrebbe potuto aiutarti."
Monk alz la testa di scatto. "Come potevo saperlo, eh?
Credi che provi dispiacere per la sua morte? Quel bastardo con la puzza sotto il naso mi ha trattato
come un rifiuto umano, non l'ho dimenticato! Gli avrei comunque spezzato il collo: per lui  stato
meglio cos! "
"Non..." cominciai a dire. Ma fu come se qualcuno avesse premuto un interruttore.
"Quei bastardi mi hanno incastrato! Per otto anni, ho pensato di essere matto al punto di non ricordare
ci che avevo fatto! Otto fottuti anni!"
"Se non hai ucciso le altre ragazze... "
"Non me ne frega un cazzo di loro! Ma se mi hanno incastrato per quelle, potrebbero averlo fatto
anche per l'altra! Per Angie!" Aveva uno sguardo febbrile, esagitato.
Mosse la testa di scatto, per una contrazione involontaria della mascella. "Quei bastardi potrebbero
avermi fregato, facendomi credere di aver ucciso anche lei! Capisci?
Forse non sono stato io. Devo assolutamente ricordare, maledizione!."
In quel momento, le mie residue speranze di arrivare a un dialogo costruttivo svanirono. A Monk non
interessava riportare alla mente ricordi lontani e inaccessibili, ma solo liberarsi del senso di colpa per la
morte di Angela Carson. Era qualcosa di impossibile. Qualunque fosse la verit sul triste destino delle
altre vittime, l'aveva uccisa lui, in modo consapevole o in preda a un raptus.
E nessuna parola, nessuna azione di Sophie avrebbe potuto cambiare questa realt.
"Senti, qualunque azione tu abbia compiuto, se  avvenuta durante una crisi, probabilmente non 
imputabile a te," dissi. "Esistono alcune turbe del sonno che..."
"Chiudi quella fottuta bocca!" Si alz in piedi di scatto.
"Svegliala!"
"No, aspetta..."
Il movimento fu talmente rapido che mi colse di sorpresa.
Era poco pi di uno scappellotto, ma la mia testa si gir come se fossi stato colpito da un'asse.
Stramazzai tra le cartacce e i rifiuti, mentre Monk abbrancava Sophie.
"Avanti, svegliati!"
Sophie gemette debolmente, il corpo ancora privo di energia. Mi lanciai verso Monk e gli afferrai il
braccio che aveva sollevato per darle uno schiaffo. Respinse il mio assalto e mi sbatt contro la roccia.
Comunque desistette dal suo intento. Fiss la propria mano come se la vedesse per la prima volta: era
quella che aveva tirato alcuni pugni alla parete rocciosa. Mentre osservava il sangue rappreso, la rabbia
lo abbandon con la medesima rapidit con cui l'aveva pervaso.
Abbass il braccio. In quel momento, Sophie si svegli.
"David...?"
"Sono qui." Mi avvicinai. Sentivo pulsare la mascella, le gengive e persino i denti. Avevo la bocca
insanguinata.
Adesso Monk non tent di fermarmi.
Sophie si massaggi la testa, corrugando la fronte per il dolore. "Non mi sento molto bene..." disse,
strascicando le parole. Poi attacc a vomitare.
Le sostenni la testa finch i conati non cessarono. Emise un suono nel quale confluirono un lamento e
un singhiozzo, schermandosi gli occhi per attenuare il fastidio della luce della lanterna. "La testa... mi
duole tremendamente."
"Guardami, Sophie."
"Mi fa male..."
"Lo so. Ma devi guardarmi."
Le scostai i capelli dal viso. Socchiuse gli occhi; poi batt le palpebre e li riapr. La loro vista fu un
autentico shock. La pupilla sinistra era normale; quella destra appariva dilatata, enorme. Oh, Dio.
"C' qualcosa che non va?" domand Monk. Aveva un tono diffidente, come se temesse un qualche
imbroglio.
Inspirai profondamente, quando Sophie cerc di ripararsi ulteriormente dalla luce. Calma. Non perdere
la testa proprio adesso. "Credo che si tratti di un ematoma."
"Un... cosa?"
"Un'emorragia. Un sanguinamento all'interno del cranio.
Dobbiamo portarla subito in ospedale."
"Pensi che sia totalmente stupido?" disse Monk, e cerc di afferrarle un braccio.
"Non toccarla!" sbottai, respingendolo.
O almeno provai a farlo: era come smuovere una montagna di carne. In qualsiasi caso, si ferm, e mi
fiss con i suoi occhi neri e privi di vita. Avvertii nuovamente la strana calma di qualche minuto prima:
una violenza sospesa, trattenuta a stento.
"Il sangue si sta accumulando dentro la sua testa," gli spiegai, con voce tremante. "Potrebbe essere una
conseguenza dell'incidente. Oppure... di quello che  successo prima. Ma se la pressione di quella massa
liquida continua a crescere, senza trovare uno sfogo..." Morir. "Devo portarla fuori di qui. Ti prego."
La bocca di Monk si atteggi in una smorfia di delusione, e il suo respiro divenne ancor pi ansimante.
"Sei un dottore, non puoi fare qualcosa?"
"No, qui no. E necessario un intervento chirurgico."
"Merda!" Batt la mano contro la parete di roccia. In quell'antro sotterraneo il colpo echeggi come
uno sparo.
"Merda!"
Lo ignorai. Sophie si era afflosciata contro di me. "Sophie?
Su, forza, cerca di stare sveglia."
Se avesse perso conoscenza laggi, non sarei mai riuscito a portarla in superficie. Si mosse fiaccamente.
"Non voglio..."
"Avanti, ti devi mettere in piedi. Ce ne andiamo."
Monk mi piazz una mano al centro del petto. "No! Ha detto che mi avrebbe aiutato!"
"Ti sembra che sia in grado di aiutare qualcuno?"
"Lei resta qui!"
"Allora morir! " Tremavo - ma di rabbia. "Ha sempre cercato di aiutarti! Vuoi avere anche lei sulla
coscienza?"
"Chiudi quella FOTTUTA bocca!"
Vidi partire il pugno - non avevo alcuna possibilit di evitarlo. Sussultai, quando sfrecci accanto al mio
volto; la manica del giaccotto di Monk mi sfior la guancia, mentre il colpo s'infrangeva contro la roccia
accanto alla mia testa.
Rimasi immobile. Si udiva soltanto il respiro affannoso e irregolare dell'energumeno. Avvertivo il suo
alito fetido.
Col petto ansante, lasci ricadere il braccio e indietreggi.
Il sangue gli colava dalla mano. Aveva colpito la roccia con grande forza: probabilmente si era
fratturato qualche osso.
Comunque non mostr di provare alcun dolore. Fiss le nocche gonfie e spellate come se non gli
appartenessero; poi abbass gli occhi verso Sophie. Nonostante la stazza, nella sua persona c'era
qualcosa di patetico. Qualcosa che evocava la sconfitta.
"Non avrebbe comunque potuto aiutarmi, vero?" mi chiese. "Non sarebbe cambiato niente."
Mi arrovellai per trovare una risposta prudente, poi rinunciai.
"No."
Monk chin il capo. Quando lo risollev, il suo volto da gargolla era indecifrabile.
"Portiamola fuori di qui."
Per destare Sophie, utilizzai un'ampolla di sali contro gli svenimenti. Gemette in segno di protesta,
tentando di allontanare il capo. I vapori di ammoniaca erano un ausilio temporaneo, che non avrebbe
peggiorato le sue condizioni. Era importante che restasse sveglia.
Non avevamo molto tempo.
Dopo un trauma cranico c' sempre il rischio di un'emorragia.
Alcune si verificano rapidamente, altre si manifestano dopo settimane, durante le quali si formano dei
coaguli di sangue che si aggregano e premono sul cervello.
Probabilmente erano giorni che l'ematoma di Sophie aumentava la propria massa. All'inizio, forse era
troppo piccolo perch fosse visibile in una radiografia; inoltre il fatto che avesse firmato per essere
dimessa, di certo aveva impedito ai medici di diagnosticarlo.
In ogni caso, avrei dovuto accorgermene io. Avevo potuto osservare i sintomi giorno dopo giorno, ma
non ero stato capace di interpretarli. Avevo attribuito la sua parlata strascicata all'alcool e alla fatica,
archiviando il mal di testa come un mero postumo della sbornia.
E ora rischiava di morire per colpa mia.
Sophie si rendeva a malapena conto di dov'era. Riusciva a camminare soltanto se sorretta. Dopo averla
portata fuori dall'antro sotterraneo con l'aiuto di Monk, mi apparve evidente che non saremmo riusciti a
raggiungere l'esterno seguendo il percorso dell'andata - era impossibile strisciare nei soffocanti cunicoli
e avanzare negli stretti passaggi.
"C' un'altra strada che conduce in superficie?" domandai a Monk, mentre Sophie si abbandonava
contro di me.
Anche se nella luce della torcia Monk appariva terrificante, adesso ero pi spaventato dall'aspetto di
Sophie.
Il suo respiro era diventato estremamente preoccupante.
C', ma...
"Cosa?"
"Non importa," disse, ed entr nel passaggio.
Il mondo si ridusse alla roccia scabra che incombeva dall'alto e dai lati del tunnel, all'ampia schiena di
Monk che mi precedeva. Avevo raccattato la torcia nell'antro - era quella che avevo trovato sollevando
il cartone. Anche se la sua luce era piuttosto fioca, allontanava l'oscurit di qualche passo e mi
consentiva di vedere dove mettevo i piedi. Se fossi caduto, avrei trascinato Sophie con me.
Le misi un braccio intorno alla vita, sforzandomi di sorreggere quasi tutto il suo peso. Piangeva per il
dolore, e con una voce debole e strascicata mi implorava di lasciarla stendere per dormire. Quando
inizi a vacillare, la costrinsi ad annusare i sali. Cercai di non pensare a ci che sarebbe accaduto se
fosse stramazzata al suolo.
N al fatto che avevo affidato le nostre vite alle mani di un assassino, di un individuo che non meritava
alcuna fiducia.
Lontano dal calore soffocante dell'antro sotterraneo, imperava il freddo. Battevo i denti, e avvertivo il
forte tremore di Sophie. Sul fondo irregolare del passaggio scorreva l'acqua. Mi sovvennero alcune
storie che raccontavano di speleologi annegati nelle caverne allagate.
Nelle ultime settimane c'erano state piogge abbondanti, ma mi dissi che Monk sapeva quel che stava
facendo.
Le pareti del passaggio si aprirono su un'ampia caverna a volta, dove una tenue e fredda caligine
conferiva all'aria un sentore minerale. In quello spazio chiuso, echeggiava un rumore assordante di
acqua che scroscia. Alla luce della torcia, la vidi rovesciarsi dalle pareti di pietra, originando zampilli e
cascate, prima di precipitare in una grande pozza gorgogliante. La caverna era quasi completamente
allagata, ma Monk procedette cautamente su uno zoccolo di scisto sporgente. Alla fine dello stretto
camminamento, la roccia appariva spezzata da una fenditura verticale che lambiva la superficie liquida.
Con la morte nel cuore, lo vidi fermarsi davanti a essa.
"Di qui."
Dovette alzare la voce per soverchiare il frastuono dell'acqua. Sostenendo Sophie, illuminai la fenditura
con la torcia. Pi avanti, si restringeva ulteriormente.
"Dove conduce?"
"Sbuca in un passaggio che sale in superficie." Nonostante lo scroscio dell'acqua, riuscivo a udire il
sibilo del respiro di Monk. Nella fievole luce della torcia, le ossa sghembe del suo volto lo facevano
sembrare un morto che cammina.
"Sei sicuro?"
"Mi hai chiesto un'altra via d'uscita. Ebbene, eccola! "
Dopo queste parole, si volt e si avvi lungo lo zoccolo di scisto, ghermito dagli spruzzi d'acqua. "Non
ci abbandonerai qui, spero," gridai alle sue spalle.
Non giunse risposta. Il fascio luminoso della torcia ondeggi mentre riattraversava la grotta allagata. Da
quando ci eravamo fermati l, il livello dell'acqua era gi salito.
"David... cosa..."
Sophie si era abbandonata contro il mio corpo. Ingoiai la paura che mi attanagliava la gola. "E tutto a
posto.
Non manca molto, ormai."
Non avevo idea se fosse davvero cos. Comunque non avevamo scelta. Puntando la torcia davanti ai
piedi, strinsi a me Sophie e scivolai di sbieco nella fenditura della roccia, che scompariva nell'oscurit
sopra di noi. Tra le pareti c'erano circa cinquanta centimetri; a ogni passo, quella distanza sembrava
ridursi. Dovetti soffocare un'ondata di claustrofobia.
Il mio alito formava delle nuvolette di vapore: le vedevo nel debole fascio della torcia. A un certo
punto, la sua luce fioca mi rivel il punto in cui il passaggio curvava, e scompariva alla vista. Dopo
qualche metro, mi voltai: la caverna allagata era gi invisibile. In ogni caso, sarebbe stato impossibile
tornare indietro. Non c'era spazio sufficiente per girarsi, ed era impensabile rinculare con Sophie
sorretta soltanto dal mio braccio. Adesso la stavo praticamente trascinando, sforzandomi di sostenerla
mentre affrontavo un corto passo dopo l'altro.
Quanto manca? Mi dissi che non poteva essere lontano.
La fenditura era diventata pi angusta; la distanza tra le pareti si era ridotta man mano che avanzavamo.
Avvertivo il contatto della dura pietra sul petto, una pressione che non mi permetteva di respirare
liberamente. Non pensarci.
Va' avanti. Ma quanto pi procedevamo, tanto pi arduo diventava il cammino. Le asperit del fondo
roccioso rischiavano di farmi inciampare; il passaggio seguitava a restringersi e sembrava intenzionato a
schiacciarci tra i suoi lastroni di pietra verticali. Cominciava a mancare lo spazio per proseguire -
almeno finch reggevo Sophie.
Mi imposi di mantenere la calma. "Sophie, devo poter muovere il braccio che ti sorregge. Sforzati di
restare in piedi da sola per qualche secondo."
La mia voce riverber in modo strano, smorzata dalla pietra. Lei non rispose.
"Sophie? Su, avanti, svegliati!"
Non si mosse. Adesso che mi ero fermato, si era lasciata andare contro di me: era diventata un peso
morto, difficile da mantenere in posizione eretta. Se non fosse stato per le pareti della fenditura che
bloccavano la sua persona, dubito che ci sarei riuscito. Cercai a tastoni l'ampolla dei sali che tenevo in
una tasca, terrorizzato dall'eventualit che il flacone o la torcia mi scivolassero dalla mano. Aprii il
medicinale con i denti e, anche se trattenni il respiro, gli occhi iniziarono a lacrimarmi per l'odore
pungente.
Divincolai il braccio finch non riuscii a piazzare l'ampolla sotto il naso di Sophie. Su. Ti prego.
Non ci fu alcuna reazione. Ritentai, poi abbassai il flacone.
D'accordo. Non farti prendere dal panico. Ragiona.
Esisteva una sola possibilit: avrei dovuto infilarmi in quello stretto passaggio e trascinarmela appresso
in qualche modo. Ma se fosse sfuggita alla mia presa e se fosse stramazzata al suolo...
Non c' spazio sufficiente per cadere, e comunque non puoi restare qui! Devi riuscirci! Il mio braccio
stava diventando insensibile. Tentai di farlo scivolare al di sotto della sua schiena. Ce la puoi fare. Con
calma. La manica del giaccone raschi la parete rocciosa, ma il peso del corpo di Sophie mi imped di
procedere nell'operazione.
Nonostante alcuni tentativi disperati, non riuscii a divincolarmi.
Mi contorsi, cercando di liberare l'arto, e avvertii la pietra che premeva sul mio torso. Mi sentivo stretto
in una morsa. Per un attimo, rimasi immobilizzato; poi mi liberai con uno strattone e, scorticandomi le
nocche, riguadagnai la posizione iniziale.
Oh, Dio! Chiusi gli occhi, sforzandomi di respirare. Mi mancava l'aria. La mia visuale si riemp di
stelline. Cercai di rallentare il ritmo del respiro: mi ero accorto che stavo andando in iperventilazione.
Per l'amor del cielo, non svenire!
Pian piano, anche il battito cardiaco rallent. Aprii gli occhi. Illuminata dal basso dalla torcia, la parete
di roccia si trovava a pochissimi centimetri dal mio volto. Potevo scorgerne la trama granulosa e
percepirne l'odore umido e salino. Mi umettai le labbra secche. Avanti, ragiona! Ma non avevo
nessun'altra opzione. Il mio braccio aveva perso ogni sensibilit. Sophie era priva di coscienza,
incuneata tra me e la pietra. Mi era impossibile andare avanti e, bloccato dal suo corpo, non potevo
neppure tornare indietro.
Eravamo in trappola.
Poi udii un rumore. Volsi lo sguardo oltre la testa di Sophie, e vidi il fascio di una torcia che illuminava
la fenditura alle nostre spalle - in controluce, distinguevo ogni singola asperit della roccia. Echeggi il
lieve rumore di uno sfregamento, accompagnato dal sibilo di un respiro affannoso.
Pian piano, Monk emerse dall'oscurit. Si era infilato di sbieco nella fenditura e avanzava faticosamente
verso di noi, con una smorfia sulle labbra. Reputavo quel passaggio angusto per me, e potevo soltanto
immaginare che cosa rappresentasse per lui.
Non parl finch non raggiunse Sophie. Continuando a reggere la torcia, una mano enorme si protese
verso di lei e le strinse una spalla.
"La tengo..."
La sua voce era aspra e roca. All'improvviso, mi sentii libero di gran parte del peso di Sophie. Feci
scivolare il braccio sotto la sua schiena, scorticandomi ulteriormente le nocche contro la roccia.
Quando fui in grado di muoverlo, flettei le dita; digrignai i denti allorch avvertii l'insopportabile
formicolio causato dalla ripresa della circolazione sanguigna.
"Vai..." sibil Monk.
Sorresse Sophie mentre scivolavo tra le pareti rocciose.
Quando si strinsero ancora di pi, restai impigliato col giaccone; riuscii a liberarmi, e il passaggio si
allarg.
Inspirai profondamente, ebbro di sollievo, mentre rivolgevo il fascio della torcia verso la fenditura,
dove si trovavano Monk e Sophie.
La bocca di Monk era spalancata in un rictus: ansimava, con l'enorme petto schiacciato dalle rocce.
Non disse nulla, mentre mi protendevo nello stretto passaggio e, con una mano, afferravo la giacca di
Sophie e, con l'altra, le proteggevo la testa.
Ora le anguste pareti costituivano un vantaggio per il nostro cammino: bloccavano Sophie mentre
Monk la sollevava e io la tiravo. Mi sistemai un suo braccio intorno al collo, dimodoch la testa
poggiasse sulla mia spalla, e mi apprestai a caricarmi dell'intero peso del corpo. Rivolsi il fascio
luminoso della torcia verso Monk.
Per aiutarmi ad alzare Sophie si era letteralmente incuneato nella fenditura. Adesso era bloccato in una
posizione insostenibile, incastrato tra le pareti rocciose. A ogni respiro sibilante, boccheggiava come un
pesce fuor d'acqua.
"Riesci a tornare indietro?" gli domandai, ansimando.
Gli sarebbe stato comunque impossibile procedere.
Non posso affermarlo con sicurezza, ma mi sembr di scorgere un sogghigno sulle sue labbra. "Sono
ingrassato... dall'ultima volta..."
Gli risultava tremendamente faticoso anche il solo gesto di parlare. Cristo, non ce la far a tirarsi fuori
da l.
"Senti, posso..."
"Fanculo... Portala fuori da qui..."
Esitai - ma solo per un istante. Per molto tempo, era riuscito a sopravvivere laggi senza alcun aiuto, e
io dovevo salvare Sophie. Agii - per alcuni tratti, avanzai tenendola in braccio; per altri, procedetti
trascinandola. A un certo punto, mi voltai: dietro di me c'erano soltanto tenebre. Nessun segno di
Monk e della sua torcia.
Mi dissi che sarebbe riuscito a tornare indietro; poi smisi di pensarci: non avevo la forza di
preoccuparmi anche per lui. Qui il passaggio era pi largo, ma Sophie continuava a essere un peso
morto. Dovevo conservare le energie per sorreggerla. L'acqua scorreva sul fondo irregolare del
camminamento: mi sommergeva gli scarponi e mi impediva di vedere dove mettevo i piedi. Inciampai
pi volte. Il mio giaccone e il cappotto di Sophie si impigliarono ripetutamente negli spuntoni della
roccia.
Li liberai ogni volta, e proseguii: sapevo che se fossimo rimasti bloccati di nuovo, non sarei mai riuscito
a cavarmela da solo.
Poi, all'improvviso, il passaggio si allarg. Boccheggiante, illuminai lo spazio che avevo davanti: aveva
un'altezza superiore alla mia statura ed era abbastanza largo da consentirci di stare in piedi uno accanto
all'altra. Se Monk non aveva mentito, questo era il camminamento che portava in superficie.
Saliva con una pendenza ripida. Curvo sotto il peso del corpo di Sophie, lo affrontai con le gambe
fiacche e tremanti.
A un certo punto, fui costretto a fermarmi: dovevo riposarmi. Distesi Sophie sul terreno, mi
inginocchiai accanto a lei e le scostai il viluppo di capelli dal volto.
"Sophie? Riesci a sentirmi?"
Non rispose. Le tastai il polso. Il battito era costante, ma troppo rapido. Quando le esaminai gli occhi,
vidi che la pupilla destra era dilatata in modo impressionante. Le puntai contro il fascio luminoso della
torcia, ma non si verific alcun cambiamento.
Subito presi Sophie in braccio e mi sforzai per rimettermi in cammino, anche se avevo soltanto
pochissime forze nelle membra. Mossi qualche passo vacillante, rischiando solo di cadere. Di nuovo,
adagiai Sophie sul terreno. Non ce la far mai. Chinai il capo, prossimo alle lacrime. Non avevo idea di
quanto mancasse all'uscita: in qualsiasi caso, non sarei riuscito a reggerla ancora per molto. Se volevo
concederle qualche chance di sopravvivere, dovevo fare soltanto una cosa.
Lasciarla l.
Non perdere tempo. Vai. Mi sfilai il giaccone; poi ripiegai delicatamente le maniche sotto la sua testa a
mo' di cuscino e avvolsi lo spesso indumento intorno al suo corpo. Il freddo mi aggred
immediatamente, ma non ci badai. Abbassai lo sguardo su Sophie: la mia determinazione vacill. Non
posso farlo. Ma non avevo scelta.
"Torno a prenderti. Te lo prometto," dissi, con la voce tremante per il gelo. Mi chinai e la baciai.
Poi mi voltai e la abbandonai nelle tenebre.
Il passaggio si fece ancor pi ripido. Presto fui costretto ad arrampicarmi. Le pareti e la volta mi
ghermirono sempre pi da vicino: alla fine, mi ritrovai in un cunicolo.
La torcia illuminava solo un buco nero circondato dalla pietra. Sembrava infinito. Ero esausto, assalito
da continui capogiri. Le mie percezioni si alterarono: ebbi la sensazione di star strisciando verso le
profondit della terra, anzich verso la superficie.
Poi qualcosa mi graffi il volto. Mi ritrassi di scatto e, allorch sentii tirarmi i capelli, strillai forte.
Quando rivolsi il fascio luminoso in quella direzione, scorsi dei rami spinosi. Le piante non crescono
sottoterra, pensai.
Sentii dell'acqua che mi sgocciolava sul volto, ma mi resi conto che si trattava di pioggia soltanto
quando fui investito da una folata gelida di vento.
Ero all'aperto.
Era buio. Alla luce della torcia, mi accorsi che il cunicolo sbucava sotto un grosso cespuglio di ginestre,
abbarbicato su una ripida parete rocciosa. Dovetti strisciare sotto i rami spinosi e sgocciolanti,
liberandomi con uno strattone degli aculei che trapassavano i vestiti e la pelle.
Mi lasciai scivolare lungo gli ultimi metri del pendio, ritrovandomi con i piedi in un ruscelletto gelido.
Rabbrividendo, guadagnai la riva e illuminai l'area circostante.
La nebbia si era alzata, ma un fosco rovescio di pioggia velava l'intero paesaggio. Mi trovavo nella
brughiera, ai piedi di una bassa torre di pietra. Appariva coperta da macchie di ginestre che
nascondevano completamente alla vista la bocca della caverna da cui ero uscito.
All'orizzonte si percepiva un tenue chiarore: ignoravo se fosse quello dell'aurora o del tramonto. Non
avevo idea di dove mi trovassi. Cercai di far funzionare il cervello.
Da che parte? Forza, deciditi!
Udii un debole rumore portato dal vento. Guardai in ogni direzione, sforzandomi di capire da dove
provenisse.
Spar - per un attimo, temetti che fosse frutto della mia immaginazione. Poi lo sentii di nuovo, pi forte.
Il rumore lontano delle pale di un elicottero.
Mi arrampicai sul fianco del pinnacolo, agitando le braccia sopra la testa, dimentico del freddo e della
fatica.
"Qui! Sono qui!"
Gridai fino a perdere la voce, senza badare alle spine delle ginestre che mi sferzavano mentre cercavo di
raggiungere la cima di quella formazione rocciosa. Adesso potevo scorgere la luce dei riflettori
dell'elicottero, chiazze bianchissime a circa trecento metri di distanza. Per qualche terribile secondo,
ebbi paura che proseguisse lungo la sua rotta; poi si abbass, vir e si diresse verso di me. Mentre le luci
diventavano pi grandi, vidi i contrassegni della polizia sulla cabina. A quel punto, anche le ultime forze
mi abbandonarono. Le mie gambe cedettero e mi afflosciai sulla pietra fredda. Tacitamente esortai il
velivolo a scendere pi in fretta.
Capitolo 28
Ho l'impressione di aver trascorso una parte abnorme della mia vita negli ospedali. Il lento scorrere del
tempo passato sulle dure sedie di plastica, l'ansia e la frustrazione mi sono divenute fin troppo familiari.
Proprio come l'attesa.
Le ultime ventiquattr'ore mi sembravano irreali, simili a un incubo dal quale non riuscivo a riscuotermi.
E, in qualche misura, ci dipendeva dalla condizione di ipotermia che avevo sopportato, non acuta, ma
abbastanza grave da lasciarmi con un perdurante senso di gelo e di distacco, come se stessi osservando
avvenimenti che riguardavano qualcun altro. Il chiarore che avevo scorto all'orizzonte quando ero
sbucato dalla caverna apparteneva all'alba. Avevo la sensazione di essere rimasto sottoterra per giorni e
giorni, ma erano trascorse soltanto alcune ore dall'incidente d'auto.
A bordo dell'elicottero della polizia mi avevano avvolto in una coperta e mi era stata data una barretta
di cioccolato, oltre a un bicchiere di t caldo proveniente dal thermos del pilota. Anche se il mio tremito
era diventato incontrollabile, avevo insistito per evitare un controllo in ospedale. Fremevo per tornare
immediatamente da Sophie, ma non mi sarebbe mai stato concesso.
Dopo l'arrivo della squadra di soccorso, caddi in una sorta di depressione allorch mi resi conto che gli
agenti non riuscivano a trovare l'entrata della caverna.
Mi sembr che fosse passata un'eternit quando un grido dall'intrico della macchia di ginestre annunci
che era stata scoperta.
L'ora successiva fu una delle pi lunghe della mia vita.
Seduto su un seggiolino di pelle nell'angusta cabina di policarbonato dell'elicottero, stordito per lo
sfinimento e nauseato dall'odore del carburante, rividi con gli occhi della mente tutto ci che era
accaduto. Nella fredda luce dell'alba ogni mia azione, ogni mia decisione mi parve sbagliata.
Quando Sophie venne portata in superficie, era priva di sensi, ma viva. I grossi cespugli di ginestre nei
pressi della bocca della caverna erano stati sradicati in modo che la barella potesse venir issata
direttamente sull'eliambulanza in attesa. Andai con lei, tuttavia ebbi il buon senso di non rivolgere ai
paramedici domande alle quali non avrebbero saputo rispondere. Quando il velivolo atterr nella
piazzola dell'ospedale, un gruppo di medici e infermieri si precipitarono curvi sotto i rotori e, in gran
fretta, portarono la paziente nell'edificio.
Senza una particolare urgenza, io fui accompagnato al pronto soccorso: mi diedero un camicione
ospedaliero e mi venne attaccata una flebo a un braccio. Mi detersero i tagli e le abrasioni, medicando i
pi gravi con una compressa di garza che odorava di antisettico. Ripetei la mia storia pi volte: ad alcuni
agenti in uniforme e a qualche ispettore della polizia giudiziaria. Infine, dopo esser stato sistemato in un
letto circondato da una tenda scorrevole, fui lasciato solo. Non ricordo di aver mai provato un simile
sfinimento. Ero terribilmente preoccupato per Sophie, ma nessuno degli agenti ai quali mi rivolsi seppe
dirmi qualcosa sulle sue condizioni. Con l'intenzione di riposare solo qualche momento, reclinai il capo
e mi addormentai all'istante.
Mi svegli il rumore della tenda che veniva aperta. Mi rizzai a sedere, dolorante, mentre Naysmith si
avvicinava al mio letto.
La gola del commissario-capo appariva screziata dall'irritazione per la recente rasatura. Aveva gli occhi
arrossati e segnati dalla fatica; sembrava teso e vigile.
"Come sta Sophie?" domandai, prima che potesse aprire bocca.
"E ancora in sala operatoria. Un grosso ematoma premeva sul cervello, e hanno dovuto operarla per
rimuoverlo.
A parte questo, non so nulla."
Anche se me l'aspettavo, quella notizia fu un autentico pugno nello stomaco. Esistevano diversi tipi di
ematomi cerebrali, il recupero del soggetto - e spesso la sua sopravvivenza - dipendevano dalla celerit
dell'intervento di rimozione. E colpa tua. Avresti dovuto accorgertene prima.
Naysmith estrasse da una tasca una bustina di plastica con un oggetto. "Potrebbe averne bisogno,"
disse, posando il mio portafogli infangato sul comodino. "L'abbiamo trovato un paio d'ore fa. Stavamo
per mandare una squadra di ricerca nella miniera, quando l'elicottero l'ha avvistata e soccorsa."
"Cosa ne  stato degli agenti Miller e Cross?"
Non mostr alcun segno di disapprovazione per il fatto che li avessi abbandonati. Prese una sedia e si
accomod.
"Miller ha una frattura al cranio, qualche costola rotta e un paio di lesioni interne. Non ha ancora
ripreso conoscenza, ma le sue condizioni sono stabili. Steph Cross ha la mascella fratturata e una
commozione cerebrale.
Quando sono arrivati i soccorsi, aveva gi ripreso i sensi, e cos  riuscita a raccontare ci che era
accaduto. A grandi linee."
Ne fui sollevato. La sorte avrebbe potuto essere decisamente meno benevola: comunque non ero sicuro
che i feriti fossero particolarmente contenti. "E Monk?"
"Per il momento, niente. Stiamo per inviare alcune squadre di ricerca; abbiamo gi piazzato degli agenti
a sorvegliare entrambi gli accessi. Ma potrebbero essercene altri, di cui ignoriamo l'esistenza. La miniera
di Cutter's Wheal  chiusa da anni, e nessuno immaginava che fosse collegata alle caverne. Quell'area
della brughiera dovrebbe essere priva di roccia calcarea: probabilmente  questo il motivo per cui la
volta della galleria  crollata.
Da- una ricognizione sommaria, abbiamo notato che si tratta di un complesso di tunnel e grotte assai
vasto, diffuso all'incirca quanto quello di Baker Pit a Buckfastleigh.
L si estende per oltre tre chilometri e mezzo; qui non siamo in grado di stabilire alcunch. Se Monk 
ancora l sotto, prima o poi lo troveremo, ma ci vorr del tempo."
E se non  pi l, adesso potrebbe essere ovunque.
Naysmith accavall le gambe, come un uomo che si accinga a parlare seriamente di affari.
"Allora, se la sente di spiegarmi quello che  successo?"
Anche se sapevo che l'avevano gi ragguagliato sull'accaduto, ripetei la mia storia. Mi ascolt senza
commentare.
Mantenne un'espressione neutra anche quando gli raccontai dell'inquietante comportamento di Monk e
delle sue rivendicazioni riguardo al fatto di essere stato incastrato da un ispettore di polizia. Quando
smisi di parlare, trasse un gran sospiro.
"Riguardo a Wainwright, per lo meno ha raccontato la verit. Si  spezzato l'osso del collo cadendo
dalle scale.
L'autopsia ha evidenziato alcune abrasioni dovute allo sfregamento sul tappeto della scala; inoltre sul
corrimano c'erano tracce del suo sangue e qualche capello. O  inciampato al buio, o perso l'equilibrio
alla vista di Monk. Non sarebbe particolarmente strano." Si interruppe, e sul suo volto comparve
un'espressione preoccupata.
"Esistono altre affermazioni che le sono sembrate credibili?"
Era difficile dirlo adesso. Ero esausto, dolorante e preoccupato.
Nella mia mente, l'intera nottata aveva assunto un aspetto surreale. Mi sforzai di concentrarmi.
"Alcune, s. La faccenda dei raptus, per esempio. O quella del rapporto con Angela Carson. Era troppo
malato per fingere, e il raptus cui ho assistito non aveva affatto l'aria di una messinscena."
"Pensa davvero che possa averla uccisa per errore?"
"A quanto ho visto,  possibile che sia stata un'azione involontaria."
"Qual  la sua opinione in merito alle altre ragazze?"
"Non ho un'idea precisa. Pu darsi che le abbia uccise durante un raptus, tuttavia mi sembra un'ipotesi
piuttosto azzardata. Avrebbe dovuto sbarazzarsi dei cadaveri in quello stato, e ci non mi pare affatto
verosimile. Credo che sia sincero quando sostiene di non ricordare nulla, anche se dice che non gli
importa niente."
"Monk  un bastardo spietato: non  certo una novit."
"Un momento... Intendevo dire che non gli interessa dimostrare la propria innocenza, e neppure
ottenere una riduzione della pena. E questo che mi porta a credere che non menta. E fuggito per
un'unica ragione: vuole disperatamente convincersi di non aver ucciso Angela Carson."
"L'hanno trovato in un appartamento con le mani insanguinate e il cadavere della ragazza che aveva il
volto sfigurato. A me non pare che sussistano molti dubbi, e a lei?"
"No, non credo proprio. Ma negli ultimi otto anni ha vissuto con la consapevolezza di aver ucciso
l'unica persona che gli  stata vicina - un'azione terrificante che non riesce neppure a ricordare. In ogni
caso, non si pu affermare che abbia una personalit stabile. E possibile biasimarlo perch si aggrappa
all'esile speranza di capire?"
Naysmith rimase in silenzio per un momento, rimuginando.
"E cosa mi racconta della storia secondo cui  stato incastrato?"
Ecco, ci siamo. Sospirai. Apprenderla da Monk in un antro sotterraneo aveva una logica: discuterne alla
fredda luce del giorno era qualcosa di completamente diverso.
Sarebbe stato pi facile archiviarla come la farneticazione di una mente malata, o come l'invenzione di
una coscienza colpevole.
Il problema era che non riuscivo a convincermi n dell'una n dell'altra cosa.
"Non penso che se la sia inventata," dissi.
"Ci non significa che Darren Walker non l'abbia fatto.
Non esiste traccia di nessun ispettore Jones, n ora n otto anni fa. Forse Walker l'ha assecondato per
evitare il peggio. Cristo, se Monk mi mettesse con le spalle al muro, credo che farei la stessa cosa."
"Ma perch ostinarsi a ripetere una storia simile?"
"Un simile ladruncolo doveva essere un pesce fuor d'acqua tra i duri di Belmarsh. Non sarebbe stato
certo il primo a inventarsi qualcosa di mirabolante per conquistare una reputazione rispettabile. "
"Monk gli credeva. E, a quanto ha detto, dubito che Walker fosse nella posizione di mentire. " Non
dopo quello che gli ho fatto.
"Tuttavia non esiste alcun elemento che confermi questa versione," disse Naysmith, con una certa
irritazione, come se stesse vivendo un conflitto interiore sulla faccenda.
"Abbiamo solo la parola di Monk, visto che ha ammazzato di botte Warren - e gi questo insinua
qualche dubbio. Le chiedo di perdonare la mia incredulit riguardo alle affermazioni di un assassino e
all'eventualit che un ispettore di polizia abbia piazzato delle prove false per incastrare una persona -
un'accusa basata sulle chiacchiere di una canaglia come Walker. Ho controllato la sua fedina penale. E
stato accusato di un gran numero di furti, ma l'ha sempre sfangata, fino all'anno scorso.
Perch avrebbe dovuto aspettare di trovarsi in carcere per vuotare il sacco?"
Non lo sapevo. Mi sembrava incredibile che avessi finito per prendere le parti di Monk, difendendo un
uomo che sino a ventiquattr'ore prima reputavo inequivocabilmente un brutale assassino. Il tempo
trascorso in quel letto d'ospedale mi aveva consentito di riflettere. Era possibile che la nuova immagine
di Monk non mi piacesse, ma non potevo ignorarla.
"Forse proprio perch si  ritrovato in galera. Ha appena detto che Walker doveva sentirsi come un
pesce fuor d'acqua a Belmarsh. E una persona  capace di qualsiasi cosa, quando  spaventata."
"Non sempre accade ci," replic Naysmith, con ostinazione.
"E, a ogni modo, dove avrebbe preso degli oggetti appartenenti alle gemelle, questo fantomatico
ispettore? E impossibile che abbia sottratto dei reperti di un'indagine cos importante senza che
nessuno se ne accorgesse. Soprattutto perch sono ricomparsi sotto la roulotte di Monk."
"Potrebbe averli asportati dall'armadio dove si conservano le prove."
Quelle parole fecero calare una coltre plumbea sull'area delimitata dalla tenda scorrevole. Naysmith mi
fiss a lungo con gli occhi segnati dalla fatica. "Si rende conto della gravit della sua affermazione,
vero?"
"Non mi dir che una simile ipotesi non le  passata per la mente, eh?"
Non rispose. Non era necessario. Fino a quel momento, non avevamo affrontato l'argomento, ma
sapevo che c'era una domanda che aveva tormentato entrambi.
Se Monk non aveva ucciso le altre tre ragazze, chi era il colpevole?
Naysmith si massaggi il dorso del naso. "Dovr rivolgerle altre domande, dottor Hunter. Cosa pensa
di fare, quando verr dimesso? Torner a Londra?"
Non ci avevo ancora pensato. "Non subito. Probabilmente andr a recuperare i miei effetti personali a
casa di Sophie e prender una stanza in... "
All'improvviso, la tenda si mosse, e comparve Simms.
Con l'uniforme impeccabile e il casco appuntito, il vicedirigente superiore aveva un'aria assurdamente
elegante nella tetraggine dell'ambiente ospedaliero. Ma i lineamenti del suo volto - degni di una statua di
cera - rivelavano un intenso rossore; le labbra apparivano serrate in una linea sottile.
Naysmith si alz rispettosamente. "Signore, non sapevo che fosse..."
Simms non lo degn di uno sguardo. Strinse i guanti di pelle nera con una forza tale che sembrava
volesse strozzarli.
"Desidero conferire con il dottor Hunter. Da solo."
"E stato gi interrogato. Posso... "
"Non c' altro, commissario."
L'ira pervase Naysmith, ma riusc a dominarsi. Prima di uscire, mi rivolse un cenno quasi impercettibile
col capo.
I lontani rumori dell'ambiente ospedaliero enfatizzarono ulteriormente il silenzio che regnava nell'area
delimitata dalla tenda scorrevole. Simms mi fissava torvo. Ebbi l'impressione che gli costasse uno
sforzo enorme mantenere il controllo di s.
"Cosa diavolo sta cercando di fare?"
Le mie condizioni e il mio umore non mi consentivano di sostenere un altro interrogatorio. Ero
stordito dallo sfinimento e dalla preoccupazione - e mi sentivo tremendamente ridicolo con indosso
quel camicione ospedaliero.
"Cercavo soltanto di dormire."
I suoi occhi chiari apparivano freddi e ostili. "Non si illuda di uscire onorevolmente da questa storia,
dottor Hunter. Le assicuro che non si verificher una simile evenienza!"
"Di cosa sta parlando?"
"Sto parlando di... Di... di queste assurde affermazioni!
Secondo le quali, Jerome Monk sarebbe innocente e un ispettore di polizia avrebbe brigato per
procurarsi delle prove contro di lui! Non penser davvero che qualcuno le creda?"
"Non ho mai affermato niente del genere. E non mi sono prestato..."
"Nell'ultima settimana, Monk ha assassinato un uomo indifeso e ha quasi spedito al Creatore due
agenti. Se l' gi dimenticato?"
Mi sentii in colpa. "Non ho potuto... "
"Per colpa di quell'individuo, un'ex consulente della polizia sta lottando tra la vita e la morte, eppure lei
sembra deciso a scagionarlo: non dimentichi,  un criminale condannato per stupro e omicidio! E
risaputo che le persone che la frequentano finiscono sempre male, dottor Hunter. Comunque non mi
sarei mai aspettato una simile sconsideratezza da parte sua! "
Probabilmente mi rizzai a sedere sul letto - non ricordo con precisione. Avvertivo la rabbia pulsare
dietro ai miei occhi. "Non sto cercando di scagionare nessuno. Mi sono limitato a raccontare quanto ho
appreso."
"Ah, certo! E, guarda caso, Monk ha avuto un 'raptus' proprio davanti a lei! Immagino che non le sia
neanche passato per la testa che fosse una messinscena. N che abbia ingannato i medici, quando 
stato ricoverato per i 'famosi' problemi cardiaci!"
"Quel raptus non era una simulazione. E non ha neppure simulato i sintomi dell'infarto: li ha indotti.
Sono due cose totalmente diverse."
"Sono sicuro che mi perdoner, se non condivido le sue opinioni, dottor Hunter. E evidente che Monk
l'ha abbindolata. Le ha rifilato questa... questa panzana, e poi vi ha concesso di andarvene, sperando che
lei si comportasse esattamente in questo modo ! " Si batt i guanti sulla coscia. "Ha una vaga idea dei
danni che potrebbe procurare?"
"Intende dire alla sua reputazione?"
Mi pentii immediatamente di quelle parole, ma ormai le avevo dette. Simms aveva gli occhi fuori dalle
orbite.
Contrasse spasmodicamente la mano in cui teneva i guanti e, per un attimo, temetti che volesse
addirittura colpirmi. Ma quando riprese a parlare, la sua voce era calma.
"Le devo delle scuse, dottor Hunter. Probabilmente avrei dovuto aspettare ancora un po' prima di
incontrarla.
Da quanto posso notare,  piuttosto agitato." Dopo queste parole, indoss i guanti, infilando a fatica le
dita nelle strette guaine di pelle. "Spero che rifletter su ci che le ho detto. Siamo dalla stessa parte, e
sarebbe davvero spiacevole che una divergenza professionale creasse una situazione imbarazzante. Le
voci si diffondono rapidamente, e so quanto sia difficile ottenere dei mandati di consulenza per la
polizia. "
Mi fiss con il volto completamente privo d'espressione.
Usando la manica del cappotto, quasi che i guanti non fossero sufficienti a proteggerlo dalla
contaminazione, spost la tenda e usc.
Guardai il tessuto che ondeggiava mentre il suo trapestio si perdeva nei rumori dell'ospedale. Cosa
diavolo avr voluto dire? Ero troppo stanco per pensarci.
Tuttavia sapevo riconoscere una minaccia.
Capitolo 29
Fui dimesso nel tardo pomeriggio. Dopo l'uscita di scena di Simms, ero riuscito a dormire, anche se
solo a sprazzi, scivolando continuamente dalla veglia al sonno e viceversa. Ciononostante quando mi
destai definitivamente, mi sentivo meglio, pi vigile e attento. A un certo punto, in quell'ambiente
delimitato dalla tenda scorrevole erano ricomparsi i miei vestiti - ancora sporchi, ma asciutti e piegati
con cura dentro una busta di plastica trasparente. Il fango e le macchie di sangue dimostravano che gli
eventi della - :e precedente erano reali, anche se avrei preferito che non lo fossero.
Nessuno era in grado di darmi informazioni sulla situazione di Sophie, tuttavia riuscii a convincere
un'infermiera a domandare a qualche collega. Mi rifer che era uscita dalla sala operatoria, ma che le sue
condizioni restavano critiche. Mi dissi che, dopo una craniotomia d'urgenza, non poteva essere
altrimenti: per rimuovere l'ematoma e far defluire l'accumulo di sangue i medici dovevano aver
effettuato una trapanazione del cranio o rimosso una porzione di struttura ossea.
Comunque quella notizia non mi risollev l'umore. Mi vestii e mi sedetti ai piedi del letto, impaziente,
finch non arriv una giovane dottoressa a dirmi che potevo andar via.
"Dov' l'UTI?" le domandai.
L'unit di terapia intensiva era quella pi silenziosa e meno trafficata del pronto soccorso, e vi regnava
un'atmosfera carica d'urgenza e tensione. L'infermiera all'ingresso si rifiut categoricamente di farmi
entrare per vedere Sophie - in considerazione del pessimo stato dei miei vestiti laceri e infangati, non
me la sentii di insistere.
Con una sensazione di dj-vu, le spiegai che volevo soltanto sapere come stava. Si mostr irremovibile,
spiegandomi che quelle informazioni venivano fornite solo ai parenti.
"Se mi avesse detto che era il marito o il fidanzato, magari..." aggiunse, in un tono carico di sottintesi.
Era un palese suggerimento, ma esitai.
"Dottor Hunter!"
La voce era quella di Sophie. Mi voltai, con la ridicola speranza di vederla miracolosamente guarita. Ma,
a camminare lungo il corridoio verso di me, era un'altra donna.
Aveva il volto trasfigurato dal pianto, e impiegai un lungo attimo per riconoscere Maria, la sorella di
Sophie.
Ero in procinto di chiederle come stava, ma non mi lasci il tempo. "Cosa ci fa qui?"
Appariva estremamente turbata e tremava; aveva le nocche bianche a furia di stringere il fazzoletto
zuppo.
"Volevo sapere come sta Sophie... "
"Come stai Mia sorella  in terapia intensiva! Le hanno aperto il cranio: ecco come sta!" Il suo volto si
contrasse in una smorfia. "Potrebbe aver subito dei danni al cervello, o... O..."
"Mi dispiace."
"Le dispiace? Che faccia tostai Si era impegnato a prendersi cura di lei! Avevo detto a Sophie di
trasferirsi da me, dove sarebbe stata al sicuro. E invece ... E..." Si volt verso l'infermiera. "Non voglio
che quest'uomo si avvicini a mia sorella! Se torna, gli impedisca di entrare! "
Si volt di scatto e si avvi rapida lungo il corridoio.
L'infermiera aveva un'aria imbarazzata.
"Mi dispiace, ma  la parente pi stretta..."
Annuii. Non mi restava altro da fare, l. Le pesanti porte dell'unit di terapia intensiva si chiusero alle
mie spalle con il suono di una sentenza inappellabile mentre mi dirigevo verso i reparti di degenza.
C'era un'altra persona che volevo visitare.
Venni rimbalzato da un padiglione all'altro, prima di trovare quello in cui era ricoverata Steph Cross.
All'inizio, pensai che fosse addormentata. Aveva gli occhi chiusi - e la componente vigliacca del mio
animo prov una sorta di sollievo. Ma, mentre mi avvicinavo al suo letto, li apr, guardando dritto verso
di me.
Era un autentico mostro. I capelli biondi erano appiccicati alla testa in un ammasso scuro. Il livido
gonfiore del suo viso appariva ancor pi scioccante di quello che deturpava il viso di Sophie dopo
l'aggressione. Aveva la mascella immobilizzata da un complesso assemblaggio di fili e viti,
probabilmente molto doloroso.
Adesso che ero l, non sapevo cosa dire. Per qualche istante, seguitammo a fissarci in silenzio; poi lei
allung una mano verso il comodino. Prese un bloc-notes e scribacchi rapidamente su un foglio.
Volt il blocco verso di me.
Sembra peggio di quel che  realmente, ha morfina fa miracoli.
Non avrei mai immaginato di poter ridere in una situazione simile, ma accadde. "Sono felice di saperlo."
Scrisse qualcos'altro, e gir di nuovo il blocchetto. Sophie???
Scelsi accuratamente le parole. "E uscita dalla sala operatoria.
Adesso  in terapia intensiva."
La penna scivol ancora sulla carta. Miller ha ripreso i sensi. Le infermiere dicono che fa battute
oscene.
Sorrisi. Era un'eternit che non ricevevo una buona notizia.
"Fantastico." Inspirai profondamente. "Senti, io..."
Ma Steph aveva gi ripreso a scrivere. Questa volta fu un'operazione pi faticosa: cominciava ad
avvertire la stanchezza. Dopo che ebbe vergato l'ultima parola, strapp il foglio dal blocchetto e lo
pieg. Quando me lo tese, le sue palpebre stavano cominciando ad abbassarsi.
Probabilmente era gi sprofondata nel sonno prima che lasciasse la sua mano.
Aspettai di raggiungere il corridoio, prima di leggerlo.
Era solo un breve messaggio. Hai fatto la cosa giusta.
Lo rilessi, e un velo umido mi copr gli occhi. Rimasi immobile per qualche istante, prima di riporlo. Poi
avvertii un disperato bisogno di uscire dall'ospedale, di respirare aria fresca e di schiarirmi le idee. Ma
erano tutte cose che avrebbero dovuto aspettare.
Dovevo sbrigare un'altra faccenda.
La mia auto era ancora a casa di Sophie, insieme alla sacca con gli effetti personali. Avrei potuto
chiamare un taxi dall'ospedale, ma preferii cercarne uno all'esterno.
Una breve camminata mi avrebbe giovato; inoltre non volevo trattenermi l neppure un altro minuto.
Un'impiegata dell'accettazione mi indic il parcheggio di taxi pi vicino. Uscii dall'ospedale. Avevo fatto
soltanto pochi passi, quando un'auto mi affianc e si ferm. Mi voltai mentre il finestrino si abbassava.
Era Terry.
"Ho pensato che forse ti avrei trovato qui," disse. Continuai a camminare. "David, Cristo, fermati un
attimo.
Non fare cos."
L'auto ripart e mi raggiunse.
"Senti, voglio solo parlare. Ho saputo quel che  successo questa notte. Come sta Sophie?"
Pur riluttante, mi fermai. A prescindere dalla mia opinione su Terry, non potevo ignorare che aveva
avuto una relazione con lei. E i sentimenti non spariscono solo perch una storia finisce.
"E ricoverata in terapia intensiva. So soltanto questo."
"Cristo!" Era sbiancato in volto. "Mi rendo conto di essere l'ultima persona che vorrebbe vedere, ma...
Ma ce la far?"
"Non lo so."
Sembrava scioccato.
"Dove stai andando?" mi chiese, con voce sommessa.
"Devo recuperare le mie cose a casa di Sophie."
Si protese e apr la portiera sul lato del passeggero. "Sali.
Ti do un passaggio."
Anche se non gradivo la compagnia di Terry, il fatto di aver accennato a Sophie la mia rabbia nei suoi
confronti si era attenuata. Il passato apparteneva al passato. La vita era troppo breve per sprecarla con il
rancore. Inoltre mi sentivo cos stanco che riuscivo a malapena a reggermi in piedi.
Salii.
Per diversi chilometri, n lui n io proferimmo verbo.
Fu soltanto quando i sobborghi della citt lasciarono il posto all'aperta campagna che Terry ruppe il
silenzio.
"Ti va di parlarne?"
"No."
Tacque di nuovo. Io continuai a guardare fuori dal finestrino: scivolavamo veloci nella brughiera, che ci
stava avvolgendo. Il calore del riscaldamento e il rombo sommesso del motore cominciavano a sortire
un effetto soporifero.
Mi accorsi che ero sul punto di appisolarmi.
"Almeno adesso sappiamo chi ha aggredito Sophie l'altro giorno," disse.
Sospirai. Terry non era mai riuscito a rassegnarsi a un rifiuto. "Continuo a pensare che non sia stato
Monk. Ha ammesso di essere andato a casa sua ma, in quel momento, lei si trovava gi in ospedale.
Quando l'ho riportata al cottage, ho pensato che l dentro fosse entrata una volpe, perch Monk aveva
usato il terriccio di una tana per coprire il proprio odore. Era impossibile non notarlo. Se fosse gi stato
l quando l'ho trovata nel bagno, me ne sarei accorto."
"Piscio di volpe? Quel bastardo  davvero astuto." Terry sembrava quasi ammirato. "Girano un sacco di
voci.
Che intratteneva una relazione con Angela Carson. Che forse non aveva alcuna intenzione di ucciderla."
Mi sfregai gli occhi. Non avevo voglia di parlarne, ma non potevo biasimare Terry per il suo desiderio
di sapere.
" possibile."
"Stai scherzando?"
Non esisteva alcun motivo per cui non dovessi dirglielo.
"Prima di uscire dall'ospedale sono andato da un neurologo.
Mi ha parlato di un disturbo chiamato "sindrome del lobo frontale". Talvolta si presenta quando la
parte anteriore del cervello  danneggiata."
"E allora?"
"Hai presente la rientranza nel cranio di Monk?" Mi picchiettai la fronte. "Forse la causa  un'errata
manovra col forcipe durante il parto. E risaputo che sua madre ha perso la vita nel darlo alla luce.
Ebbene io credo che il suo lobo frontale venne danneggiato proprio allora. Gli individui affetti da
quella sindrome talvolta si dimostrano violenti e imprevedibili, e spesso faticano a rammentare le azioni
compiute. In alcuni casi sono soggetti ad attacchi epilettici che li portano a ridere insensatamente, o a
gridare, o a scagliarsi contro cose inesistenti. Sono le cosiddette "crisi gelastiche" ma, poich tendono a
verificarsi durante il sonno,  piuttosto raro che vengano diagnosticate. Di solito, vengono attribuite
semplicemente ai terrori notturni.
O ai 'capricci', come dicevano gli agenti carcerari."
Terry fece spallucce. "Pu anche essere cos. Ma questo eventuale problema al lobo frontale non
giustifica minimamente tutti i suoi crimini."
"No, non tutti. Comunque  possibile che non abbia stuprato e ammazzato Angela Carson. Avevano
una relazione, e probabilmente l'ha uccisa in un raptus dopo un rapporto sessuale. Se la ragazza ha
tentato di calmarlo, deve aver solo peggiorato la situazione: considerando la forza di Monk non esiste
una grande differenza se l'ha colpita in modo intenzionale o no."
Terry proruppe in una risata incredula. "Ma dai! Non dirmi che pensi davvero che qualcuno si berr
questa storia!"
Non potevo condannare lo scetticismo di Terry. Non sapevo quanta parte di ci che mi aveva detto
Monk fosse credibile. Era pur sempre un uomo violento e pericoloso, e il ricordo dell'incidente e del
percorso da incubo nella caverna mi avrebbe perseguitato a lungo.
In qualsiasi caso, l'intera vicenda non era affatto chiara e semplice come tutti si ostinavano a dire. Al
pari delle azioni di Monk. Anche se Simms insinuava che il fuggiasco stesse perseguendo uno scopo
preciso quando ci aveva concesso di andarcene, io ricordavo che si era infilato nella fenditura per
aiutarmi con Sophie, quando avrebbe potuto abbandonarci al nostro destino - probabilmente funesto.
Non era il gesto di uno spietato assassino.
"Penso che quando abbiamo studiato Monk, ci siamo limitati a cogliere ci che volevamo vedere," dissi.
"Era un mostro che aveva scientemente stuprato e ammazzato di botte una ragazza sorda. Ma se si
toglie il termine della volontariet dall'equazione, tutto cambia. Per esempio, ci si presenta la questione
se abbia davvero ucciso Tina Williams e le gemelle Bennett."
"Ha confessato! Che diamine!"
"Voleva punirsi." Ricordai gli occhi privi di vita - e pieni di dolore - di Monk. Per quanto grande fosse
la ripugnanza che la societ avvertiva verso quell'uomo, non era nulla in confronto a quella che lui
provava per se stesso.
"Aveva ucciso Angela Carson durante un raptus e, per quanto ne sappiamo, potrebbe aver ammazzato
anche le altre ragazze. Io, per, dubito seriamente che ormai gli importasse qualcosa delle altre accuse di
omicidio."
Terry sbuff. "Se  questo che pensi, credo che Monk non sia l'unico ad avere problemi mentali."
Ero troppo stanco per mettermi a discutere. "Quello che penso io non ha alcuna importanza. Si tratta
di una condizione psicologica, non di una malattia mentale. Ecco perch gli psichiatri non l'hanno
rilevata. Ora che sanno cosa cercare, sar diverso."
"Sei convinto delle tue affermazioni, vero?" Terry si mordicchi un labbro. "Se sostiene di non aver
ucciso le altre ragazze, allora chi  l'autore di quegli omicidi?"
Mi strinsi nelle spalle, resistendo a un'ondata di stanchezza.
"Hai mai sentito parlare di un certo ispettore Jones?
Terry fren: l'auto davanti aveva rallentato. "Cosa fa questo coglione?" borbott. "Jones? Non mi pare.
Perch?"
Durante le ore trascorse a letto, avevo avuto il tempo di riflettere su un'altra cosa. Se Monk - e Walker -
avevano detto la verit, allora il poliziotto che si era premurato di piazzare gli oggetti delle ragazze sotto
la roulotte rientrava chiaramente tra i sospetti. Peccato che, secondo Naysmith, Jones non esisteva.
Comunque avevo parlato fin troppo. "Non importa. E solo una cosa che mi ha detto Monk. "
Terry mi lanci un'occhiata. "Sembri distrutto. Abbiamo ancora mezz'ora di strada. Perch non ti metti
tranquillo e riposi?"
Stavo gi reclinando il capo e chiudendo gli occhi. Un guazzabuglio di immagini mi attravers la mente
- l'antro sotterraneo, l'incidente, la rientranza sulla fronte di Monk, nella quale si addensavano delle
ombre. Vidi il corpo straziato di Tina Williams, imbrattato di fango; sentii la risata tonante di
Wainwright; udii il rumore di un piccone che affondava nella torba umida... Poi l'auto sobbalz per una
buca e mi svegliai.
"Di nuovo tra i desti?" chiese Terry.
Mi sfregai gli occhi. "Scusa."
"Non preoccuparti. Siamo quasi arrivati."
Guardai fuori dal finestrino, e vidi che eravamo nei pressi di Padbury. Avevo dormito, e adesso le
ombre del crepuscolo cominciavano a infittirsi. Ultimamente, avevo la sensazione di trascorrere gran
parte del tempo nell'oscurit.
Mi ripromisi di concedermi una vacanza non appena questa vicenda fosse finita. Un autentica vacanza,
in un posto caldo e soleggiato. Poi mi sovvenne Sophie nel letto d'ospedale, e tutti i pensieri gioiosi si
dileguarono.
Terry si ferm in fondo al giardino, dietro alla mia auto.
Sollev gli occhi verso la casa, lasciando il motore acceso.
"Be', eccoci arrivati. Vuoi che resti a farti compagnia?"
"No, non ho alcuna intenzione di trattenermi." Feci una pausa, con le dita sulla maniglia della portiera.
"E tu? Cosa farai adesso?"
Un'ombra gli attravers il volto. "Bella domanda. Mi sorbir la strigliata di Simms, e poi... Be', poi...
vedremo.
Cercher di ricominciare da capo, credo."
"Buona fortuna."
"Grazie." Guard attraverso il parabrezza. "Allora... nessun rancore?"
Pensai che probabilmente non avrei pi rivisto Terry.
Anche se non potevo considerarlo un dispiacere, significava che un altro capitolo della mia vita si stava
concludendo.
Non era necessario che ci comportasse un epilogo negativo.
Prima o poi bisogna lasciarsi il passato alle spalle.
Annuii. Terry mi tese la mano. Esitai un attimo, prima di stringergliela. "Abbi cura di te, David.
Speriamo che Sophie se la cavi."
Non c'era altro da dire. Con un certo disagio, scesi dall'auto; la guardai allontanarsi, finch i fanali
posteriori non scomparvero. Il vento stava rinforzando: presto si dissolsero gli ultimi echi del rombo
del motore, sostituiti dal fruscio dei rami spogli.
Mi massaggiai il collo. Mi doleva ogni parte del corpo; durante il viaggio, i miei muscoli si erano
irrigiditi.
Riscuotendomi, mi incamminai lungo il vialetto. La casa era immersa nell'oscurit. Le tende chiuse -
erano gi cos la sera prima, quando l'avevamo lasciata precipitosamente - le conferivano quell'aria di
abbandono che hanno i cottage sfitti. Volevo soltanto prendere la mia sacca e andarmene. Non avevo
nessuna voglia di guidare, ma l'idea di restare l da solo mi turbava. Anche se Sophie non avrebbe avuto
nulla da obiettare, mi sarei sentito in imbarazzo.
Arrivai fino alla porta principale, prima di rendermi conto che non avevo la chiave. Provai comunque
ad aprirla, ma era chiusa - un'ulteriore precauzione di Nick Miller o Steph Cross. Sconfitto, mi
appoggiai pesantemente all'uscio. Poi mi ricordai della chiave di riserva che Sophie teneva nella fornace.
Mi augurai che avesse nascosto l quella nuova, visto che era stata sostituita la serratura. Ti prego, fa'
che ci sia.
La malconcia struttura di mattoni si stagliava davanti a me mentre percorrevo il sentiero. Il ponteggio
rugginoso si levava come un patibolo contro il cielo che si rabbuiava.
La porta della fornace cigol quando la aprii e cercai a tastoni l'interruttore. Lo premetti, per non
accadde nulla. Riprovai un paio di volte - nessuna luce: la lampadina doveva essersi bruciata. Fantastico.
Avevo una torcia nell'auto ma, naturalmente, le chiavi erano in casa: le avevo lasciate l nella fretta della
sera prima.
Spalancai la porta al massimo ed entrai. Nella fioca luce di quella giornata che volgeva al termine scorsi
a malapena le vaghe forme dei vasi disposti sugli scaffali, simili a reperti di un'antica tomba. Il mattone
dietro il quale Sophie nascondeva la chiave di riserva era vicino al camino puntellato dal ponteggio. La
polvere d'argilla e l'odore di intonaco umido mi pizzicarono la gola mentre attraversavo il locale.
Nonostante il fastidio, avvertii un profumo forte e familiare: l'avevo appena percepito quando qualcosa
scricchiol sotto le suole dei miei scarponi. Dopo che i miei occhi si furono abituati all'oscurit, notai
che il pavimento era disseminato di cocci. Intontito, cercai di riflettere: all'improvviso, riconobbi
quell'essenza incongrua per l'ambiente.
Dopobarba.
Mi fermai di colpo; i peli della nuca mi si rizzarono. Mi voltai di lato. Il chiarore del crepuscolo non
arrivava fin l. Di fronte a me, soltanto le tenebre. Fissai il punto dove sembravano addensarsi. Udii il
fruscio di un movimento.
"Sei tu, Hunter?" chiese Roper.
Capitolo 30
Roper scrut l'oscurit, nel tentativo di scorgere la mia sagoma. Nel buio della fornace, anch'io ero
invisibile.
"Sono felice di vedere che non hai risentito troppo della nottata," disse. "L'hai scampata bella, a quanto
ho sentito."
Il cuore mi batteva all'impazzata, mentre mi sforzavo di schiarirmi le idee. "Cosa ci fai qui?"
Anche senza vederlo, capii che si stringeva nelle spalle.
"Oh, sono solo venuto a controllare la situazione. La signorina Keller dovrebbe proprio decidersi a far
installare una serratura. A meno che non la disturbi il fatto che la gente entri nel suo laboratorio,
naturalmente."
L'idea sembrava divertirlo. "Non ho visto la tua auto," dissi.
"L'ho lasciata in una piazzola poco pi avanti. Ho pensato che una passeggiatina mi avrebbe fatto un
gran bene.
E avrebbe impedito a chiunque di scoprire che era l.
Adesso cominciavo a ragionare con maggior lucidit. E cominciavo a pensare che forse Darren Walker
aveva detto la verit riguardo al poliziotto che si era prodigato intorno alla roulotte di Monk. L'ispettore
Jones poteva anche non esistere, ma ci non significava nulla.
Di certo, un assassino non avrebbe mai dato il suo vero nome.
Tentai di assumere un tono disinvolto, calcolando le mie chance di raggiungere la porta senza venir
intercettato da Roper. "Ti ha mandato Simms?"
"In questo momento, il vicedirigente superiore deve occuparsi di mille altre faccende. No, diciamo che
sono qui per levarmi una certa curiosit." Si sent lo scatto di un interruttore e la lampada sul banco di
lavoro si accese. Era adagiata sul piano: Roper la raddrizz e si guard intorno disgustato. "Qualcuno si
 davvero divertito!"
La luce illumin una scena di devastazione. Gli scaffali apparivano vuoti, e le ciotole e i piatti di Sophie
erano in frantumi sul pavimento. Persino il pesante forno elettrico era stato rovesciato sul lato, e aveva
lo sportello aperto.
"Ho l'impressione che qualcuno stesse cercando un oggetto preciso, e tu?" Roper sorrideva, ma i suoi
occhi erano attenti e indagatori. "Ti spiacerebbe dirmi perch sei qui, Hunter?"
"Sono venuto a riprendere l'auto."
"Piuttosto strano come garage."
"Ho lasciato la mia sacca in casa di Sophie. E qui c' la chiave di riserva."
"Davvero?" Scrut la fornace. "E davvero brava a nascondere le cose, la signorina Keller. D'altronde,
non potrebbe essere altrimenti per un'ex consulente comportamentale.
Immagino che dipenda dal fatto che sa dove trovare quanto cerca."
Persi la pazienza. Era inutile continuare con quei giochetti.
"Hai trovato quello che cercavi?"
"Io?" Roper parve sinceramente sbalordito. "Penso che ci sia un banale equivoco, Hunter. Non sono
l'autore di questo scempio."
Sembrava offeso. Anche se non ero del tutto convinto, i miei sospetti cominciarono a dileguarsi. "E chi
 stato, allora? "
"Be',  proprio questo il punto, non ti pare?" Roper osserv lo sfacelo, grattandosi il ventre,
soprappensiero.
"Conosci bene la signorina Keller?"
"Perch?"
"Perch sto cercando di stabilire se sei coinvolto in questa faccenda."
Dalla sua voce traspariva un'improvvisa tensione: i miei ultimi dubbi sul suo conto sparirono. In
precedenza, non avevo mai preso molto sul serio Roper. Mi era sempre sembrato una mera appendice
di Simms, promosso per una questione di fedelt pi che di merito.
Osservandolo adesso, mi domandai se non possedesse altre qualit.
Forse Sophie non era l'unica persona sulla scena a saper nascondere le cose.
"Erano otto anni che non la vedevo," dissi, prudentemente.
"Sei andato a letto con lei?"
Soffocai l'impulso di rispondergli che non erano affari suoi. "No."
Emise una sorta di grugnito, una nota di soddisfazione.
"Secondo te, Hunter, tutta la tempistica di questa storia non  piuttosto strana? Terry Connors si
presenta all'improvviso alla tua porta per avvertirti del pericolo rappresentato dalla fuga di Monk. Ti
domanda se hai mantenuto dei rapporti con qualche persona coinvolta nelle ricerche di otto anni fa. Poi
la signorina Keller - o la signorina Trask, come si fa chiamare negli ultimi tempi - ti telefona per
chiederti aiuto. Arrivi e la trovi priva di sensi in bagno, e la sua casa  stata messa a soqquadro.
Un tentativo di furto, ma il ladro non si  preso il fastidio di portar via niente."
"Ha detto che le hanno rubato dei soldi e qualche gioiello."
Respinse la mia affermazione con un gesto. "Non ci credi neanche tu, vero? Be', io non sono neppure
convinto della sua 'amnesia'. Qualcuno entra in casa sua e la stordisce - e lei non ricorda niente? Ma...
per favore! "
"Pu succedere."
"Sicuro. Tuttavia non ha mai mostrato un'autentica preoccupazione per la vicenda. A questo punto,
viene spontaneo domandarsi se ha mentito. E chi cercava di proteggere? Se stessa o qualcun altro?"
Aprii la bocca per sollevare un'obiezione, poi mi resi conto che si era limitato a esprimere i miei stessi
pensieri.
Quelli -che, fino ad allora, non avevo voluto ammettere.
"Cosa vorresti dire?"
"Soltanto che non credo nelle coincidenze." Allontan un coccio con la punta del piede. "Se devi
nascondere qualcosa di prezioso, hai due possibilit. La prima: metterlo in un luogo veramente sicuro,
dove nessuno riuscir mai a trovarlo. Ma c' un problema: se arrivi a pensare a un posto simile, anche
qualcun altro sar in grado di farlo. La seconda: metterlo in un luogo dove a nessuno verr mai in
mente di guardare. Un posto talmente ovvio che neppure una persona sar sfiorata dall'idea che sia un
nascondiglio. Preferibilmente un posto dove puoi vederlo ogni giorno."
Fissai il banco di lavoro sul quale Sophie aveva ammassato gli avanzi d'argilla. E solo una cattiva
abitudine. Mi ricordai che si era precipitata l, non appena era uscita dall'ospedale, con la scusa di
prendere la chiave di riserva.
Aveva fatto scorrere la mano sulla grossa palla dei rimasugli, quasi per tranquillizzarsi. Era sotto gli
occhi di tutti, ma troppo grande per venir spostata.
Adesso non mi stupiva il rifiuto di trasferirsi in una residenza protetta.
"Forse ha nascosto qualcosa in una palla di scarti di argilla," dissi. Sophie non si era neppure presa il
fastidio di far installare una serratura alla porta della fornace, come per gridare al mondo che l dentro
non c'era niente di prezioso.
Roper sorrise. "Mi interessa pi sapere cosa fosse nascosto che dove. Tutto  cominciato con la fuga di
Jerome Monk e, di conseguenza, deve avere a che fare con lui. Di certo, qualunque cosa fosse, doveva
essere tremendamente importante, visto che la signorina Keller era disposta a correre il rischio di
affrontare quell'assassino per non lasciarla incustodita."
E cos rilevante da spingere qualcuno a colpirla e ad abbandonarla priva di sensi mentre rovistava in
casa. Adesso la mia mente lavorava a pieno regime: si era liberata delle ultime ragnatele di stanchezza.
"Ieri pomeriggio, Terry Connors ha cercato di convincermi a portar via Sophie," dissi. "Era questo il
motivo per cui ha voluto incontrarmi."
"Davvero? E allora forse Monk gli ha fatto un enorme favore, togliendola di mezzo e lasciandogli la
libert di trovare ci che cercava." Roper osserv i cocci sparsi sul pavimento, mentre un sorriso gli
affiorava sulle labbra.
"Per essere un poliziotto sospeso dal servizio, nutre un interesse morboso per questo caso. Credo che
sia giunto il momento di fare quattro chiacchiere con il 'sergente' Connors."
Avvertii un groppo gelido alla bocca dello stomaco.
Fino a qualche momento prima, ero stato oppresso da uno sfinimento tale che non avevo pensato al
motivo per cui Terry si fosse presentato davanti all'ospedale. Avevo attribuito le sue domande alla
curiosit - ora, per, non era questo a preoccuparmi. Mi aveva detto di non sapere dove abitasse
Sophie, e tuttavia mi aveva condotto l senza che gli fornissi alcuna indicazione.
Conosceva la strada.
"Sono stato con lui fino a poco fa," dissi. "Mi ha dato un passaggio."
Il sorriso di Roper svan all'istante. "Connors era qui!"
"Mi ha lasciato davanti al giardino ed  ripartito."
"Merda! " Roper infil una mano in una tasca per prendere il cellulare. "Dobbiamo andarcene
immediatamente.
Avrei dovuto... "
Prima che potesse terminare la frase, un'ombra varc la soglia e arriv alle sue spalle. Quando lo colp
alla nuca con un oggetto imprecisato, udii il ripugnante tonfo del metallo sull'osso. Roper stramazz
con la faccia sul pavimento - non aveva nemmeno potuto tentare di attutire la caduta.
Terry torreggiava sopra di lui, ansante. Tra le mani, stringeva uno spezzone di tubo del ponteggio.
Abbass lo sguardo, con la bocca torta in un ghigno.
"Sognavo di farlo da un sacco di tempo."
Tutto era accaduto cos in fretta che non avevo avuto il tempo di reagire. Ero rimasto immobile,
sbalordito sia dall'apparizione di Terry, sia dall'improvvisa esplosione della violenza. In quell'uomo c'era
qualcosa di selvaggio; aveva un'aria febbrile e disperata. I suoi capelli sempre pettinati con cura ora
apparivano arruffati dai rami; le scarpe e il fondo dei pantaloni erano schizzati di fango.
Respirando affannosamente, si pul la bocca con la manica e sollev lo sguardo verso di me.
"Cristo, David. Non potevi semplicemente raccattare le tue cose e andartene?"
La mia mente aveva ripreso a funzionare. Non avevo udito alcun rumore d'auto: probabilmente Terry
l'aveva parcheggiata lungo la strada ed era tornato passando per i campi. Forse dopo aver visto la
macchina di Roper nella piazzola. L'ispettore giaceva sul pavimento, dov'era caduto.
Sulla sua nuca luccicava il sangue scuro, quasi nero nella luce della lampada. Alcuni denti anteriori si
erano spezzati nell'impatto con il suolo. Non riuscivo a vedere se respirasse ancora.
Mi mossi per avvicinarmi, e Terry alz minacciosamente il corto tubo. "Non provarci neppure! "
Mi fermai, tenendomi fuori dalla sua portata. "Su, posa quel tubo. Rifletti su quello che stai facendo."
"Credi che non l'abbia gi fatto? Cristo, pensi che provi piacere?" Uno spasmo d'angoscia gli attravers
il volto.
Sferr un calcio a un coccio. Rimbalz contro il ponteggio che sorreggeva la parete curva della fornace
e rotol nell'oscurit.
"Se proprio vuoi trovare un responsabile, be'...  Sophie! E colpa sua se siamo arrivati a questo punto! "
"Sophie? E perch?" Mi sovvennero le parole di Roper riguardo al nascondiglio: la sfera d'argilla, i cui
frantumi erano disseminati sul pavimento. "Quello che nascondeva era davvero importante?"
Credevo che non avrebbe risposto. Scosse il capo, ma la stretta della mano sul tubo parve allentarsi.
"Era il diario di Zoe Bennett."
Fu allora che cominciai a capire. Zoe, la ragazza estroversa che, al contrario della gemella, preferiva le
feste agli studi. E Terry, il donnaiolo che aveva subito l'onta delle dimissioni obbligate dalla Polizia
Metropolitana londinese, dopo una storia di molestie sessuali. Per risollevare il suo ego, cosa c'era di
meglio di un'aspirante modella diciassettenne, bella e vivace?
"C'era il tuo nome l dentro, vero?" dissi.
Le sue spalle si afflosciarono. Lo spezzone di tubo era scivolato ancora pi in basso, quasi dimenticato.
"Ci siamo frequentati per un paio di mesi. Le fotografie non le rendono giustizia: era davvero uno
schianto.
Il problema  che lo sapeva. Aveva gi pianificato tutto: sarebbe andata a Londra, avrebbe firmato un
contratto con un'importante agenzia di modelle. Per quanto mi riguardava, era intrigata dal fatto che
avessi prestato servizio nella Polizia Metropolitana e che potessi raccontarle mille storie su Soho e tutto
il resto."
Quel ricordo gli strapp un sorriso, che svan quasi subito.
Sulla sua bocca comparve una smorfia.
"Poi l'ho vista con un altro. Un bastardello sui ventanni, con l'auto appariscente. Hai capito il tipo, no?
Abbiamo litigato, e lei mi ha urlato che avrei dovuto accontentarmi delle donne della mia et. Mi ha
detto che ero un perdente, che era patetico stare ad ascoltarmi mentre parlavo in continuazione di
Londra. La situazione mi  sfuggita di mano. Quando le ho rifilato un ceffone, lei ha iniziato a dare in
escandescenze. Ha cominciato a gridare che mi avrebbe fatto perdere il lavoro, dicendo a tutti che
l'avevo violentata. Eravamo nella mia auto, e avevo paura che qualcuno ci sentisse. Volevo che
smettesse, che tacesse: le ho afferrato il collo e... E... Ed  successo tutto dannatamente in fretta.
Cercava di divincolarsi, si dibatteva, e un attimo dopo..."
Abbassai lo sguardo verso Roper, morto o svenuto ai suoi piedi. "Ges, Terry..."
"Lo sol Credi che non lo sappia?" Aveva lasciato ricadere il tubo lungo i fianchi, ma continuava a
stringerlo.
Si pass l'altra mano tra i capelli, con un'espressione sofferta sul volto. "Avevo affittato un garage, e ho
nascosto l il corpo. Ho pensato... Ho pensato che, se non avessi commesso un errore, la sparizione
sarebbe stata archiviata come l'ennesima fuga adolescenziale. Zoe diceva sempre che presto sarebbe
andata a Londra."
"Aveva diciassette anni! "
"Oh, non attaccare con le prediche," sbott, lasciando intravedere un barlume del suo antico
temperamento.
"Cos'avrei dovuto fare? Costituirmi? Non sarebbe servito a riportarla in vita! Avevo Debs e i ragazzi cui
pensare!
Che senso aveva rovinare anche le loro vite?"
Avvertii un'ondata di nausea. "Hai ammazzato anche sua sorella?"
Terry parve trasalire. Aveva smesso di sostenere il mio sguardo, e nei suoi occhi era comparsa una vaga
espressione di vergogna. "Lindsey ha trovato il diario di Zoe," disse, tetramente. "C'erano il mio
numero di telefono e una serie di appunti sulla frequenza dei nostri incontri. Su quello che facevamo.
Non l'aveva detto a nessuno perch non voleva infangare la reputazione di Zoe. Pensava che, essendo
un ispettore di polizia, avrei potuto aiutarla."
Cristo. E cos aveva regalato a Terry l'unica prova che avrebbe potuto incastrarlo, collegandolo alla
morte della sorella. E con questa azione era diventata il solo testimone pericoloso.
"Non guardarmi in quel modo! " strill Terry. "Mi sono lasciato prendere dal panico, va bene? Se si
fosse parlato di quella storia, sarei stato un uomo finito! Non potevo permettermi che qualcuno si
presentasse a casa mia e mi facesse delle domande. E poi... assomigliava talmente a Zoe: quando la
vedevo, avevo la sensazione che mi stesse accusando!"
"E Tina Williams? Perch l'hai..." Mi interruppi a met frase, allorch compresi improvvisamente i
termini dell'enigma. Un'altra affascinante adolescente con i capelli scuri. "E stata solo un diversivo,
vero? Esattamente come il sosia di Monk di otto anni fa. Cos sarebbe sembrata l'opera di un
serial-killer e avrebbe distolto l'attenzione dalle gemelle."
Sul volto di Terry comparve una strana espressione, quasi si trovasse di fronte a una parte di s che
faticava a riconoscere. Fece spallucce, ma continu a evitare il mio sguardo.
"Qualcosa del genere."
Ora il mio shock si era trasformato in rabbia e disgusto.
"Io l'ho vista, Terry! Ho visto quello che le hai fatto! Ges, le hai calpestato la faccia! "
"Era gi morta! " url. "Ho perso la testa, va bene? Cristo, pensi che fosse qualcosa di premeditato?
Credi che mi sia piaciuto?"
Non importa: sono comunque morte. Ma questo spiegava molte cose. D'un tratto, il comportamento di
Terry durante le ricerche, soprattutto quando Monk si era inesplicabilmente offerto di guidarci nella
brughiera, diventava pi comprensibile. E Pirie si era avvicinato tremendamente alla verit: infatti il
medico legale aveva ipotizzato che le terribili ferite inflitte a Tina Williams fossero un'espressione della
vergogna dell'assassino, un tentativo di cancellare la propria colpa. Una considerazione suggestiva, ma
poco verosimile, visto che identificavamo l'assassino con Monk. Ma adesso...
Non c'era da stupirsi se la vita di Terry era andata in pezzi.
Oltre la soglia alle sue spalle, vidi che stava annottando.
La lampada gettava un bozzolo di luce, oltre il quale le tenebre della fornace sembravano infittirsi. Non
avevo idea di quanto tempo avessi trascorso l, tuttavia non potevo sperare nell'arrivo dei soccorsi.
Roper non si era ancora mosso e, come mi aveva detto, nessuno sapeva dov'era andato. Comunque
dovevo superare Terry, anche se non sapevo minimamente in quale maniera. Tranne i cocci delle
terraglie, a portata di mano non c'era nulla che potessi usare come arma.
"Jones  il nome migliore che ti sia venuto in mente?" gli domandai.
"Hai capito anche questo, eh?" Terry trov la forza di sorridere. Sembrava pi calmo, sollevato per
poter infine confessare quel che aveva fatto. "L'alternativa era 'Ispettore Smith'. Monk rappresentava
un'opportunit irripetibile: non potevo lasciarmela sfuggire. Tenevo ancora nascosti alcuni oggetti
personali di Zoe, ma dovevo agire rapidamente, prima che la sua roulotte venisse invasa da sciami di
agenti della Scientifica. Forse avrei dovuto essere pi prudente. Per poco non sono andato a sbattere
contro Walker. A quel punto, gli ho mostrato il distintivo e ho giocato la carta dello sbirro. Prima l'ho
terrorizzato; poi gli ho detto che se avesse tenuto la bocca chiusa, mi sarei prodigato per aiutarlo."
E per otto anni Terry aveva mantenuto la parola. E staio accusato di un gran numero di furti, aveva
detto Naysmith.
Ma l'ha sempre sfangata. Non c'era da stupirsi, visto che un poliziotto lo copriva, facendo in modo che
tutte le prove si perdessero o venissero repertate erroneamente.
Solo quando Terry era stato sospeso dal servizio, e l'ispettore Jones l'aveva abbandonato al proprio
destino, Walker aveva deciso di parlare.
E Monk l'aveva ammazzato di botte.
Di sicuro, Terry aveva capito il movente di quel delitto.
Dopo la fuga di Monk, probabilmente si era lasciato prendere dal panico. Soprattutto perch esisteva
un'altra prova che poteva collegarlo a Zoe Williams.
"Come mai il diario  finito nella mani di Sophie?" gli chiesi.
"Quella stronza curiosa ha ficcato il naso tra le mie cose.
E accaduto circa un anno dopo le ricerche. Debs mi aveva sbattuto fuori di casa, e cos avevo affittato
un appartamento.
Sophie e io tornammo insieme. Avevo sempre pensato di liberarmi del diario, ma non l'avevo mai fatto.
Un'autentica idiozia. L'avevo nascosto... Sophie, per, si  sempre dimostrata eccezionale nel trovare le
cose."
Sembrava amareggiato. Considerai che la loro relazione non era stata il breve flirt di cui mi aveva
parlato Sophie: comunque non era il momento di indugiare su simili dettagli.
Mi parve di scorgere il movimento di una mano di Roper, ma non mi azzardai a voltarmi per
accertarmene.
Tenni lo sguardo fisso su Terry.
"Che cosa sa, lei?"
"Soltanto che mi scopavo Zoe: il diario era molto esplicito.
Si  incazzata tremendamente perch era successo nel periodo in cui ci frequentavamo. E andata fuori
di testa. Si  rifiutata di dirmi cosa ne aveva fatto del diario, limitandosi ad affermare che era 'al sicuro'."
A quel ricordo, sul suo volto si dipinse un'espressione orribile.
"Maledetta ricattatrice. Finch Monk era in prigione e l'indagine formalmente chiusa, non mi sembrava
particolarmente importante. Non avrebbe potuto raccontare niente a nessuno, senza ammettere di aver
nascosto una prova. Ma quando Monk  scappato... Be', tutto  cambiato."
"E questo il motivo che ti ha sprofondato nel panico e ti ha spinto a presentarti alla mia porta? Per
scoprire se Sophie mi aveva detto qualcosa?"
"Non sono sprofondato nel panico. Volevo soltanto riprendermi quel fottuto diario! E poi... io conosco
Sophie.
Se avesse dovuto chiedere aiuto a una persona che aveva partecipato alle ricerche, sapevo che avrebbe
chiamato te."
 geloso? Dal pavimento giunse un gemito gorgogliante.
Terry abbass lo sguardo verso Roper con aria sorpresa, quasi si fosse dimenticato di lui. L'ispettore si
contorse, e le sue palpebre fremettero.
"No!" gridai, mentre Terry sollevava il corto tubo.
Si ferm, senza abbassarlo. Mi sembr di scorgere sul suo volto una vaga espressione di rimorso.
"Prima di vedere l'auto di Roper, avevo deciso di lasciarti andare. Ma ora non posso farlo, lo capisci,
vero? Certo che lo capisci."
In effetti, lo comprendevo. E non vedevo cos'altro potessi aspettarmi. "E cosa mi dici di Sophie?"
"Cosa vuoi che ti dica? Senza il diario non pu far niente.
"Non ti importa di ci che le hai fatto?"
"Ci che le ho fatto? Cristo! Per anni, quella stronza intrigante ha reso la mia vita un inferno! "
"Era spaventata! E adesso si ritrova in terapia intensiva per colpa tua! "
Rimase a fissarmi, dimenticandosi momentaneamente di Roper. "Di cosa diavolo stai parlando?"
"Non  stato Monk a provocare l'emorragia cerebrale.
Sei stato tu, quando hai fatto irruzione in casa sua per cercate il diario."
"Cazzate! Non ci credo!"
"Devi credermi. L'emorragia  una conseguenza della caduta sul pavimento del bagno. Si  fatta
dimettere dall'ospedale prima che potessero rilevare la formazione di un ematoma. Voleva tornare qui
per controllare che ci fosse ancora il diario. E neppure allora ha rivelato l'accaduto.
Anche se era terrorizzata, non ha mai smesso di proteggerti!"
"Stava soltanto proteggendo se stessa! Badava al proprio interesse, come ha sempre fatto! " Punt lo
spezzone di tubo contro di me. "Se pensi di riuscire a farmi sentire in colpa, scordatelo. Se l' cercata!"
"E se muore, sar solo un altro incidente? Come quello di Zoe Bennett?"
Dal modo in cui mi fiss, capii di essermi spinto oltre il limite. Si udiva soltanto il mesto sibilo del
vento all'esterno della fornace. Terry spost la presa sul palo.
"Almeno dimmi dove sono sepolte," mi affrettai a chiedergli.
"A che pro? Hai avuto la tua occasione, otto anni fa."
Parve chiudersi in se stesso; il suo volto si spogli di ogni espressione. "Basta! E arrivato il momento di
chiudere questa storia."
Cominci ad avanzare verso di me ma, all'improvviso, vacill; Pensai che avesse incespicato; poi vidi la
mano di Roper intorno alla sua gamba. La parte inferiore del suo viso luccicava di sangue nella luce
della lampada; i denti anteriori erano spezzati all'altezza della gengiva. Mentre si sforzava per rialzarsi, i
suoi occhi apparivano scintillanti e carichi di rancore.
"Figlio di puttana!" grid Terry. Mentre mi scagliavo verso di lui, sferr un colpo con il tubo. Lo schivai
rinculando e, quando rovinai contro il camino centrale della fornace, avvertii una sorta di raschio
metallico sotto la spalla. Con uno strattone, Terry liber la gamba e tir un calcio alla testa di Roper,
quasi fosse un pallone da rugby.
Risuon un rumore sordo - simile a quello di un'anguria che si schianta sul pavimento - e il capo
dell'ispettore ricadde all'indietro. Terry mi punt di nuovo, e io afferrai il mattone dietro il quale Sophie
nascondeva la chiave di riserva e glielo lanciai contro. Tent di intercettarlo con il tubo: con poca forza,
lo centr al volto, prima di cadere con un tonfo.
"Bastardo!" strepit Terry, spruzzando saliva frammista a sangue. Poi cerc di colpirmi alla testa.
Riuscii ad alzare un braccio, ma il corto tubo raggiunse comunque la mia gabbia toracica. Sentii le
costole che si incrinavano e l'aria che sgusciava fuori dai miei polmoni.
Stramazzai su un tappeto di cocci taglienti: un nuovo dolore esplose dentro di me. Terry si avvicin e
mi rifil una scarpata nello stomaco.
Mi contorsi, senza pi riuscire a respirare. Muoviti!
Fa' qualcosa! Ma le membra si rifiutavano di obbedirmi.
Terry torreggiava sopra di me, ansimando pesantemente, con il volto madido di sudore. Con le dita,
tast piano la ferita alla testa; poi guard i polpastrelli chiazzati di sangue.
I suoi lineamenti si contorsero in una smorfia.
"Sai una cosa, Hunter? Sono felice che non te ne sia andato quando ti ho offerto quella possibilit,"
disse, ansante, e sollev il corto tubo sopra la testa.
All'improvviso, la porta della fornace si spalanc alle sue spalle.
Monk, pensai istintivamente. Ma sulla soglia non c'era nessuno. L'uscio oscill per il vento. Nel
momento in cui Terry si volt di scatto verso l'ingresso, Roper si lanci su di lui.
Riusciva a malapena a reggersi in piedi, ma colse Terry impreparato. L'impeto li spinse oltre di me:
andarono a sbattere contro il vetusto ponteggio nei pressi della parete della fornace. La traballante
struttura vibr sotto il loro peso, risuonando come un gigantesco diapason mentre alcuni tubi
s'infrangevano sul pavimento con un rumore di ferraglia. Per l'impatto, ondeggi quasi fosse ubriaca:
pensai che avrebbe retto. Poi, in una sorta di ralenti, l'impalcatura emise un lamentoso cigolio e croll
su di loro come un castello di carte.
Mi parve di cogliere un grido di dolore - non avrei saputo dire da chi provenisse. Mi raggomitolai,
riparandomi il capo, mentre le assi e i tubi di metallo si schiantavano al suolo. L'ambiente risuon di
una specie di scampanio folle e stonato che parve echeggiare all'infinito.
Poi scese il silenzio.
Le orecchie mi ronzarono mentre l'ultima eco si spegneva.
Lentamente, scostai le braccia dalla testa. L'aria era densa di polvere. Nella fornace regnava il buio: il
crollo dell'impalcatura aveva fatto cadere la lampada.
Tossii, boccheggiando: il dolore mi martoriava le costole rotte. Con movimenti goffi e impacciati, mi
diressi verso la parete in fondo alla fornace. Sul pavimento erano disseminati tubi e assi spezzate.
Incespicai, e mi affidai soltanto al tatto per raggiungere il cumulo di detriti.
"Roper? Terry?"
Il mio grido si spense nelle tenebre. Con un tonfo, un mattone cadde nell'oscurit, facendo tinnire i tubi
caduti come campane eoliche dissonanti. Poi udii solo il picchiettio della malta che continuava a
precipitare. Sophie mi aveva detto che l'impalcatura puntellava da decenni il camino e i muri malconci
della fornace.
Ora non c'era pi niente a sostenerli.
Da solo non potevo far nulla: dovevo trovare un telefono.
Nelle tenebre, riuscivo a malapena a distinguere il rettangolo leggermente pi chiaro della soglia.
Barcollando mi feci strada nel groviglio dell'impalcatura crollata.
Fuori l'aria era fresca e dolce. Il cielo rivelava un ultimo, fioco chiarore mentre zoppicavo verso la casa,
con il braccio premuto sulle costole dolenti. La chiave di riserva era ancora nella fornace, tuttavia non
avevo il tempo di cercarla. Ma neppure la forza di abbattere la porta dell'ingresso, con la nuova
serratura: non avevo altra scelta che entrare da una finestra.
Avevo percorso met del sentiero che conduceva alla casa quando sentii un rombo alle mie spalle.
Mi voltai e vidi la fornace che stava crollando. Si pieg piano e, poi, quasi delicatamente, rovin al
suolo. Mi allontanai vacillando, riparandomi gli occhi: un nembo di detriti si gonfiava in ampie volute e
mi investiva con una pioggia di tritume. Poi tutto tacque di nuovo.
Abbassai il braccio.
Una nuvola di polvere si librava su ci che restava della fornace. Oltre met del cono di mattoni era
crollato: adesso un rudere frastagliato si stagliava contro il cielo della sera. L'area di muro dove si apriva
la porta era intatta.
Zoppicando mi diressi l: mi coprii la bocca e il naso con la manica mentre sbirciavo oltre la soglia. Era
parzialmente ostruita dai mattoni.
Questa volta mi parve inutile gridare. Un ultimo mattone rotol sulle macerie con un rumore simile a
quello dei birilli che cadono - poi il nulla. N un suono, n un qualche segno di vita.
La fornace si spalancava davanti a me, buia e silenziosa come una tomba.
Capitolo 31
La polizia trov Monk tre giorni dopo il crollo della fornace. Alla luce dei nuovi sviluppi, le ricerche del
fuggiasco si erano ulteriormente intensificate. Ma neppure allora gli eventi avevano seguito un corso
prevedibile.
Le squadre di soccorso impiegarono otto ore per estrarre Terry e Roper dalle macerie della fornace.
Quando la struttura sopravvissuta al crollo venne messa in sicurezza e fu possibile iniziare a rimuovere i
calcinacci, appariva scontato che non si trattava pi di un'operazione di salvataggio, bens di un
recupero di cadaveri.
Io non ero presente ma, in seguito, mi venne raccontato che regnava un assoluto silenzio sulla scena:
sembrava che i soccorritori e i poliziotti non fiatassero neppure. Dopo che furono rimossi gli ultimi
mattoni, si vide Roper disteso sopra Terry. L'autopsia chiar che era morto quasi subito - non era affatto
strano, in considerazione delle ferite pregresse.
Terry non era stato altrettanto fortunato. Il corpo dell'ispettore l'aveva parzialmente protetto dal crollo,
e nei suoi polmoni c'era una tale quantit di polvere che lasciava intuire che il decesso non era avvenuto
in tempi brevi. Anche se era impossibile dire se fosse rimasto cosciente sino alla fine, la sua morte era
imputabile a soffocamento.
Era stato sepolto vivo.
Le mie ferite erano dolorose, ma non gravi: tre costole rotte per il colpo subito alla gabbia toracica,
oltre ad alcuni tagli ed ecchimosi. Mi ritrovai in ospedale prima che fossero passate ventiquattr'ore dalla
dimissione: stavolta, per, mi assegnarono una stanza singola, non un cubicolo delimitato da una tenda
scorrevole, in modo da evitare la presenza dei giornalisti.
"Lei ha scatenato un autentico pandemonio," mi disse Naysmith. "Come pu immaginare, ci sar uno
scandalo.
Lo sapevo, tuttavia non avevo intenzione di affliggermi in modo particolare per quell'evenienza.
Naysmith mi stava scrutando con grande attenzione.
"E sicuro di averci detto tutto? Non ha tralasciato niente?"
"Perch avrei dovuto omettere qualcosa?"
Quando uscii dall'ospedale e mi ritrovai alla luce del sole, tutto mi parve vagamente irreale. Mi avevano
detto che le condizioni di Sophie erano stabili e che non aveva ancora ripreso conoscenza: in qualsiasi
caso, non mi era concesso di vederla. Non me la sentivo di tornare nel suo cottage, cos presi una
stanza in un albergo. Nei due giorni successivi non ne uscii quasi: ordinavo i pasti in camera e li
piluccavo soltanto, guardando i servizi televisivi sulla vicenda, che occupavano uno spazio
considerevole nei notiziari. Monk non era stato ancora catturato: era un susseguirsi di febbrili
speculazioni su dove si fosse rifugiato e su perch la polizia non l'avesse ancora scovato.
Sapevo che questo non dipendeva dalla mancanza di impegno, giacch Naysmith mi teneva
costantemente aggiornato sugli sviluppi delle indagini. Le piogge non erano cessate, e le squadre di
ricerca che ispezionavano la rete di tunnel e caverne in cui Monk aveva portato Sophie venivano
ostacolate dagli allagamenti. La scoperta di un terzo accesso cre un clima di scoramento generale. Non
si poteva escludere che avesse raggiunto un altro rifugio, o che si fosse addirittura allontanato dal
Dartmoor.
Ma non era andata cos. Quando le acque si ritrassero e consentirono ai soccorritori di addentrarsi nelle
gallerie, Monk fu trovato: il suo corpo era imprigionato nella fenditura dove l'avevo visto l'ultima volta.
Era morto da qualche tempo e, a causa dell'esiguit dello spazio - il cadavere era quasi incastrato tra le
pareti di roccia -, ci volle quasi una giornata di lavoro per liberarlo. Anche se la fenditura era stata
allagata, non era morto annegato. Lo sforzo di infilarsi in quello stretto pertugio si era dimostrato fatale
- credo che l'avesse previsto. Quando la luce della sua torcia era scomparsa, avevo dato per scontato
che fosse riuscito a liberarsi. Ma gli uomini della squadra di ricerca avevano trovato l'interruttore sulla
posizione di "Spento". Era morto da solo al buio, lontano dalla luce del sole e da un qualsiasi contatto
umano.
Aveva fatto una scelta.
Le cause del decesso erano state la polmonite e l'insufficienza cardiaca conseguenti all'overdose di
cocaina ossia ci che mi ero aspettato. L'autopsia era per giunta a due conclusioni rivelatrici. Nella
maggior parte delle persone, le fibre dei muscoli sono unite alle lunghe ossa delle braccia da connessioni
piuttosto delicate. Nel caso di Monk invece erano insolitamente robuste, pi adatte ad agganciare la
compatta muscolatura di una bestia che quella di un uomo.
Questo spiegava la sua forza eccezionale. Ma l'altra scoperta era ancor pi significativa. Nella massa del
cervello erano presenti lesioni significative, in corrispondenza della concavit nell'area sinistra del suo
cranio. Si trovavano nella corteccia orbito-frontale, dove anche un trauma leggero pu provocare
problemi comportamentali e fenomeni epilettici. Con ogni probabilit, erano state causate dal forcipe
durante il parto che era costato la vita a sua madre. Monk era nato menomato: era il capriccio di un
atroce destino, non un mostro.
Eravamo stati noi a trasformarlo in questo.
La notizia della sua morte accrebbe la mia sensazione di essere intrappolato in una sorta di limbo. Ogni
volta che chiudevo gli occhi, mi ritrovavo nel dedalo di caverne con Sophie e Monk. O nella fornace,
dove udivo l'orribile tonfo sordo del tubo che colpiva la nuca di Roper.
A quel punto, i miei pensieri diventavano incontrollabili, come se cercassero di seguire una propria
strada attraverso la mia mente. Avevo l'impressione che ci fosse qualcosa che dovevo assolutamente
ricordare - qualcosa di essenziale.
Ma non capivo che cosa fosse.
Quella notte, riuscii faticosamente a scivolare in un sonno leggero e frammentario; quando mi svegliai,
nelle prime ore del giorno, la voce di Terry risuonava nella mia mente, come se lui si trovasse nella
stanza.
Hai avuto la tua occasione, otto anni fa.
Era una frase che aveva detto nella fornace, ma era rimasta sepolta insieme a mille altri particolari
finch il mio subconscio non l'aveva riportata in superficie. Riflettei a lungo, ponendola in relazione
con tutti gli altri elementi di quella storia che conoscevamo. Quando fui assolutamente certo della mia
idea, chiamai Naysmith.
"Dobbiamo andare nella brughiera."
Nell'avvallamento, l'erba scrocchiava sotto le nostre suole a causa del primo gelo della stagione. Gli
agenti della Scientifica avevano incominciato a scavare sul piccolo terrapieno dove Sophie ci aveva
condotto anni prima.
Naysmith e Lucas erano in piedi accanto a me, intenti a osservare il tasso morto che veniva riportato
nuovamente alla luce. Preservato dalla torba, la carcassa dell'animale era quasi nel medesimo stato di
otto anni prima. Man mano che lo scavo procedeva, ci accorgemmo che i resti apparivano appiattiti,
schiacciati, e molte estremit di ossa scheggiate sporgevano dalla pelliccia lorda di torba.
"Dove pensa che Connors abbia preso il tasso?" domand Naysmith, mentre un agente della Scientifica
sollevava con cautela l'animale.
"L'ha investito con l'auto."
Era quanto mi aveva detto Wainwright quando ero andato a trovarlo: avevo attribuito le sue parole a un
farneticamento.
Mi ero sbagliato. La scoperta del tasso spiegava sia la reazione del cane da cadavere, sia il fatto che il
terreno fosse smosso. Ci era sembrata una traccia che non avrebbe portato ad alcun risultato, e il
ritrovamento della bestiola era stato sufficiente a dissuaderci da ulteriori ricerche.
Peccato che nessuno si fosse domandato perch un animale che prediligeva gli ambienti secchi e
sabbiosi avesse scavato la propria tana in un terreno umido, persino acquitrinoso. Distratti dal tentativo
di fuga di Monk, avevamo trascurato gli altri indizi. Anche nella fossa di Tina Williams erano state
trovate ossa animali. Appartenevano a un coniglio, non a un tasso, ed erano state perfettamente ripulite
dai saprofagi: in qualsiasi caso, la coincidenza avrebbe dovuto insospettirci. Proprio come l'odore della
decomposizione: seppur flebile, era decisamente pi intenso di quanto non avrebbe dovuto essere in
considerazione della sepoltura nella torba.
Ma l'indizio pi evidente era l'osso rotto che Wainwright aveva riportato alla luce. Si trattava di una
frattura comminuta, una lesione frammentata come quelle che avevo riscontrato sul corpo di Tina
Williams. Era davvero strano che un animale morto nella propria tana mostrasse un simile trauma. Di
solito, quella ferita  provocata da un urto violento, deliberato o accidentale. Una caduta, per esempio.
Oppure l'investimento da parte di un'automobile.
Era impossibile sapere da quanto tempo Wainwright l'avesse capito. Forse da anni - e aveva preferito
tacere per non danneggiare la propria reputazione. Ma le persone affette da demenza vivevano spesso
pi nel passato che nel presente. Magari quell'intuizione era rimasta intrappolata nel suo subconscio, in
attesa che un errore dovuto alla degenerazione sinaptica la riportasse in superficie.
Avrei dovuto arrivarci da solo. E cos era stato - qualcosa era accaduto in un recesso della mia mente.
Infatti, quando le ricerche erano giunte al proprio epilogo violento, avevo avvertito il familiare
formicolio che mi indicava la mancata presa di coscienza di un qualche elemento significativo ma
difficilmente percepibile. L'avevo per trascurato. Ero cos sicuro di me, cos convinto delle mie
capacit da rifiutarmi di mettere in discussione le mie conclusioni. Avevo visto soltanto ci che era
ovvio, scacciando dalla mente il caso di Monk, per riprendere la routine della mia vita.
E per lunghi anni non ci avevo pi ripensato.
Trovammo i cadaveri di Zoe e Lindsey Bennett appena sotto la carcassa del tasso. Aveva sepolto le due
sorelle nella medesima tomba per una questione di comodit, o forse per una ragione sentimentale. La
decennale pressione del suolo aveva contorto le loro membra e, quando ritornarono alla luce, pareva
quasi che le gemelle si stessero abbracciando. Anche stavolta la torba aveva operato la propria arcana
magia: entrambi i corpi erano conservati in modo eccezionale, con la pelle e i muscoli praticamente
intatti, e i folti capelli ancora attaccati alla testa.
A differenza di Tina Williams, non mostravano lesioni evidenti.
"Mi chiedo perch non abbia inflitto loro quel tipo di ferite," disse Lucas, guardando le carni solo
chiazzate di torba. "E un segno di rispetto, a parer suo?"
Nutrivo seri dubbi. Terry aveva picchiato a sangue Tina Williams per il disprezzo che provava per se
stesso, non per lei. In quel momento, aveva gi capito chi era diventato.
La polizia rinvenne il diario di Zoe Bennett nell'auto di Terry, avvolto in un sacchetto di plastica
ricoperto d'argilla.
Anche l'enigma dell'auto bianca vista dov'erano scomparse Lindsey Bennett e Tina Williams fu risolto:
aveva venduto la Mitsubishi gialla solo pochi anni prima ma, nelle riprese notturne delle telecamere
monocrome dei sistemi di sorveglianza, era quasi impossibile distinguere il giallo dal bianco. A quanto
mi aveva detto Naysmith, il diario non conteneva nulla che potesse condurre a un'incriminazione - il
nome di Terry compariva, ma era difficile accostarlo a un'azione delittuosa. Dagli scritti, la
diciassettenne non appariva particolarmente mondana - si trattava di una posa -, ma era elettrizzata
dall'idea di avere un funzionario di polizia come amante.
Di certo, Terry si era sentito assai lusingato da alcune considerazioni della giovane.
Forse aveva conservato il diario proprio per quelle parole.
"Simms si  comportato in modo scorretto con lei," disse Lucas, mentre lasciavamo gli agenti della
Scientifica al loro lavoro e tornavamo alle auto. "Quando mi ritrovo ad assistere a simili faccende, sono
contento di essere prossimo alla pensione. Dovrebbe riconoscerle un grande merito, non trattarla come
se avesse fatto qualcosa di .sbagliato."
"Non ha importanza," replicai.
Il coordinatore delle ricerche mi lanci un'occhiata di solidariet, ma non disse nulla. Poich nessuno di
coloro che avrebbero potuto confermare il mio racconto era vivo, Simms si stava adoperando per
sminuire l'intera vicenda.
Non soltanto aveva costruito la propria reputazione catturando e facendo condannare ingiustamente
Monk, ma aveva affidato al vero assassino l'incarico di indagare e ritrovare le vittime scomparse. La
stampa auspicava che si procedesse a sostituzioni e rimozioni negli alti vertici della polizia e, forse per la
prima volta nella vita, Simms aveva scelto di evitare le apparizioni televisive. Quando si era accorto che
la propria carriera vacillava, aveva iniziato a insinuare che ero un testimone piuttosto inaffidabile, visto
che probabilmente soffrivo di una sindrome post-traumatica da stress dovuta alle recenti esperienze.
Fino a quel momento, le sue maldicenze non avevano sortito l'effetto sperato, ma risultava evidente che
ero diventato una presenza sgradita. Aveva fatto in modo che venissi escluso dall'indagine, e soltanto la
cortesia di Naysmith mi aveva permesso di accompagnarli nella brughiera quella mattina.
In ogni caso, ormai non mi curavo pi di Simms. Ero appena tornato in albergo quando il telefono
squill. Riconobbi immediatamente la voce femminile all'altro capo della linea.
"Sono Marie Eliot, la sorella di Sophie." Sembrava esausta.
Mi irrigidii, stringendo il telefono. "S?"
"E sveglia. Ha chiesto di vederti."
Sebbene fossi perfettamente conscio di ci che mi attendeva, le condizioni di Sophie rappresentarono
uno shock. La sua folta chioma era scomparsa, rasata a zero, e il cranio era fasciato da una medicazione
bianca. Appariva estremamente pallida ed emaciata, con le braccia scheletriche martoriate dagli aghi
delle flebo.
"Lo so, sono un autentico orrore..."
Parlava in un sussurro. Scossi la testa. "Ti sei ripresa. E questa la cosa pi importante."
"David... io..." Mi afferr la mano. "Se non fosse stato per te, sarei morta. "
"E invece sei viva."
I suoi occhi si riempirono di lacrime. "Ho saputo di Terry.
Me l'ha detto Naysmith. M-mi dispiace non averti raccontato tutto. Quanto al diario, ti devo una
spiegazione..."
"Non ora. Ne parleremo tranquillamente in seguito."
Fece un debole sorriso. "Almeno abbiamo ritrovato i corpi di Zoe e Lindsey... Dopo tutto, avevo
ragione..."
I suoi occhi si stavano gi chiudendo. Aspettai che il ritmo del suo respiro rallentasse, indicando che si
era addormentata, prima di liberare delicatamente la mano dalle sue dita. Sophie sembrava serena: la
tensione dell'ultima settimana aveva abbandonato i suoi lineamenti. Rimasi seduto sul letto accanto a lei
per alcuni momenti, guardandola.
Pensando.
Non era ancora chiaro se avrebbe dovuto rispondere di un'accusa per aver nascosto il diario di Zoe
Bennett.
Anche se non aveva avvertito la polizia della sua esistenza, Terry aveva ammesso spontaneamente che
ne era entrata in possesso dopo la confessione di Monk, e la sua condanna. Nel diario non c'era niente
che potesse cambiare l'esito processuale e, di conseguenza, era possibile sostenere che non costituisse
una prova. Forse avrebbe dovuto rispondere a qualche domanda imbarazzante ma, a quanto mi aveva
detto Naysmith, era poco probabile che finisse sul banco degli imputati.
In fondo, non aveva commesso alcun crimine.
Recuper rapidamente le forze. I medici prevedevano una guarigione completa, senza alcun danno
permanente.
In considerazione dei traumi subiti, dissero che era stata davvero fortunata.
Concordavo. Ciononostante decisi di attendere che si fosse ripresa in maniera accettabile, prima di
affrontare la conversazione che avevo rimandato. Qualche tempo dopo, i miei passi echeggiavano nel
corridoio mentre mi dirigevo verso la camera di Sophie. Mi sembr un cammino molto lungo. Aprii la
porta e vidi accanto a lei un'infermiera che conoscevo. Entrambe stavano ridendo.
Mi domandai di cosa stessero parlando.
"Vi lascio soli," disse la donna, uscendo.
Sophie si rizz a sedere sul letto, sorridendo. La medicazione alla testa era scomparsa, e i capelli erano
gi ricresciuti in una peluria corta e ispida color biondo rame che dissimulava la cicatrice ad arco ancora
suturata. Stava ricominciando ad assomigliare alla Sophie di un tempo.
Alla persona che ricordavo di aver conosciuto otto anni prima. Era come se si fosse tolta un peso
dall'anima.
"Marie ha parlato con l'assicurazione," disse Sophie.
"Hanno accettato di risarcirmi tutte le mercanzie e le attrezzature che ho perso nel crollo del
laboratorio. Sta ancora trattando per la fornace. In qualsiasi caso, i soldi che ricever mi consentiranno
di riaprire l'attivit - e mi rimarr un piccolo gruzzolo. Non  fantastico?"
"S," risposi. Ero tornato al cottage solo una volta, per recuperare l'auto. La vista delle rovine della
fornace, delle macerie e dei mattoni ammonticchiati nel giardino dalle squadre di soccorso mi aveva
depresso. Ero felice di andarmene.
Il sorriso di Sophie svan. "C' qualcosa che non va?"
"Vorrei farti una domanda."
"Davvero?" Lei inclin il capo, rivolgendomi uno sguardo interrogativo. "Va' avanti."
"Sapevi che era stato Terry a ucciderle, vero?"
Osservai il rapido gioco delle emozioni sul suo volto.
"Cosa? Non capisco..."
"Sapevi che aveva ucciso Zoe e Lindsey Bennett, e probabilmente anche Tina Williams. Solo non riesco
a capire se hai taciuto per proteggerlo o per il timore di quello che avrebbe potuto farti. "
Mi fiss, ritraendosi leggermente. "E un'accusa terribile!"
"Non sto dicendo che avevi delle prove. Per lo sapevi."
"Assolutamente no! " Sulle sue guance comparvero due chiazze vermiglie. "Credi davvero che sarei
rimasta zitta, se avessi saputo che Terry era un assassino? Come puoi anche solo pensare una cosa
simile?"
"Perch sei troppo intelligente per non averlo intuito."
Queste parole la calmarono. Distolse lo sguardo. "Evidentemente non sono furba come credi. Perch
mi sarei presa il fastidio di scrivere a Monk per chiedergli dove erano sepolte le gemelle, se avessi
saputo che non era l'assassino?"
"Me lo sono domandato anch'io. All'inizio, ho pensato fosse un'autentica fortuna che avessi conservato
le copie delle lettere; poi mi  venuto qualche dubbio: non penso che c'entri la buona sorte. Volevi
avere una prova del fatto che eri davvero convinta della colpevolezza di Monk, nel caso succedesse
qualcosa di simile a ci che  accaduto.
Eri sicura che lui non avrebbe mai scoperto il tuo bluff."
"Tutto questo  incredibile! Senti, se  per la faccenda del diario, mi sono gi chiarita con la polizia.
Conoscono l'intera storia."
"E allora perch non vuoi spiegarla anche a me?"
Abbass lo sguardo sulle mani che teneva intrecciate in grembo; poi lo rialz su di me. "Va bene, ho
mentito riguardo a me e Terry. E stato qualcosa di pi che un flirt.
Ci siamo frequentati per un paio d'anni, quando ancora viveva a Londra. A un certo punto, mi ha
parlato addirittura di divorzio."
Un'altra tessera del puzzle trov la sua collocazione.
"Vi vedevate ancora durante le ricerche?"
"No, ci eravamo appena lasciati. Lui era... Be', la nostra relazione  sempre stata tempestosa. Litigavamo
spesso.
Perch vedeva altre donne." Non parve notare l'ironica incongruenza delle sue parole. "Ci siamo
rimessi insieme alcuni mesi dopo le ricerche. Mi giurava di essere cambiato.
E io - come un'idiota - gli ho creduto."
"E stato allora che hai trovato il diario di Zoe Bennett? "
"La moglie l'aveva cacciato di casa. Ha ricevuto una chiamata di lavoro e mi ha lasciata sola in quello
squallido appartamentino che aveva preso in affitto. Mi annoiavo, e ho cominciato a rassettare. Met
delle sue cose erano ancora negli scatoloni. In uno di essi c'era il diario, sepolto da una pila di altre
carte. Dio, quando ho capito di cosa si trattava... Non puoi immaginare quello che ho provato."
In effetti, credevo proprio di non poter immaginarlo.
"Perch non l'hai detto a nessuno? Possedevi la prova che Terry aveva avuto una relazione con una
delle ragazze assassinate. Perch tacere su una cosa del genere?"
"Perch ero convinta che il colpevole fosse Monk!
Come tutti, d'altronde!" Sembrava sincera. "Che senso avrebbe avuto scatenare una tempesta inutile?
Non tanto per lui, quanto per la sua famiglia: avevo gi fatto loro del male. E non era la prima volta che
trovavo cose delle sue ex. Bigiotteria e trucchi nella sua auto. Biancheria intima.
Pensavo che il diario fosse solo l'ennesimo reperto!"
"Sophie, sei una specialista comportamentale. Non oserai dirmi che non ti ha mai sfiorato il sospetto
che fosse qualcosa di pi? "
"Assolutamente no! Volevo colpirlo, ferirlo: ecco perch ho preso il diario. Sapevo che era andato a
letto con Zoe, ma non ho mai sospettato che fosse... "
"E allora perch eri terrorizzata da lui?"
Lei sgran gli occhi. "Io... non ero terrorizzata."
"S che lo eri. Quando ti ho riportato a casa dall'ospedale, eri terrorizzata. E ciononostante ti ostinavi a
fingere di non ricordare chi ti aveva aggredito."
"C-credo che non volessi metterlo nei pasticci. Non puoi cancellare di colpo i sentimenti che provi per
una persona, anche se non li merita."
Mi passai una mano sul volto: avevo la pelle irritata.
"Permettimi di esprimere la mia opinione. Credo che tu abbia-preso il diario d'istinto - per ferirlo, come
hai appena detto. Eri arrabbiata e gelosa, e quella era un'arma che avresti potuto usare contro di lui.
Soltanto dopo, ti sei resa conto della pericolosit della situazione in cui ti eri cacciata. Ma ormai non
potevi rivolgerti alla polizia senza finire nei guai. E cos l'hai nascosto e hai taciuto, sperando che la
minaccia che rappresentava gli avrebbe impedito di uccidere anche te."
" ridicolo!"
Dalla sua indignazione traspariva un atteggiamento difensivo. "Penso che tu imputassi a Terry di averti
rovinato la carriera," proseguii. "Doveva esser diventato estremamente difficile aiutare la polizia a
scoprire i segreti altrui, quando tu ne celavi uno enorme. E cos hai deciso di smettere di lavorare come
consulente e ti sei inventata una nuova vita. Ma per cominciarla, avevi bisogno di soldi."
Per un attimo, Sophie parve intimorita. Ma nascose la propria apprensione con un moto di spavalderia.
"Dove vuoi arrivare?"
Negli ultimi giorni, non mi era certo mancato il tempo per riflettere sulla faccenda. Terry aveva definito
Sophie una "maledetta ricattatrice" e, anche se non prestavo molto credito alle sue parole, quella frase
mi aveva colpito e obbligato a pensare. Questo non significava che fossi felice di ci che stavo per fare.
Ma ormai ci eravamo spinti troppo in l, ed era impossibile tornare indietro.
"Il cottage in cui vivi non dev'essere un edificio particolarmente economico. E tu stessa hai affermato
che fatichi a vendere le tue ceramiche."
Anche se aveva ancora l'espressione spavalda sul volto, adesso Sophie tradiva un certo nervosismo.
"Diciamo che riesco a cavarmela."
"Dovrei dedurre che non hai mai chiesto soldi a Terry, vero?"
Abbass gli occhi verso le proprie mani - dopo che si furono riempiti di lacrime. La porta si apr, e
l'infermiera rientr. Subito il sorriso scomparve dal suo volto.
"Va tutto bene?"
Sophie annu rapidamente, evitando di incrociare il suo sguardo. "S, grazie."
"Hai bisogno di qualcosa?" Prima di uscire, l'infermiera mi lanci un'occhiata gelida.
Non dissi nulla. Attesi. Dal corridoio giunse un rumore di passi e di voci concitate, ma nella stanza
regnava un profondo silenzio. I suoni e la frenesia dell'esterno sembravano appartenere a un altro
mondo.
"Non hai idea di cosa ho passato," disse infine Sophie, con la voce rotta dal pianto. "Mi hai chiesto se
ero terrorizzata?
Certo che lo ero! Ma non sapevo cos'altro fare!
Presi il diario senza pensarci. Ero fuori di me! Si era scopato quella... quella troietta diciassettenne
mentre stavamo insieme! Ma ti giuro che, all'inizio, ero ancora convinta che l'avesse uccisa Monk! E
stato solo pi tardi che... Che io... Oh, Cristo!"
Si copr il volto, mentre le lacrime riprendevano a sgorgare copiose. Esitai; poi le passai uno dei
fazzolettini appoggiati sul comodino.
"Mi rifiutavo di credere che fosse stato Terry. Mi dicevo che l'assassino era davvero Monk, che le aveva
uccise tutte lui. V-volevo che fosse cos. Ho cominciato a scrivergli proprio per convincermi che era
tutto falso." Si interruppe per asciugarsi gli occhi. "Ero depressa, arrabbiata...
Avevo rinunciato a ogni cosa per Terry. Alla mia carriera, al mio appartamento. Mi ero trasferita qui.
Quel bastardo doveva almeno aiutarmi a rifarmi una vita. Non gli ho chiesto molto, solo quanto mi
serviva per ricominciare.
Pensavo... Pensavo che fino a quando avessi avuto il diario, sarei stata al sicuro."
Oh, Sophie... "Ma non  andata cos, giusto?"
"Non  successo niente, finch Monk non  fuggito.
Era oltre un anno che non sentivo Terry. Poi, una sera, mi ha telefonato. Farneticava: mi ha minacciato
di ogni nefandezza se non gli avessi restituito il diario. Non l'avevo mai sentito in quello stato, non
sapevo cosa fare! "
"E cos mi hai chiamato," dissi, stancamente. Non per aiutarla a trovare le fosse - o, per lo meno, non
solo. Voleva qualcuno accanto, nel caso in cui Terry avesse tentato di riprendersi il diario.
"Non mi  venuto in mente nessun altro! Inoltre sapevo che non avresti detto di no." Strapp una
cocca del fazzolettino bagnato. "L'indomani, mentre mi stavo preparando per il nostro appuntamento,
 arrivato e ha cominciato a bussare alla porta. Quando si  reso conto che non avevo alcuna intenzione
di lasciarlo entrare... l'ha forzata. Mi sono precipitata di sopra e ho tentato di chiudermi in bagno, ma 
riuscito a entrare. E stata la porta a colpirmi."
Meccanicamente si tocc il livido sulla guancia: era quasi scomparso. Ricordai che quando l'avevo
trovata priva di sensi, la moquette al piano di sopra era bagnata.
Se avessi prestato attenzione a quel particolare, forse avrei capito che non era stata sorpresa in bagno,
come aveva sostenuto, ma aveva cercato di rifugiarsi l quando Terry aveva scardinato la porta.
"Perch non hai parlato allora?" le chiesi.
"Come avrei potuto? Erano anni che tenevo nascosta una prova! E non avevo idea che Terry fosse
stato sospeso.
Quando mi ha detto che era passato a casa tua..."
Il suo corpo fu scosso da un tremito. Istintivamente, fui tentato di abbracciarla, ma mi trattenni.
"Non intendevo fare niente di male!" sbott. "So di aver commesso un errore, ed  per questo che
volevo assolutamente scoprire le fosse di Zoe e Lindsey. Pensavo che se fossi riuscita a trovarle, avrei
potuto compensare il fatto di... Di..."
Di... cosa? Di aver protetto il loro assassino? Di aver lasciato marcire in carcere un innocente? Sophie
abbass lo sguardo verso il fazzolettino che stringeva in una mano, ormai a brandelli.
"E adesso cosa farai?" mi chiese, con un filo di voce.
"Lo racconterai a Naysmith?"
"No. Puoi farlo tu."
Mi prese la mano. "Devo proprio? Sanno gi del diario.
Non cambier nulla."
E vero, ma porr fine a otto anni di menzogne. Le rimisi la mano sul letto e mi alzai.
"Addio, Sophie."
Uscii in corridoio. I miei passi risuonarono sul pavimento, mentre il trambusto dell'ospedale mi
avvolgeva.
Quando procedevo verso l'uscita, mi sentivo stranamente distaccato dagli eventi, come se fossi
racchiuso in una bolla che mi isolava dal rumore e dalla vita circostanti.
Neppure l'aria fredda e frizzante dell'autunno dissip quest'impressione. L'intensa luce diurna mi
sembr persino smorta durante il tragitto fino all'auto. La aprii e mi accomodai rigidamente sul sedile.
Le costole rotte mi dolevano ancora, anche se non in modo insopportabile.
Chiusi gli occhi e reclinai il capo. Mi sentivo svuotato.
L'idea del viaggio fino a Londra non mi attirava affatto, ma ero rimasto l per un tempo sufficiente.
Anzi, fin troppo lungo. Non potevo tornare indietro.
Era giunto il momento di voltare pagina.
Riscuotendomi, infilai la mano in una tasca per prendere il telefono - una smorfia mi deform il viso,
quando le costole protestarono. L'avevo spento in ospedale e, quando lo riaccesi, subito emise un
biiiiip. Per un istante, fui di nuovo nell'oscurit della caverna. Scossi la testa per scacciare quel ricordo.
Avevo un messaggio nella segreteria. Anzi, diversi messaggi: avevo perso tre chiamate, tutte provenienti
dallo stesso numero. Che non riconobbi. Corrugai la fronte.
Prima che potessi ascoltarli, il cellulare squill. Un'altra telefonata, il medesimo numero sconosciuto. Mi
raddrizzai.
Qualcosa di urgente.
Mentre rispondevo, provai un'eccitazione ormai familiare.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Come sempre, non avrei potuto scrivere questo libro senza l'aiuto di altre persone, in particolare degli
esperti che sono stati tanto generosi da aiutarmi nella questione spesso spinosa delle ricerche. Devo
pertanto ringraziare, senza un ordine preciso, Tony Cook, Consulente Regionale della National Police
Improvement Agency; il dottor Markus Reuber, della Sezione Accademica di Neurologia dell'Universit
di Sheffield; l'ecologa forense Patricia Wiltshire; il dottor Tim Thompson, docente di Scienza della
Scena del Crimine all'Universit di Teesside e la dottoressa Rebecca Gowland, del Dipartimento di
Archeologia della Durham University, per avermi permesso di partecipare al loro corso di
Localizzazione e Recupero del Corpo; Doug Bain, agente della scientifica e dell'unit cinofila in
pensione; la professoressa Sue Black e il dottor Patrick Randolph Quinney del Centro di Anatomia e
Identificazione Umana dell'Universit di Dundee; il professor John Hunter, dell'Istituto di Archeologia
e Antichit dell'Universit di Birmingham; Dave Warne, presidente della Societ Speleologica di
Plymouth, gli uffici stampa della polizia del Devon e della Cornovaglia e il Ministero della Giustizia.
La proporzione tra i diversi tipi di decomposizione citata da David Hunter all'inizio di questo romanzo
proviene dalle ricerche condotte da William R. Maples e Michael Browning (Dead Men Do Tell Tales,
Doubleday, 1994).
Ringrazio anche Hilary per il suo costante sostegno, mia madre e mio padre per non aver mai dubitato,
Ben Steiner, SFC, Simon Taylor e lo staff della Transworld, i miei agenti Mie Cheetham e Simon
Kavanagh, tutti coloro che lavorano alla Marsh Agency, e i traduttori che hanno presentato David
Hunter a un pubblico pi vasto.
Infine, ho un immenso debito di gratitudine nei confronti del mio agente per i diritti internazionali, Paul
Marsh, la cui morte nel 2009 ha rappresentato una grande perdita sia per l'editoria che per tutti coloro
che lo conoscevano.
Simon Beckett. agosto 2010.
...
FINE.